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	<title>stefano, Autore presso mu6</title>
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		<title>Radart call for papers</title>
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		<dc:creator><![CDATA[stefano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jul 2021 15:42:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[rev]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistamu6.it/?p=7840</guid>

					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.rivistamu6.it/radart-call-for-papers/">Radart call for papers</a> proviene da <a href="https://www.rivistamu6.it">mu6</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<section class="wpb-content-wrapper"><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584542420838 liquid-row-shadowbox-6912a367e5cbf"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6912a367f3756"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_fancy_heading_6912a367f3a32 h1{font-size:25px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a367f3a32 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a367f3a32">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> Call for papers<br />
RADART: Ricerca e Disseminazione Arte. Gli studiosi degli atenei italiani raccontano l’arte e la produzione culturale del mondo contemporaneo</span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 130px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6912a36803e0f h1{font-size:18px;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a36803e0f .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a36803e0f">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> Quante traiettorie possono definirsi a partire dall’arte contemporanea, e chi le sta tracciando? Quante possibilità possono scaturire dalla ricerca su questo settore mi_s/conosciuto e strategico? Facciamo il punto.<br />
</span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div>
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
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			<p>Il progetto RADART e la presente call for papers hanno l’obiettivo di individuare e raccogliere contributi esemplificativi del lavoro di ricerca degli studiosi che, nelle diverse discipline, si occupano di arte contemporanea in Italia. Vogliamo comprendere quali direttrici si stiano definendo nel settore e facilitare l’attivazione di sinergie con il mondo delle imprese e delle professioni contribuendo alla riattivazione del territorio di L’Aquila e costruendo le basi per un laboratorio teorico-pratico di rigenerazione su base culturale. Le potenziali sinergie, locali e sovralocali, saranno l’oggetto di tavoli di discussione organizzati con practitioners e imprenditori attivi nel sistema dell’arte nel corso della seconda parte del progetto.</p>
<p>La ricognizione è aperta a</p>
<ul>
<li>dottori di ricerca, dottorandi, giovani studiosi;</li>
<li>tutte le discipline che intersecano la produzione artistica contemporanea, la sua gestione e la sua fruizione;</li>
<li>temi riconosciuti e dall’ampio seguito e argomenti sottostimati o di difficile inquadramento.</li>
</ul>
<p>Siamo convinti che l’approfondimento di cui è capace la ricerca accademica possa e debba essere comunicato al di fuori degli ambiti specialistici, raggiungendo prima ancora del grande pubblico il mondo degli enti o delle imprese del settore che non necessariamente riescono a tenere il passo su argomenti disparati che spaziano dalla storia e critica d’arte alla tecnologia, dall’economia alla didattica, dal diritto alla sociologia.</p>
<p>Il nostro progetto è pensato per costruire ponti e legami: tra discipline, tra studiosi, con decisori politici e practitioners del sistema dell’arte e della cultura. Vorremmo fosse il primo passo per la creazione di una comunità inter-attiva, capace di incoraggiare la realizzazione di progetti e di sostenere la produzione e la diffusione della creazione contemporanea.</p>
<p>INDICAZIONI GENERALI</p>
<p>I contributi possono rappresentare interamente o in parte il lavoro di ricerca svolto dall’autore nel corso del dottorato o di progetti recentemente compiuti e/o in essere presso università, centri di ricerca e/o enti pubblici o privati che lavorano in ambiti attinenti alla produzione, gestione e fruizione dell’arte contemporanea, ricompresa in un arco temporale che va dalle avanguardie storiche al tempo presente.</p>
<p>Gli articoli ricevuti saranno accettati e pubblicati previa positiva valutazione di un referente accademico dell&#8217;autore. In nessun caso la Curatela del progetto RADART interviene nel merito dell’appropriatezza della ricerca specialistica, pur riservandosi di procedere ad una valutazione della rispondenza dei contributi agli obiettivi del progetto, ovvero di suggerire agli autori un ulteriore editing dei contributi nel fine ultimo di facilitarne la comunicazione e disseminazione.</p>
<p>Gli autori si impegnano sotto la propria responsabilità a ottenere il nulla osta per l’uso di immagini protette da copyright. Inoltre si impegnano a firmare la liberatoria, completa in ogni sua parte, sollevando i promotori del progetto da ogni responsabilità in caso di controversia.</p>
<p>INDICAZIONI EDITORIALI</p>
<p>Il contributo può vertere su una specifica e significativa parte della tesi di dottorato o del progetto di ricerca, che possa essere presentata in modo compiuto; ovvero proporre la sintesi di una tesi già discussa nella sua interezza, o sue parti ulteriormente sviluppate.<br />
Gli autori all’inizio del percorso di ricerca possono presentare le premesse del lavoro e l’obiettivo a cui tendono, problematizzando la prospettiva di ricerca e il piano di lavoro.<br />
Contributi collettanei sono da considerarsi quali progetti “fuori tesi”, da proporre per una valutazione finalizzata alla pubblicazione.</p>
<p>IMPORTANTE: Considerato il taglio di disseminazione del progetto, non sono previste note e bibliografia e si suggerisce pertanto di fare un uso limitato di citazioni. Chiediamo agli autori questo importante sforzo di comunicazione e sintesi nella consapevolezza della complessità della richiesta, ma anche della necessità di facilitare la trasmissione della ricerca ad ambiti non accademici. Comprendiamo tuttavia quanto sia importante fornire un quadro della letteratura considerata nello svolgimento del lavoro; pertanto, gli autori potranno indicare al massimo TRE titoli imprescindibili per la comprensione del tema presentato e l’inquadramento del contributo proposto. Potranno quindi riportare nel testo citazioni e riferimenti agli autori ritenuti di fondamentale rilievo, secondo quanto indicato nelle norme per la sottomissione dei contributi.</p>
<p>MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE</p>
<p>Sono invitati a partecipare, contribuendo alla ricognizione su categorie differenti:<br />
• dottori di ricerca<br />
• dottorandi i cui progetti di studio presentino uno stato di avanzamento adeguato, ovvero un piano di ricerca strutturato e/o una prospettiva di lavoro validata da un referente<br />
• giovani ricercatori e ricercatrici titolari di borse di studio, contratti e/o prestanti opera di collaborazione presso università, centri di ricerca e/o enti pubblici o privati che portano avanti ricerche e sperimentazioni in ambiti attinenti a quelli del progetto, ovvero giovani studiosi/e che hanno appena concluso master e percorsi specialistici.<br />
La partecipazione è gratuita e consente agli autori di pubblicare il proprio contributo nella pagina dedicata all’interno del sito web della rivista, e nella pubblicazione finale (pdf o e-book) dotata di numero seriale. Consente inoltre all’autore e alle scuole di essere inseriti nel database relativo alla ricerca sul contemporaneo a cura della rivista MU6.</p>
<p><strong>Per info: radart.arte@gmail.com</strong></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1625670650260 liquid-row-shadowbox-6912a36806b2b vc_column-gap-30 vc_row-o-equal-height vc_row-flex"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 vc_col-md-7 liquid-column-6912a36806f72"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_button_6912a3680727b.btn-icon-solid .btn-icon{background:rgb(221, 70, 60);}.ld_button_6912a3680727b.btn-icon-circle.btn-icon-ripple .btn-icon:before{border-color:rgb(221, 70, 60);}.ld_button_6912a3680727b{color:rgb(221, 70, 60);border-color:rgb(221, 70, 60);}.ld_button_6912a3680727b:hover{background-color:rgb(221, 70, 60);}.ld_button_6912a3680727b .btn-gradient-bg-hover{background:-webkit-linear-gradient(to right, rgb(221, 70, 60) 0%, rgb(221, 70, 60) 100%);background:linear-gradient(to right, rgb(221, 70, 60) 0%, rgb(221, 70, 60) 100%);}.ld_button_6912a3680727b .btn-gradient-border defs stop:first-child{stop-color:rgb(221, 70, 60);}.ld_button_6912a3680727b .btn-gradient-border defs stop:last-child{stop-color:rgb(221, 70, 60);}</style><a href="https://www.rivistamu6.it/wp-content/uploads/2024/03/RADART_callforpapers.docx" target="_blank" class="btn btn-default btn-sm btn-bordered border-thin btn-gradient ld_button_6912a3680727b vc_custom_1710359747709">
	<span>
		
					<span class="btn-txt">clicca qui per scaricare la call for papers</span>
			
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					<span class="btn-txt">clicca qui per scaricare il formulario A</span>
			
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					<span class="btn-txt">clicca qui per scaricare il formulario B</span>
			
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					<span class="btn-txt">clicca qui per scaricare la liberatoria</span>
			
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	<span>
		
					<span class="btn-txt">clicca qui per scaricare le norme editoriali</span>
			
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			<p>Con il Sostegno di:</p>

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		<title>Lea Vergine</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/lea-vergine/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2020 14:07:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[lea vergine]]></category>
		<category><![CDATA[rev]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>In occasione della  scomparsa della grande critica d’arte, morta a un giorno di distanza dal marito Enzo Mari, la ricordiamo riproponendo un’intervista che ci concesse qualche anno fa</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6912a36834c8c h1{font-size:18px;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a36834c8c .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a36834c8c">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>A cura di Massimiliano Scuderi</em></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div>
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
		<div class="wpb_wrapper">
			<p class="p1"><span class="s1"><b>Massimiliano Scuderi:</b> L’argomento che vorrei trattare con lei è quello del rapporto tra arte e vita, ovvero su quelle figure che, come lei, stigmatizzano un atteggiamento che va oltre i confini del mestiere, nel suo caso la critica d’arte. Penso che lei rappresenti un modello e che sia una di queste figure emblematiche. Allo stesso modo il regista Silvano Agosti. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>Lea Vergine:</b> Silvano Agosti è un nome che mi ricorda la primissima gioventù. Studiava con due miei amici al centro sperimentale di cinematografia di Roma, parliamo dei primi anni sessanta o fine anni cinquanta. È una domanda la sua? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.: </b>Preferirei avere un dialogo con lei. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Certo. Direi che nelle persone che non hanno cancellato la dimensione umana, esiste questo intreccio con mille problematiche; certo che c’è. Poi, come lei sa, ci sono persone che cancellano questa attitudine naturale. E allora abbiamo casi di monomania, di paranoia, di delirio ecc. molto frequenti nell’ambito dell’arte, sia da parte degli artisti, sia da parte dei critici. Già gli artisti sono degli ammalati, ma forse già lo sa? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> Ho avuto la fortuna di lavorare con Vito Acconci. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.: </b>Ah bè, un caso clinico! Parlo a livello di persone più controllate che sono già dei forti nevrotici. Acconci è uno psicotico, un borderline! Quando lavoravo al libro il corpo come linguaggio (1973) era già così, penso che sia anche peggiorato, come capita a tutti noi con l’età. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.: </b> Non saprei… </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.: </b>Ora non ha fatto la scelta dell’architettura? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.: </b>Si, ma sono convinto che quello rappresenti solo una fase per lui, così come la scrittura all’inizio della sua carriera. Se a un certo punto dovesse dirmi che sta facendo un progetto di bio genetica, non mi sorprenderebbe in quanto quello è proprio il suo percorso. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.: </b>Naturale. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> Facemmo un dialogo per Flash Art in occasione della mostra di Rivoli a Torino. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Fui invitata a parlare, in quella occasione, della body art, anche di lui&#8230; </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> Mi sembra che lei parlò dell’Azionismo Viennese? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Si dell’Azionismo ma non solo: da Gina Pane e Gilbert and George fino ai più giovani… Gli artisti sono psicotici più che nevrotici, ma ciò che è più grave è il fatto che ci siano tanti critici d’arte che poi scrivono su queste follie, e scrivono delle loro follie che riferiscono a questo mondo già così disperato e autoreferente come quello degli artisti. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> Questo mi piacerebbe approfondirlo con lei. Quindi per lei il mondo dell’arte è autoreferenziale? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Al novanta per cento. Tutti io, io, io… ad un certo punto, non ne può più. Non c’è nessuna attenzione all’altro, da Jacobello del Fiore in avanti. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> Ad esempio lei ha lavorato con Fontana? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Ho scritto un testo per la presentazione di una mostra di Fontana a Napoli nel ‘62 o ‘63. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> Non l’ha mai incontrato? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Si. Mi scrisse una lettera bellissima che conservo. Sarei dovuta andare a prendere un’opera che mi aveva dedicato. Quando ero pronta per andare a prenderla (faceva troppo caldo, ed io patisco il caldo) Fontana era qui sul lago… insomma lui è morto ed io sono rimasta senza il mio Fontana. Era un uomo straordinario, di grande generosità. Non era autoriferito, non era una persona delirante di sé medesima. Era una persona aperta alla vita, agli altri. Una persona che si alzava presto la mattina, andava a prendersi il caffè nel tale bar, poi leggeva il giornale, poi intanto che faceva queste cose, parlava con tutti. Cioè era ancora un umano! D’altra parte gli artisti degli ultimi trent’anni sono massacrati dal sistema dell’arte che è diventato un sistema di mercato. Quando lei sente che se un autore giovane dopo tre anni non è andato nella tal collezione o non ha avuto la mostra nel museo, viene scartato dal mercante e avanti un altro! È il criterio del broker. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> E in tutto questo quanto conta vedere l’opera? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> In che senso? La significazione dell’opera dice? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> Si. Faccio un esempio: molte volte le ricerche degli artisti, ad esempio dei giovani artisti, vengono ridotte a sole immagini e considerate per tali, senza entrare nel corpo del lavoro. Spesso i parametri di valutazione delle opere sono dettati da trend e mode, con la conseguenza che vengono sottovalutate figure che meriterebbero una maggiore attenzione. Lei che ha una grande esperienza in tal senso forse me lo può spiegare. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Sa’, è tutto cambiato e cambia non più di decennio in decennio, ma di tre anni in tre anni. Mentre una volta gli artisti erano trecento, ora sono tremila e trecento, tutti vogliono fare gli artisti. Anche perché così non si studia e si fa prima. Anche il critico d’arte contemporanea fa prima se non studia un po’ di Latino e di greco e si da’ solo una spolverata di inglese. Tutto questo porta uno spaesamento. (Telefonata della figlia Meta) Ecco, vede natura e cultura, i figli e Kounellis, i nipoti e Cattelan. Ma è molto utile per chi fa questo lavoro. Non bisogna avere argini, avere chiusure nei riguardi di tutto quello che sta intorno, occuparsi dell’amico che sta male, occuparsi di chi ha bisogno, prestarsi alla cosidetta rottura di scatole, entro certi limiti naturalmente. Trovo che l’attenzione all’altro, agli altri, che sia un figlio o un conoscente sia una specie di dovere. Quello per i figli è un diritto e un dovere al contempo. Quello per gli altri è un dovere che l’essere umano ha, soprattutto se vuole occuparsi d’arte. Come fai ad occuparti d’arte se quando vai al gabinetto non rimetti al suo posto l’asse, se ti metti le pallettes con le farfalle nere sulla pancia a settant’anni e vai ad un convegno alle ore undici della mattina? Oppure ti conci con quei terribili cappelli, quelli con la visierina presi dall’America. Tutto questo fa parte del bagaglio estetico di una persona, cioè liberarsi da queste cose. L’opera oggi la guardano in pochissimi. Direi che quelli che la guardano con maggiore partecipazione e attenzione sono proprio i deprecati da un certo punto di vista collezionisti. Credo che, oggi come oggi, siano loro i più appassionati. Perché vede, ho visto persone incredibili comprare opere d’ arte. Ricordo una volta, qui a Milano, in una galleria c’era un signore, chiamiamolo così, completamente analfabeta nel modo di esprimersi. E quando è uscito ho chiesto al gallerista: Ma chi è, che fa? Che viene a fare qui? E lui mi rispose: Signora, ma quello è il mio più grande collezionista! In che senso? Chiesi io. E lui precisando: Nel senso che lui compra tutto! E poi? Faccio io. E poi,rispose il gallerista, ha una magnifica stanza di sicurezza, come lei sa nelle banche ci sono le cassette ma anche le stanze, mette lì tutto e la chiude perché gli fa schifo. Di guardare quella roba, di avercela in casa. Però è sicuro che così ha investito bene i suoi soldi. Questa è qualcosa che trent’anni fa non sarebbe mai avvenuta. Non sarebbe mai passato in mente a nessuno. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> Lei vuole sostenere che ciò non avvenisse già allora? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Che io sappia no. Ho visto ben altre passioni trent’anni fa. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> Continuando tra arte e vita, e senza banalizzare le sue parole, qual è l’esperienza più forte che ricorda? Mi sembra di capire che lei non distingua l’arte dalla vita. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Nella mia vita succede di tutto, non so’ o non posso tenere distinte le due cose. Posso dire di esperienze forti davanti a un opera d’arte o nel privato… ma non mi viene niente in mente che accomuni tutte e due, poi forse ci sarà stato, non lo so. Gli altri cosa le hanno risposto? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> No, quest’intervista è rivolta solo a lei, ma ammetto che questa può essere anche una domanda molto stupida. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Non esistono domande stupide, solo risposte stupide. In alcune persone questi ambiti sono distinti. Potrei descrivere esperienze che mi hanno molto impressionato. Se lei parla nel senso che ti trovi davanti ad un’opera che ti toglie il respiro, che rimani come strangolata da questa cosa che vedi. Cose che mi sono successe: da Bosch a Urs Lüthi, che si esponeva a Roma con una volpe al collo, un cappellino di velluto, fumando una sigaretta, mettendosi e togliendosi i guanti. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> Paragonabile ad esempio alla maternità o ad una gravidanza? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Ah! Lei mi dice la gravidanza e mi fa venire in mente un episodio ridicolo. Ridicolo e crudele al tempo stesso, tipico di quella disattenzione agli altri di cui le dicevo prima. Ero in gravidanza al settimo mese, quindi in un momento molto delicato, e c’era qui a Milano Marina Abramovic che faceva la sua prima mostra in Italia da Luciano Inga Pin. Ricordo che lei telefonò dicendo di andare in galleria, era uscito il mio libro da poco, le dissi di essere incinta e di essere quasi in procinto di partorire quindi della mia impossibilità di andare alla mostra. La mattina dopo me la vedo arrivare a casa con i due critici jugoslavi che l’avevano portata in italia e pretendeva (con un coltellaccio che si era portata dietro) di rifare a casa mia la performance. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> La performance Rythm 10? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Si, quella. Fu una cosa che mi impressionò molto, nel senso di riflettere sulla figura dell’artista che non tiene conto dell’altro in nessun modo. È solamente preso da questa iperbulimia di sé medesimo, capisce? Non voglio dire nulla di male contro Marina Abramovic, ma è abbastanza tipico questo ignorare le esigenze, i bisogni di un’altra persona. Gli artisti questo disturbo del comportamento non solo ce l’hanno, ma lo coltivano&#8230; Quindi un artista che mi viene in mente è Enrico Castellani. Castellani è un uomo di pochissime parole, saggio, mite e abbastanza spiritoso. Attento a tutto quello che accade intorno a lui… una persona straordinaria, un po’ com’era Fontana. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> Volevo ritornare sulla questione dei collezionisti come persone le uniche persone ora come ora … </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Me lo chiedo, penso, non ne sono sicura. Vedo anche strani comportamenti. Escludiamo il signore che teneva tutto chiuso nella stanza di sicurezza della banca… ma ci sono delle persone che hanno questa passione, gente che guadagna poco, che fa i salti mortali per riuscire a collezionare. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> Capisco quello che dice. Conobbi un collezionista che faceva il ferroviere. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Aveva la malattia dell’arte. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> Ad esempio, com’era Panza di Biumo? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Era una persona per me incomprensibile. Comprava solo autori americani. A Milano si diceva che avesse comprato anche il titolo di Conte. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> Ultima domanda che le volevo fare è sul luogo in cui ci troviamo. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Sul luogo, cioè Milano? Vuole sapere come io sia finita in quello che ora è una parodia di città? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> Sì. Riformulo la domanda. Com’è finita a Milano? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.: </b>Per amore, per una passione. Sa, la passione non è cieca come dicono, è miope! Quando sono venuta qui nel sessantasei… dal sessantasei, agli anni ottanta, Milano era comunque una città. Non la metropoli internazionale che ha sempre avuto la stupidaggine di pensare di sé stessa. Una città dove avvenivano molte cose: gli editori erano molto diversi da quelli di oggi, anche i mercanti, le istituzioni funzionavano. Non si vedevamo mostre schifose come quelle che si sono viste negli ultimi trent’anni. Quindi non era poi così male. Era una città brutta ma comoda, tutto funzionava. E poi mano mano siamo arrivati all’oggi che veramente è terrificante. Io sarei andata via da circa vent’anni. Ma l’oggetto della mia passione non si stacca dal tavolo di piazza Baracca e quindi sono rimasta qui dov’è nata nostra figlia e dove è nato anche nostro nipote. Sà, io ho un nipote di quattro anni che mi diverte molto… lei ha bambini? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> No</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Glielo chiedo perché ha una certa età e ne dimostra dieci anni di meno e le dico che almeno uno va fatto. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> Va bene, magari seguo il suo consiglio e ci penso. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Realizzi, altrimenti il bambino si trova un padre vecchio. Insomma si dia una mossa! Questi bambini sono una meraviglia, hanno un rapporto col linguaggio. Che è strepitoso. Poi vanno alle elementari e vengono castrati dalla scuola, ma per adesso sono incredibili. Cosa c’entra questo con arte e vita? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.: </b>Per me è importante. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Però non rifarei oggi questo lavoro, non farei più il critico d’arte contemporanea. Farei cose che risultino realmente di aiuto agli altri, il medico di frontiera, quello che si presta a soccorrere. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> Tipo Emergency insomma. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Più passa il tempo e più si capisce come il rispetto e l’attenzione agli altri sia dovuta e da’ anche un senso alla vita. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>M.S.:</b> Sono d’accordo con lei. Spesso mi sento un outsider per questo, ogni volta che mi interrogo e mi metto a ragionare sulle cose e dico tra me e me: forse non è tutto così. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>L.V.:</b> Certo che l’arte non è il valore assoluto. È uno dei valori che ti fa capire cos’è la vita, se lo becchi nel modo giusto. Altrimenti finisci nel delirio di te, come tanti.</span></p>

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		<title>Fabio Mauri</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/fabio-mauri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2020 11:58:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[fabiomauri]]></category>
		<category><![CDATA[rev]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<section class="wpb-content-wrapper"><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6912a3683613b"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6912a36836440"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_fancy_heading_6912a368366a7 h1{font-size:18px;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a368366a7 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a368366a7">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> Novembre 2018</span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6912a36836910 h1{font-size:25px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a36836910 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a36836910">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>per Fabio Mauri.</strong><br />
<strong>L&#8217; aquila 1979 | 1999</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6912a36836b73 h1{font-size:18px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a36836b73 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a36836b73">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>A cura di Germana Galli e Antonella Muzi con Studio Fabio Mauri, Associazione per l’Arte L’Esperimento del Mondo, Roma</em></span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584542420838 liquid-row-shadowbox-6912a36836dd8"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6912a36837041"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<p>A L&#8217;Aquila l&#8217;Associazione Amici dei Musei d&#8217;Abruzzo rende omaggio a uno degli artisti più influenti del secondo dopoguerra: Fabio Mauri (1926-2009). Maestro dell’avanguardia italiana, Mauri ha segnato la scena dell’arte italiana e internazionale con i suoi lavori intensi, nei quali le vicende individuali si fondono con quelle collettive, legate alla storia e al dramma della guerra, per diventare una grande narrazione sul vivere contemporaneo. Attento indagatore dei meccanismi di pensiero e di percezione, delle ideologie e dei conflitti, Mauri è stato docente di Estetica della Sperimentazione presso l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila per vent’anni, dal 1979 al 1999, formando intere generazioni di giovani studenti e dando un generoso e vitalissimo contributo alla vita culturale della città.</p>

		</div>
	</div>
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		<title>Alfredo Pirri</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/pirri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2020 09:44:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[pirri]]></category>
		<category><![CDATA[rev]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<section class="wpb-content-wrapper"><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6912a3683b300"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6912a3683b706"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_fancy_heading_6912a3683ba21 h1{font-size:18px;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a3683ba21 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a3683ba21">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> ottobre 2011</span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584542420838 liquid-row-shadowbox-6912a3683cc88"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6912a3683d00d"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_fancy_heading_6912a3683d2d2 h2{font-size:25px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a3683d2d2 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a3683d2d2">
	<h2 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Da una conversazione con Alfredo Pirri</strong><br />
<strong>su Nicola Santoleri</strong></span></h2></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6912a3683df84 h1{font-size:18px;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a3683df84 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a3683df84">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>a cura di Massimiliano Scuderi</em></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div>
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
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			<p class="p1"><span class="s1">Capita di sentire parlare di imprenditori illuminati ovvero di coloro che si<span class="Apple-converted-space">  </span>esprimono con impegno civile nel fare impresa, convinti di contribuire alla realizzazione di una società migliore e di produrre conoscenza. Ma essere un imprenditore illuminato significa soprattutto essere una persona che si nutre di lumi, di cultura, di energie vitali in grado di realizzare, attraverso il fare, un’idea che è estetica ed etica prima ancora che un prodotto. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Così è stato nel caso di Nicola Santoleri. E il suo incontro con Alfredo Pirri si può definire come la reciproca scoperta di due personalità accomunate dall’appartenenza ai valori di un moderno umanesimo. A questo si aggiunge, per entrambi, la consapevolezza di un <i>saper fare</i> legato all’esperienza creativa vissuta nel quotidiano. Che tutto sia avvenuto in Abruzzo, piuttosto che in un altro luogo, forse poco importa; ma è vero anche che proprio questa terra, trent’anni prima, fu il luogo eletto da Joseph Beuys per lavorare ad un’idea di libertà, per affermare la capacità dell’uomo di trasformare le cose facendo esprimere la loro energia più profonda e dando un valore speciale ad ogni gesto. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per Alfredo e Nicola credo sia avvenuto qualcosa di simile e che l’incontro abbia nutrito la loro consapevolezza di un comune sguardo sul fare e di un’energia, come testimoniato generosamente dagli interventi <i>site &#8211; specific</i> di Alfredo: segni lasciati in questo palazzo a Guardiagrele che rappresenta, per come<span class="Apple-converted-space">  </span>geneticamente strutturato, parte dell’assetto urbano del paese. Le sculture s’inseriscono tra le stratificazioni storiche della casa, dove libri, ceramiche, bottiglie, mobili s’azzuffavano in studioli e camere fino al tempo della recente riapertura. Una casa abbandonata, ma<span class="Apple-converted-space">  </span>piena di forze vitali capaci di mettere in atto un processo virtuoso che può rinnovarsi nel tempo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">L’intervento di Pirri all’interno di questo edificio storico, di proprietà<span class="Apple-converted-space">  </span><i>ab urbe condita</i> della famiglia Santoleri, nacque nel 2001 quando avvenne il primo incontro tra i protagonisti di questa storia. Il progetto, rilanciato più tardi nel 2011, si articola in un percorso che dalle cantine sale su per i due livelli della casa. Da quello della strada parte una lunga processione di bottiglie vestite con mantelli di un materiale nero simile a quello dei <i>pad</i> per i computer, che riverberano il loro interno rosso su mattonelle quadrate di pietra bianca della Majella, poste in fuga tra le grandi botti. Subito dopo, attraverso una corte interna, si giunge al secondo livello dove alcune installazioni<span class="Apple-converted-space">  </span>di minori dimensioni dialogano con l’architettura del palazzo. Punto apicale dell’intervento, un salottino borghese al piano superiore in cui suppellettili e oggetti di famiglia vengono disposti sui mobili, intervallati da frammenti di vetro retro-colorati. Conclude il percorso il grande salone dalla volta affrescata color rosso cinabro, con i divani coperti da lenzuola candide e un rilievo di farina bianca su di un tavolino al centro. Quest’ultima stanza si apre su un giardino pensile, luogo di </span><span class="s1">celebrazione del<span class="Apple-converted-space">  </span>ricordo dedicato alla figura di Nicola Santoleri<span class="Apple-converted-space">  </span>e del dialogo tra Alfredo Pirri e chi scrive, curatore dell’incontro.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"> <i>Io non lo conoscevo (appendice all’introduzione).</i></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per quanto mi riguarda, la vicenda legata a questo incontro nasce da una coincidenza misteriosa. Non conoscevo Nicola Santoleri di persona, sebbene alcune ragioni, nella mia vita, mi inducessero a saperne di più e soprattutto a capire quale lascito importante, umano e culturale, potesse rappresentare la sua figura oggi. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Tutto cominciò quando incontrai dopo anni Alfredo Pirri a Faenza, in occasione del Festival dell’Arte contemporanea. Parlando delle nostre passioni e delle nostre reciproche curiosità, ad un certo punto, venne fuori il nome di Nicola Santoleri e della casa di Guardiagrele di cui nulla conoscevo se non l’ immagine stupenda di un intervento del 2001 fatto da Alfredo. Di lì a poco lasciai Faenza per tornare a Pescara. La sera, a cena con amici, mi trovai per uno strano caso seduto accanto a Giacomo Santoleri, il fratello di Nicola, che non avevo mai visto prima e che mi fece subito simpatia. Lui mi raccontò la storia di quella casa, parlandomi di Alfredo, di Nicola e di quello che era successo. Chiamai la sera stessa Alfredo e decidemmo tutti insieme, con i figli e i fratelli di Santoleri, di riaprire la casa di Guardiagrele e di riprendere il progetto che sembrava allora abbandonato. Il resto vien da sé. </span></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584544006114 liquid-row-shadowbox-6912a3683e5fa"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6912a3683ea02"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><div id="ld_images_group_container_6912a3683eceb" class="liquid-img-group-container ld_images_group_container_6912a3683eceb"  >
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		<div class="liquid-img-group-content content-fixed-left"><p>courtesy Massimo Camplone</p></div>		<div class="liquid-img-container-inner" >
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	<h2 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>intervista</strong><br />
<strong>Alfredo Pirri e Nicola Santoleri</strong></span></h2></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6912a3684172a h1{font-size:18px;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a3684172a .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a3684172a">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>a cura di Massimiliano Scuderi</em></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div>
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			<p>…La verità continua ad agire in alcune persone, soprattutto in quelle che hanno la capacità di renderla non arrogante, non violenta, anzi la offrono con amore, com’era capace di fare Nicola.</p>
<p><strong>Massimiliano Scuderi</strong>: Com’è avvenuto il tuo incontro con Nicola Santoleri?</p>
<p><strong>Alfredo Pirri: </strong>Nel 2002 si svolgeva in Abruzzo una mostra biennale dedicata al rapporto fra arte e natura organizzata da Antonio De Laurentis, un artista che ha dedicato molto impegno alla realizzazione di opere che dialogano col paesaggio. Quando lui mi ha chiesto di parteciparvi ho risposto che la cosa che m’interessava di più della natura era il vino. Non ero cioè interessato ad interagire con quello che normalmente si intende per “natura”, gli alberi, i fiumi, etc.. m’interessava invece fare un lavoro su come la natura fosse manipolata dagli uomini fino a diventare qualcosa di straordinariamente sofisticato. Sono, quindi, arrivato a conoscere Nicola Santoleri grazie a questo progetto e dopo aver visitato altre cantine.</p>
<p><strong>M.S.:</strong> Questo punto relativo alla scelta, lo trovo dirimente rispetto all’incontro e rispetto a quello che avvenne successivamente. In questa scelta io ritrovo qualcosa del tuo lavoro di artista.</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Rimasi molto colpito dalla cantina di Nicola, in me c’è stata come un’illuminazione improvvisa che mi ha spinto a dire immediatamente “voglio fare qui e con lui il mio lavoro!”. La cantina mi apparve un posto quasi religioso, che diceva in maniera franca come si dovesse fare il vino e del suo rapporto col tempo: nessuna barrique, il vino a invecchiare in grandi botti divise per annate, era come immergersi dentro un movimento temporale in cui la trasformazione del vino produceva un mormorio di frasi e poi, sopra la cantina, la casa abbandonata, ma nel senso più radicale del termine. La casa era ai miei occhi la scena di una tragedia perché era il luogo da dove delle persone erano andate via all’improvviso, senza portarsi dietro nulla, come forse si è fatto solo durante le guerre, quando il nemico è alla porta …. Così, almeno, appariva a me. Un luogo abbandonato e rimasto intatto a lungo, come per una fuga, tant’è che c’erano addirittura tavoli apparecchiati, lenzuola sui letti. Questo era straordinario, perché tutto ciò la rendeva ancora più vuota, ma allo stesso tempo piena di segni, come se le persone dovessero tornare da un momento all’altro. E probabilmente questo era anche il desiderio di Nicola.</p>
<p><strong>M.S.:</strong> Era la casa della madre?</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Non so, per me era la casa Santoleri. All’ingresso c’era una mappa antica di Guardiagrele con in evidenza i confini dei possedimenti familiari, che coincidevano quasi con i limiti stessi del paese. L’incontro con Nicola fu davvero straordinario. Aveva vivacità intellettuale, una grande curiosità e un amore per quello che faceva. Anche una straordinaria capacità di improvvisazione, che mi colpiva molto. Non voglio dire che facesse il vino in maniera improvvisata, tutt’altro, era molto meticoloso, però stava sempre “addosso” al vino, lo seguiva, aveva sempre un’ansia che lo portava a decidere sul momento il da farsi. E tutto questo lo rendeva molto simile a un artista.</p>
<p><strong>M.S.:</strong> Mi piace questa definizione che ne dai tu, come se fosse un espressionista del vino.<br />
<strong><br />
A.P.:</strong> Un po’ è vero. Poi quello che me lo rendeva simpaticissimo era il suo legame con la vigna. Il ciclo della sua competenza e del suo impegno era completo, partiva dalla potatura, per giungere al vino e tutto questo era straordinario. Questa per me è stata una lezione, non solo rispetto al vino, perché ho capito il valore della pazienza, del programma, di come un progetto debba essere soggetto continuamente a delle verifiche, a delle intuizioni momentanee.</p>
<p><strong>M.S.:</strong> Questi mi sembrano tratti anche del tuo lavoro, l’idea del programma mi sembra essere importante per te. Il tempo che lavora e che trasforma è un agente previsto.</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Si, è vero. Per questo mi affascinava Nicola, perché era un grandissimo produttore senza essere un industriale significando qualcuno che fa programmi senza badare ai particolari imprevisti che potrebbero essere presi in considerazione per migliorare il prodotto o agli aspetti umani. Se fosse necessario definirlo, direi che era un grandissimo artigiano proprio per la sua capacità di dominare la materia direttamente con le mani. E nel mio lavoro effettivamente è lo stesso, c’è sempre una programmazione, però questa è destinato a non prevalere sull’opera finita. Quando un’opera è completa, io vorrei che la preparazione sparisse, non sopravanzasse l’opera. Vorrei che l’opera fosse qualcosa di libero anche dall’autore, dalla sua presenza soverchiante. Io guardo il mio lavoro concluso e comprendo che non mi appartiene più, è destinato agli altri, a essere valutato, interpretato, in un certo senso anche modificato dagli altri attraverso lo sguardo. E mi piace molto l’interpretazione che gli altri danno del mio lavoro e a volte mi fanno scoprire cose, alle quali io non avevo mai pensato.</p>
<p><strong>M.S.:</strong> Invece il lavoro di Guardiagrele in che consiste? In quanto è un’opera sempre aperta a nuove interpretazioni, che si adatta al tempo come il vino e che si rafforza di anno in anno, nelle due occasioni del 2001 e del 2011,  ma direi anche oltre.</p>
<p><strong>A.P.:</strong> Innanzitutto erano una serie di lavori, come un corpo composto di vari elementi che occupavano (e occupano tutt’ora) gli ambienti della casa e della cantina caratterizzandosi in base agli ambienti. Quello per la cantina era pensato per poterlo rimontare di volta in volta assecondando le operazioni di vinificazione, quindi un’opera stabile nell’idea ma mobile nel tempo. E’ immaginato come un percorso, una strada tra le grandi botti, realizzata con “mattoni” di pietra della Maiella. Su queste pietre ci sono centinaia di bottiglie coperte da forme che assomigliano a cappucci o mantelli, qualcosa che appare come una processione di monaci, di personaggi medievali, di rosacrociani… Questi mantelli, che avevamo realizzati in gran numero, si potevano utilizzare anche a parte, li regalavamo, oppure c’è capitato di bere a casa di amici una bottiglia veramente buona e premiarla col mantello. Sono fatti di un tessuto gommoso, fuori nero e rosso dentro, e vederli tutto l’insieme era veramente impressionante. Quasi si sentiva il brusio delle voci di quelle bottiglie vuote, che erano in processione in attesa di essere riempite. Nella casa, invece, ogni stanza era caratterizzata da segni differenti. Un grande salotto, abbastanza ricco di mobili, tavoli, con una carta da parati molto rovinata alternata a pitture murali, dove avevo (nel 2001) posto tantissimi acquerelli. Poi un altro salotto che affaccia sull’esterno, una stanza che più delle altre dava il senso di abbandono. Lì ho coperto le poltrone e i tavoli con un panno bianco. C’era un tavolino basso al centro, sul quale ho fatto una montagna di farina bianca e ho dipinto il soffitto a volta di rosso che quindi, riflettendosi in basso, riempiva la stanza di questa tinta, di questo colore che muta col sole, una luce che si muove creando ombre colorate sempre differenti, come se fosse la stanza di una seduta spiritica. Questi erano i blocchi di opere più importanti. Poi c’erano opere disseminate in tutta le stanze: sui tavoli, ce ne erano alcune fatte con frammenti di vetro spezzati e colorati, che si riflettevano l’uno sull’altro, tenuti insieme con del silicone lattiginoso bianco, in sostanza dei soprammobili. Inoltre realizzai un piccolo lavoro (che oggi non c’è più) in uno scorcio della cucina che era straordinaria, ricca di arnesi (Nicola era un esperto di cucina), un lavoro fatto attraverso un’ infilata di porte aperte dove in fondo era visibile, come in un cannocchiale, un’altra piccola opera posizionata a terra. In definitiva si trattava di un percorso, in cui si evidenziavano qua e là delle presenze artistiche che erano in sé svuotate, più delle assenze che delle presenze. Erano un omaggio a questa casa così misteriosamente abbandonata da un momento all’altro per motivi che non conoscevo (e che non m’interessava conoscere).</p>
<p><strong>M.S.:</strong> Quale importanza ricoprono  figure come quella di Nicola Santoleri per il territorio?</p>
<p><strong>A.P.:</strong> In generale non mi va di parlare di questo argomento, ma di Nicola, ne parlo volentieri. Quello che lui ha fatto ha significato la testardaggine di ribadire una verità e questo per un territorio è importantissimo. Noi abbiamo bisogno di figure così in tutti i campi, di uomini e donne testardi, che affermano quello in cui credono rischiando, come ha rischiato Nicola. Abbiamo bisogno di queste figure che sanno dentro di loro di possedere una verità e non sono disposti a barattarla. Oggi, rispetto al vino, si sta riaffermando la verità di Nicola e del suo modo di farlo. Quello che diceva era vero. La verità continua ad agire in alcune persone, soprattutto in quelle che hanno la capacità di renderla non arrogante, non violenta, anzi la offrono con amore, com’era capace di fare Nicola.</p>

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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> courtesy Massimo Camplone</span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><div class="vc_row-full-width vc_clearfix"></div>
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		<title>Michelangelo Pistoletto</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/michelangelo-pistoletto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Feb 2020 10:14:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Pistoletto]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> Aprile 2014</span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584542420838 liquid-row-shadowbox-6912a3684c1a1"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6912a3684c51a"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_fancy_heading_6912a3684c7ae h1{font-size:25px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a3684c7ae .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a3684c7ae">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Il Terzo Paradiso &#8211; L&#8217;ACquila</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6912a3684d103 h1{font-size:18px;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a3684d103 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a3684d103">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>A cura di  Antonella Muzi</em></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div>
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			<p>Il primo paradiso è quello naturale di quando eravamo dentro alla mela.<br />
Con il morso della mela uscivamo dalla natura e creavamo il paradiso artificiale: il secondo paradiso, che ormai divora la mela. Adesso entriamo nel Terzo Paradiso integrando pienamente la vita artificiale nella vita naturale. È l’opera planetaria di cui noi tutti siamo gli autori. Al centro dell’infinito si forma il terzo cerchio che rappresenta il ventre procreativo della nuova umanità.</p>
<p><em>(Voce di M. Pistoletto nella canzone “il Terzo Paradiso” &#8211; SUBSONICA, Una nave in una foresta, 2014 Universal Music)</em></p>

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	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584544006114 liquid-row-shadowbox-6912a3684d6b6"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6912a3684da0d"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><div id="ld_images_group_container_6912a3684dc36" class="liquid-img-group-container ld_images_group_container_6912a3684dc36"  >
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		<div class="liquid-img-group-content content-fixed-left"><p>courtesy Gino Di Paolo</p></div>		<div class="liquid-img-container-inner" >
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	<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
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			<p>Il Terzo Paradiso nasce in una situazione di smarrimento generale che riguarda tutti i campi della convivenza e risponde alla necessità di identificare per la società una strada improntata su valori condivisibili.</p>
<p>Il Terzo Paradiso è una prospettiva di pensiero e d’azione tesa a sviluppare in ognuno la consapevolezza del proprio ruolo nella costruzione di una nuova era dell’umanità. Il Terzo Paradiso si pone come faro che conduce a uno sviluppo sostenibile su temi quali: l’ambiente, la politica, l’economia, l’educazione, la cultura, la spiritualità, in breve tutte le istanze del tessuto sociale.</p>
<p>Il Terzo Paradiso coglie la funzione simbolica dell’arte per proporsi come guida nel cammino verso un nuovo stadio della civiltà in grado di coinvolgere in maniera partecipata tutte le persone che vorranno dare un loro contributo affinché da valenza simbolica si faccia realtà.</p>
<p>Il primo è il paradiso dell’inconsapevolezza, il secondo quello della conoscenza, il terzo è quello della responsabilità. Il Terzo Paradiso apre l’era dell’umanità responsabile. Ciascuno può contribuire al cambiamento in modo propositivo.</p>
<p>Il Terzo Paradiso è una missione, una grande ricerca che accomuna il piano scientifico al piano morale, il piano spirituale al piano artistico e il piano politico al piano educativo, per ricreare la società.</p>

		</div>
	</div>
<div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6912a3684f439 h1{font-size:32px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a3684f439 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading ld_fancy_heading_6912a3684f439">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> TERZO PARADISO, RESPONSABILITÀ, SOSTENIBILITÀ, ETICA, PARTECIPAZIONE.</span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div>
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
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			<p>Eticamente mi sono chiesto quale ruolo potevo assumere come artista e quali contenuti potesse effettivamente produrre il Terzo Paradiso in un territorio fortemente disastrato dal terremoto naturale in un momento di terremoto artificiale della società globale. Presentare il Terzo Paradiso a L’Aquila chiaramente significa innanzitutto contribuire alla rimozione di ogni residua forma dello sciacallaggio, che la città ha conosciuto, per partecipare alla crescita di un pensiero di fondo che permetta a tutti di coadiuvare alla ricostruzione e rigenerazione della città. In questo senso mi rifaccio al concetto di mito, di mito creativo per la vita, portato in un contesto che purtroppo ha visto la morte. Riuscire a creare tutti insieme un mito aquilano è, secondo me, basilare. Se oggi, dopo cinque anni, il tessuto sociale e lo spirito morale de L’Aquila è ancora minato nel profondo è perché non si è fatto abbastanza per aiutare gli Aquilani a unirsi e capire che loro stessi devono essere i protagonisti della rinascita. Mentre questi si sono invece trovati nella condizione di dover accettare passivamente le cosiddette soluzioni venute dall’alto.</p>
<p>Dobbiamo creare a L’Aquila il mito della cooperazione partendo dal suo centro, cioè dal luogo che rappresenta l’essenza della città, partendo dal quale ricomporre la comunità: il cuore pulsante dove avveniva l’incontro, lo scambio, la festa, come per esempio i portici, situati nel centro strategico della struttura urbana. Un punto per ripartire, una cattedrale laica che rappresenta lo spirito de L’Aquila e degli Aquilani e lì attivare la spinta creativa dell’arte che porterà il fermento della rinascita, con l’essenziale contributo dei giovani studenti che provengono da tutto il mondo.</p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584544192692 liquid-row-shadowbox-6912a3684f83a"><div class="ld-container container-fluid"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6912a3684fa94"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_carousel_6912a3684fc9a .flickity-prev-next-button svg{stroke:rgb(255, 255, 255);}.ld_carousel_6912a3684fc9a .flickity-prev-next-button{color:rgb(255, 255, 255);background:rgba(0, 0, 0, 0.3);height:62px !important;width:40px !important;}.ld_carousel_6912a3684fc9a .flickity-prev-next-button:before{background:rgb(0, 0, 0);}.ld_carousel_6912a3684fc9a .flickity-page-dots{top:auto;right:auto;bottom:-25px;left:auto;}</style><div id="ld_carousel_6912a3684fc9a" class="carousel-container carousel-nav-floated carousel-nav-center carousel-nav-middle carousel-nav-md carousel-nav-rectangle carousel-dots-style1 ld_carousel_6912a3684fc9a">

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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> courtesy Gino Di Paolo</span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><div class="vc_row-full-width vc_clearfix"></div>
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		<title>Mario Airò</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/mario-airo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jan 2020 16:54:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[marioairò]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> Aprile 2010</span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6912a3685fbad h1{font-size:25px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a3685fbad .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a3685fbad">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Un’ode per la democrazia diretta</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6912a36860c23 h1{font-size:18px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a36860c23 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a36860c23">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>a cura di Pier Luigi Sacco</em></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div>
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
		<div class="wpb_wrapper">
			<p class="project_content" style="text-align: left;">Mario Airò con Edoardo Gaudieri, Franco Lorenzi e Matteo Ludovico</p>
<p class="project_content" style="text-align: left;"><em>“Gridaro tucti insieme la città facciamo bella”</em><br />
Frase storico-leggendaria riferita alla fondazione della città dell’Aquila.</p>
<p class="project_content" style="text-align: left;">Gridaro: una voce unisona e perentoria<br />
Tucti insieme: la coralità delle voci della comunità – non i suoi rappresentanti<br />
La città<br />
Facciamo: visto che è riferito alla fondazione vuol dire costruiamo/progettiamo<br />
Bella: perché è qui che poi viviamo</p>
<p class="project_content" style="text-align: left;">Per questa manifestazione erano stati pensati altri tre progetti, il primo immediatamente scartato per impossibilità realizzative (si voleva rendere agibile un luogo interno – la scelta era caduta sul Cinema Massimo – in modo da riportare una pala d’altare dal deposito dei beni del Museo in città. Voleva essere una rifondazione – di memoria un po’ medievale, un po’ arcaica – come la consacrazione del luogo di tradizione romana), gli altri due bloccati per non fattibilità in quanto richiedevano di intervenire nella ‘zona rossa’ (uno prevedeva di riaccendere l’insegna della profumeria di Via Sallustio, metterci un suonatore di clarino a suonarvi sotto e trasmettere questa immagine in tempo reale sul corso: un piccolo segno a dire che nella città “vecchia” ancora ci sono energie, ancora ci si innamora, ancora si fanno serenate. Il secondo voleva riaccendere tredici finestre al primo piano di Via Garibaldi – al momento la via più buia della città – e di scrivere sul pavimento – come segnaletica stradale – la scritta di fondazione/rifondazione, a indicare la volontà di persistere nella città). Il laser che vedete sarebbe stato diverso se questi progetti fossero stati realizzati – sarebbe stato solo il segno astratto del respiro della città che si risolleva.<br />
L’Aquila 5 aprile 2010<br />
<em>Mario Airò</em></p>
<p class="project_content" style="text-align: left;"><strong><span style="font-size: 24px;">Fare-spazio</span></strong></p>
<p class="project_content" style="text-align: left;">Nel breve testo L’arte e lo spazio del 1969 Martin Heidegger, apprestando delle riflessioni sulla natura della scultura, si sofferma sul concetto di spazio, osservandone il carattere duplice di presenza-assenza, interrelazione tra “luogo” e “contrada”, tra appartenenza e “libera vastità”, che si unisce alla concezione del tempo come “tempo-atmosfera” o “tempo-della-vita”, “maturazione”, precedentemente elaborata nel famosissimo saggio Essere e tempo.<br />
“Lo spazio – appartiene al dominio di quei fenomeni originari che, secondo quanto dice Goethe, al loro contatto provocano nell’uomo una sorta di paura che si impadronisce di lui fino all’angoscia? Infatti dietro lo spazio, a quanto pare, non vi è nulla cui esso possa essere ricondotto. Di fronte ad esso non è possibile distrarre la propria attenzione verso qualche altra cosa. Ciò-che-è-proprio dello spazio deve mostrarsi da se stesso. Ma ciò-che-è-proprio dello spazio lo si può ancora dire?” e più avanti, invitando all’ascolto del linguaggio: “Nella parola spazio parla il fare – e lasciare – spazio. Il che significa disboscare, dissodare. Il fare-spazio porta il libero, l’aperto per un insediarsi e un abitare dell’uomo. (…)<br />
Fare-spazio conferisce la località che appresta di volta in volta un abitare. (…)<br />
Fare-spazio è libera donazione di luoghi.<br />
Nel fare-spazio parla e si cela al tempo stesso un accadere”.<br />
Costruire e abitare in tedesco hanno la stessa radice, che è anche quella di essere.<br />
Seguire il percorso del lavoro di Mario Airò all’Aquila mi ha spinta a cercare e rileggere queste pagine. Trovavo connessioni dirette tra gli spazi devastati dal sisma, i resti, le macerie, il lavoro che l’artista vi avrebbe dovuto svolgere e lo scritto di Heidegger. Sentivo la città, così vuota e silenziosa, come un possibile campo di attivazione di tali presupposti.<br />
Gli interventi dell’artista, maturati attraverso il dialogo e la collaborazione con alcuni studenti dell’Accademia di Belle Arti locale e lunghe passeggiate nella ‘zona rossa’, hanno cercato di dar forma a delle possibilità per la città, suggerite da questa stessa.<br />
La necessità di attivare un pensiero d’azione che non rispondesse solo alle esigenze momentanee dettate dall’iniziativa in corso, ma che provasse a essere un gesto di penetrazione nella coscienza collettiva ha fatto sì che gli stessi edifici devastati dell’Aquila venissero scelti come luogo su cui agire, da cui idealmente partire per fare arte e quindi, soprattutto, cultura. L’istanza che pervade queste azioni è quella di affrontare la situazione attuale della città ascoltandone il respiro e andando in avanti, per valutare schiettamente le circostanze e pensarle attivamente, senza sentimentalismi o spettacolarizzazioni, con un ottimismo progettuale distante dalle evidenti strumentalizzazioni in atto e sperando di veder sorgere presto quel laboratorio delle idee di cui la città necessita per la sua ricostruzione.<br />
Di tre progetti elaborati dall’artista insieme ai ragazzi dell’Accademia, solo uno è stato portato a termine.<br />
Da parte dell’amministrazione comunale non è stata ben compresa l’importanza dell’azione corale di questi tre interventi e, di conseguenza, non è stato possibile trovare qualcuno che si assumesse la responsabilità di concedere i permessi necessari per realizzarli.<br />
Per risolvere questa situazione, Mario Airò e due dei ragazzi coinvolti hanno deciso di modificare l’unico dei progetti che era possibile portare avanti affinché, in qualche modo, potesse includere alcune idee degli altri e conferire ‘totalità’ all’intervento.<br />
Sui resti delle case del quartiere popolare di Fortebraccio, che si vedono affacciandosi dalla scalinata di fronte alla chiesa di San Bernardino, due linee di luce scorrono perpendicolari, incrociandosi con un movimento che va dal basso verso l’alto e da destra verso sinistra, segnando i volumi delle architetture e spezzandosi nel seguire lo spazio frastagliato dalle abitazioni e dal terremoto. Questi due segni luminosi, realizzati con un laser (strumento-icona della cultura pop di cui, secondo l’artista, è interessante servirsi in maniera altra), percorrono quel che resta del chiassoso quartiere come una carezza e, allo stesso tempo, come gesti che segnano “luoghi” e “contrade”, che penetrano e scompongono analiticamente un’immagine reale. Una scritta, poi, compare sulle case “Gridaro tucti insieme la città facciamo bella”, in una sequenza che, dapprima, parola per parola dalla strada sale verso l’alto, sopra i residui dei tetti e, quindi, scorre orizzontale da destra verso sinistra.<br />
La notte del 6 aprile chiunque si fermasse davanti a questa installazione seguiva tutto il percorso dei fasci luminosi, scandiva parola per parola la frase di fondazione della città come se in quel momento la stesse reimpiantando nella propria memoria.<br />
La stessa sera, accanto alla scalinata che introduce questa visione, è stato affisso un manifesto redatto dall’artista e dai ragazzi in cui vengono descritti e resi pubblici i progetti che non è stato possibile realizzare. Il laser che in quel momento sotto gli occhi degli spettatori scandiva la città, le sue parole di fondazione, ma al contempo si faceva carico delle forti problematiche politiche e sociali di questa nella sua ricostruzione, avrebbe dovuto essere, inizialmente, solo il segno del respiro della città. Quella sera, anche nel titolo, è diventato Un’ode per la democrazia diretta.</p>
<p class="project_content" style="text-align: left;">Già un’altra volta, con un semplice segno di sottolineatura del reale Airò ha dato forma a un’invisibile memoria tellurica. Ad Arco, una cittadina in provincia di Trento, ha, infatti, realizzato 5.500.000 anni fa, un laser che proiettava un fascio di luce verde direttamente sul fianco di una montagna. La linea che segnava la roccia era la proiezione del livello del mare prima della glaciazione, prima che il ghiaccio scivolasse giù allisciando la montagna. Nella notte, guardando quel segno evidente, ma allo stesso tempo evanescente, si aveva la sensazione di essere sott’acqua. Come spesso accade nei lavori dell’artista, è una memoria riposta che viene scoperta e resa sensibile per mezzo di un gesto minimo, misurato ed estremamente rigoroso.<br />
Non è l’invisibilità palese di una immagine che soggiace alla sua forma quotidiana ciò che Mario traduce: egli ne suggerisce di nuove, lascia intravedere nuove possibilità senza però indicarle paradigmaticamente, sostenendo che l’esperienza sia “parte del laboratorio mentale dell’artista, ed è fondamentale rispetto alla qualità del lavoro. La virtualità percettiva, inoltre, dona al lavoro una dilatazione dell’idea iniziale collegandola anche con cose distanti”.<br />
Ricordo, per concludere, ancora Heidegger e il suo concetto dell’uomo che vive, “vivendo-come-corpo” ammesso nello spazio “soggiorna già in anticipo in una relazione con il prossimo e con le cose”. Quando un artista realizza un’opera, prosegue il filosofo tedesco seguendo queste riflessioni, da forma all’invisibile.<br />
Lo spazio, che sembra immenso in questa città, non deve produrre immobilità: l’artista traduce nei fasci di luce, che “parlano e celano”, e nelle scritte che questi formano, tutte le esperienze e le relazioni propiziatorie a un fare-spazio. Così facendo, portando in luce la frastagliata evidenza della distruzione e accompagnandola con una frase positiva della tradizione, ha lasciato che le cose stesse parlassero della loro libera vastità e continua possibilità.<br />
<em>Matilde Galletti</em></p>

		</div>
	</div>
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		<title>Amarcord Tonino Guerra</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/tonino-guerra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Feb 2020 12:08:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[amarcord]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[tonino guerra]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<section class="wpb-content-wrapper"><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6912a3686662b"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6912a36866843"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_fancy_heading_6912a368669f9 h1{font-size:18px;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a368669f9 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a368669f9">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> Aprile 2019</span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584542420838 liquid-row-shadowbox-6912a36866d07"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6912a36866f06"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_fancy_heading_6912a36867085 h1{font-size:25px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a36867085 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a36867085">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Mostra omaggio al mondo visionario di un poeta</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6912a3686741f h1{font-size:18px;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a3686741f .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a3686741f">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>A cura di Antonella Muzi</em></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div>
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			<p>Una raccolta di preziose grafiche di Tonino Guerra, artista totale che sfugge alle definizioni perché è stato capace di calarsi in tanti ruoli mantenendo sempre la stessa forza visionaria e creativa.<br />
Partner di mostra è la Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre Onlus &#8211; nata nel 2004 con lo scopo di conservare, incrementare e rendere accessibile l’archivio di arte contemporanea e la biblioteca raccolti da Giorgio de Marchis durante la sua carriera di studioso e di critico d’arte &#8211; che in questa occasione apre per la prima volta i suoi spazi alle esposizioni temporanee.</p>

		</div>
	</div>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> courtesy Sergio Maritato</span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><div class="vc_row-full-width vc_clearfix"></div><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6912a3686ddca"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6912a3686e001"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
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			<p><span lang="EN-US">La mostra </span>racconta la visione di un artista che si scopre pittore da ragazzino, verso i dodici anni, poi arrivano l’esperienza della guerra, la prigionia, il ritorno in Italia, le raccolte di poesie e infine il cinema, a Roma, dove Guerra lavora come sceneggiatore insieme ai giganti del Novecento, tra cui Fellini, Rosi, Antonioni, Monicelli, Tarkovskji. E in questo vivere in un mondo popolato di immagini &#8211; narrative, fotografiche, poetiche &#8211; Guerra ha continuato a “scrivere” racconti anche attraverso il gesto pittorico. Durante tutta la sua vita ha sperimentato diversi linguaggi, dalla bidimensionalità della pittura con l’acquerello, i pastelli, le tecniche a stampa, alla tridimensionalità della scultura o dell’installazione con la ceramica, il ferro, il cartone, il legno. E poi arazzi, arredi spesso realizzati con il supporto di amici artigiani, oppure fontane, come quelle collocate a Cervia, Riccione o nella “sua” Santarcangelo. Le opere in mostra sono piccoli pensieri, capaci di trasportare in un mondo originario, essenziale, quasi a voler far recuperare il grado zero della visione, abituati come siamo a un sovraffollamento di immagini e di diversi linguaggi di comunicazione, spesso simultanei.</p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584544192692 liquid-row-shadowbox-6912a3686e3fc"><div class="ld-container container-fluid"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6912a3686e6e2"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_carousel_6912a3686e978 .flickity-prev-next-button svg{stroke:rgb(255, 255, 255);}.ld_carousel_6912a3686e978 .flickity-prev-next-button{color:rgb(255, 255, 255);background:rgba(0, 0, 0, 0.3);height:62px !important;width:40px !important;}.ld_carousel_6912a3686e978 .flickity-prev-next-button:before{background:rgb(0, 0, 0);}.ld_carousel_6912a3686e978 .flickity-page-dots{top:auto;right:auto;bottom:-25px;left:auto;}</style><div id="ld_carousel_6912a3686e978" class="carousel-container carousel-nav-floated carousel-nav-center carousel-nav-middle carousel-nav-md carousel-nav-rectangle carousel-dots-style1 ld_carousel_6912a3686e978">

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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> courtesy Natallia Znachonak</span></h1></div><style>.ld_fancy_heading_6912a3687720e h1{font-size:18px;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a3687720e h1 {margin-top:30px !important;  } .ld_fancy_heading_6912a3687720e .ld-fh-underline{height:2px;background:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a3687720e h1 {margin-top:30px !important;  } .ld_fancy_heading_6912a3687720e .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}.ld_fancy_heading_6912a3687720e h1 {margin-top:30px !important;  } </style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a3687720e">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"><span class="ld-fh-underline"></span> <a href="https://www.rivistamu6.it/wp-content/uploads/2020/08/amarcord-pieghevole.pdf">clicca qui per scaricare la brochure della mostra</a></span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><div class="vc_row-full-width vc_clearfix"></div>
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		<title>La cultura come motore di innovazione per il territorio</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/pierluigi-sacco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2020 09:28:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigisacco]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> a cura di Pierluigi Sacco.</span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6912a36879fc3"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6912a3687a2d2"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<p>La storia dello sviluppo locale a base culturale in Italia è lastricata di belle intenzioni e di tanti fallimenti, per lo più dovuti ad una carenza di cultura amministrativa che, nei casi migliori, ha avuto il merito di dare avvio ad un percorso di reale di cambiamento ma ha perso per strada il coraggio di perseguirlo fino in fondo, e nei casi peggiori lo ha pregiudizialmente rifiutato preferendo rifugiarsi nelle formule più immediatamente remunerative, dal punto di vista dell’immagine e del consenso, dei grandi eventi e del taglio dei nastri di strutture destinate prima o poi a soccombere sotto la scure della sostenibilità finanziaria.</p>
<p>In Italia mancano dunque esempi compiuti di sviluppo a base culturale, anche se certamente in alcuni casi, ad esempio Torino, si è fatta molta strada e si sono in ogni caso ottenuti effetti permanenti non trascurabili.</p>
<p>Ma cosa vuol dire in ultima analisi un modello ‘compiuto’? L’aspetto più importante da considerare è l’auto-sostenibilità del processo, che non vuol dire l’indipendenza dalle risorse pubbliche (alcune attività, soprattutto in settori come le arti visive, il patrimonio storico-artistico e lo spettacolo dal vivo non sono semplicemente non sono possibili senza risorse pubbliche), ma la sostenibilità politica dell’impiego di risorse pubbliche nello sviluppo a base culturale. Il che vuol dire soprattutto una comunità capace di riconoscere e apprezzare l’importanza di una simile traiettoria di sviluppo in tutte le sue implicazioni, comprese quelle economiche, sociali e di sviluppo umano, senza cadere nelle solite trappole retoriche della contrapposizione tra soldi alla cultura e soldi agli asili o ai servizi sociali.</p>
<p>Questo tipo di espedienti viene invece usato correntemente nell’arena del dibattito politico nel nostro paese per manipolare strumentalmente l’opinione pubblica, e il problema è che proprio perché manca quasi completamente una reale consapevolezza del contributo della cultura nel garantire, tra le altre cose, obiettivi fondamentali quali la qualità della vita, la coesione sociale e la capacità competitiva, tali espedienti si rivelano normalmente piuttosto efficaci. Il punto è che queste condizioni di sostenibilità mancano in Italia in primo luogo a livello nazionale – non a caso il nostro paese è l’ultimo nell’Europa a 28 per la spesa pubblica in istruzione e cultura: un dato quantomeno sconcertante che però, eloquentemente, non ha scosso più di tanto un’opinione pubblica forse ormai rassegnata allo stillicidio di primati negativi inanellati dal nostro paese negli ultimi anni.</p>
<p>E questo significa quindi che se qualcosa deve cambiare, questo può presumibilmente avvenire a partire da esperienze a livello locale rese possibili da una nuova generazione di amministratori disposti ad investire tempo ed attenzione nella comprensione del rapporto spesso contro intuitivo ed apparentemente elusivo tra cultura e sviluppo, a partire dall’aspetto fondamentale, e in Italia particolarmente trascurato, della partecipazione culturale attiva.</p>
<p>Capita così che anche quando si studiano gli esempi più interessanti, non li si comprendono proprio perché si tende a leggerne in maniera distorta soltanto gli aspetti che rispondono alla logica già familiare: il caso più eclatante è naturalmente quello di Bilbao, che porta tuttora molti amministratori locali a credere che la chiave del successo sia stata la costruzione di una architettura-feticcio capace di attirare folle di turisti, e non la creazione di un sistema di produzione fondato sul capability building e sullo stimolo dell’imprenditoria culturale e creativa.</p>
<p>Per capire queste dinamiche non si può decidere con approssimazione o per sentito dire come si fa normalmente in Italia quando si parla di politiche culturali. Occorre capire e conoscere davvero ciò di cui si parla. La nuova generazione di amministratori locali italiani che vorrà raccogliere davvero questa sfida deve quindi prepararsi a fare quello che fanno molti dei loro colleghi stranieri: documentarsi, dedicare tempo, riflettere. Senza una cultura amministrativa adeguata, lo sviluppo a base culturale in Italia non decollerà mai. E sarebbe probabilmente l’occasione perduta che rimpiangeremmo di più negli anni a venire. Perché negli anni a venire, che ci crediate o no, sarà soprattutto la cultura a fare la differenza, tra città e città, tra regione e regione, tra paese e paese.</p>

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		<title>Enzo Calabrese</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/enzo-calabrese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2020 09:06:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[impresa]]></category>
		<category><![CDATA[enzocalabrese]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Il tavolo come una piazza, il bicchiere come un palazzo</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6912a3687c2ad h1{font-size:18px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a3687c2ad .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a3687c2ad">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em><span style="font-size: 16px">a cura di Nicla Cassino e Giovanni Di Bartolomeo</span></em></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div>
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
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			<p>Architetto, docente e compasso d’oro 2014 con la lampada sampei: dalle architetture in-sostenibili del deserto, alla luce come stato emotivo, lo intervistiamo nel suo studio e tra un progetto internazionale, un mobile e una lampada ci racconta il legame con la quotidianità, la necessità di conoscere le persone e il ruolo della curiosità nel progetto.</p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584544006114 liquid-row-shadowbox-6912a3687c84a"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6912a3687cc6f"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_spacer_6912a3687ce11{height:32px;}</style>
<div class="ld-empty-space ld_spacer_6912a3687ce11"><span class="liquid_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6912a3687d0b1"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6912a3687d49c"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<p><strong>Nicla Cassino &amp; Giovanni Di Bartolomeo:</strong> Innanzitutto con chi stiamo parlando? Con un architetto o con un industrial designer? La città o il cucchiaio?</p>
<p><strong>Enzo Calabrese:</strong> Con un signore il cui nome è Enzo Calabrese! Mi imbarazza dire architetto o forse no. Mi definisco architetto perché un architetto fa tante cose. Il modo in cui guardo e penso a un oggetto è lo stesso che ho quando mi commissionano il progetto di un albergo. Il design è iniziato come un’esperienza parallela a quella dell’architettura. Nasco facendo o meglio provando a fare l’architetto e ci provo ancora. Non lo dico per falsa modestia, è che davvero vivo tutti i giorni con l’angoscia di non riuscire a fare al meglio questo mestiere. Per fuggire, di notte, ai problemi dell’architettura, ho iniziato a pensare a oggetti di design. Penso che il design sia una piccola architettura, che non è un’architettura ridotta, è solo una piccola architettura che inventa lo spazio se sta nello spazio, che sia essa una luce o più in generale un oggetto. Anche una forchetta o un bicchiere devono allestire un paesaggio quasi urbano se si considera il tavolo come una piazza. In definitiva mi piacerebbe diventare un architetto.</p>
<p><strong>N.C.-G.D.B.:</strong> In che momento ci si rende conto che un progetto funziona? Mi riferisco alla lampada Sampei, progettata con Davide Groppi, ma non solo.</p>
<p><strong>E.C.:</strong> Quando con Davide abbiamo visto l’immagine finale del progetto abbiamo pensato che fosse davvero bella, era solo una linea, ma era bella. E poi la vera conferma è arrivata, non tanto dai premi, ma dal mercato. Il mercato non è obbligato ad acquistare un prodotto. Quando è nata, il materiale è venuto per caso, io ero a decathlon e mio figlio ha rovinato una canna da pesca, così l’ho comprata e portata a casa. Ho tolto la carta colorata che la avvolgeva, l’ho vista ed ho pensato “accidenti questa fa paura, è lei”. Stavamo lavorando da due anni a Sampei, ma allora non si chiamava ancora cosi, avevamo provato diverse soluzioni che sembravano non funzionare. Era sempre troppo goffa o troppo rigida o troppo sottile. E invece la canna da pesca era sottile, ma funzionava. La puoi piegare in due e non succede nulla. Poi abbiamo lavorato un altro anno e mezzo alla base e al corpo illuminante. Alcuni oggetti sono come film indipendenti. Sampei è stato fin da subito un oggetto indipendente, catturava le riviste e la folla.</p>
<p><strong>N.C.-G.D.B.:</strong> La luce è un aspetto importante nella sua ricerca. In che modo la luce e la sua percezione influenzano il modo in cui viviamo uno spazio?</p>
<p><strong>E.C.:</strong> Io abito davanti al mare e dico sempre a tutti che non lavoro perché la luce riflessa della mia abitazione esposta a nord mi mette di buon umore. Vedo il sole che illumina le cose e creando ombra gli conferisce un’anima. È bello vedere la luce e riceverne il beneficio senza provare fastidio. Sono cresciuto a Brindisi abitando a piano terra e di fronte alla mia abitazione, a due metri di distanza, avevo un palazzo di otto piani. Sono cresciuto senza alcun tipo di luce, neanche quella riflessa. Ho inseguito la luce sempre ed ho capito che è un desiderio e uno stato mentale. Questo desiderio è diventato una ricerca. La luce è bellezza, conferisce senso alle cose e qualità allo spazio. La luce stacca completamente il senso di un oggetto dalla sua fisicità e lo porta a essere dimensione, sensazione e stato dell’anima.</p>
<p><strong>N.C.-G.D.B.:</strong> Lei è anche docente e ogni anno alleva giovani architetti coinvolgendoli nel suo studio. Quale qualità secondo lei dovrebbero avere i ragazzi per diventare architetti oggi? È sufficiente avere buone idee?</p>
<p><strong>E.C.:</strong> No, anzi, ritengo che sia il contrario. Lo vedo direttamente perché ho la fortuna, come docente, di frequentare ragazzi molto giovani. Ogni anno vivo un cambio generazionale e culturale che solo facendo questo mestiere puoi davvero interpretare, non c’è altro modo per farlo. È come avere uno specchio ampio di diverse culture. Gli unici ragazzi verso i quali sento che sta accadendo qualcosa sono quelli curiosi, ma sono pochissimi. Ci sono studenti di architettura che non hanno mai aperto un giornale. Internet mi permette di mandare un link con pagine e progetti che seleziono appositamente per loro sperando che si incuriosiscano e che ne guardino altri partendo da quello da me segnalato, questo purtroppo non accade quasi mai. Forse due studenti su ottanta, all’interno dei miei corsi, lo fanno. A volte fingendo di dover scrivere un libro chiedo quanti di loro hanno letto un articolo digitale o cartaceo nell’ultimo anno, pochi lo hanno letto, comprato una rivista quasi nessuno. Allora ti chiedi di chi sia la colpa. Qualcuno cambia, ma pochissimi su un numero molto elevato.<br />
Posso innescare in loro un meccanismo di curiosità, ma cambiare il loro carattere no.</p>
<p><strong>N.C.-G.D.B.:</strong> “Sustain what’s – L’equivoco dell’architettura sostenibile” è il titolo di un suo libro pubblicato nel 2012. Ma l’architetto è un abitante sostenibile della Terra?</p>
<p><strong>E.C.:</strong> Il titolo è chiaramente una provocazione, una licenza poetica. Sustain what’s nasce da una serie di esperienze professionali, come il progetto di una città completamente sostenibile per il governo di Abu Dhabi. Il progetto venne poi utilizzato per la città di Masdar, la prima città al mondo da costruire totalmente ad emissioni zero, era un progetto talmente costoso che dopo aver realizzato la prima parte si è fermato. In quel caso si trattava di una sostenibilità insostenibile. Alcune operazioni sono molto affascinanti, ma deliranti da questo punto di vista. Io ovviamente sono a favore della sostenibilità, ma bisogna capire di cosa<br />
stiamo parlando. Penso che anche la bellezza debba essere sostenibile, che il paesaggio debba esserlo, ma non dal punto di vista del verde, che chiaramente piace a tutti. Paesaggio sostenibile significa anche la capacità di non avere alberi lì dove non servono. A Malmö in Svezia è stato fatto un esperimento: una zona industriale è stata trasformata in una città.<br />
Ha funzionato perché sono stati in grado di pensare a una serie di cose riconoscibili, che si fanno alla velocità dell’uomo. La macchina non la prendi perché non ti serve, non perché è vietato e la prendi solo la domenica per fare una passeggiata in campagna.</p>
<p><strong>N.C.-G.D.B.:</strong> Ha mai progettato qualcosa di inutile?</p>
<p><strong>E.C.:</strong> Parli di oggetti o di edifici? Di oggetti si, c’è la collezione The Pebbles che all’interno ha un oggetto che si chiama addirittura Boh, mi chiesero a cosa servisse e risposi: “Boh, non lo so”! Eppure si tratta di un progetto esposto al Moma di New York.</p>

		</div>
	</div>
<div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div></div></div></section>
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		<item>
		<title>Vittorio Storaro</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/vittorio-storaro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2020 08:35:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[angelaciano]]></category>
		<category><![CDATA[vittoriostoraro]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Scrivere con la luce perché la luce è l’energia dell’immagine</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6912a3687f88e h1{font-size:18px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6912a3687f88e .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6912a3687f88e">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>a cura di Angela Ciano</em></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div>
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			<p>Non ama, anzi si offende, a essere chiamato “direttore della fotografia”, si sente piuttosto un “cinematografo”; non il luogo, si badi bene, derivante da un’errata traduzione degli anni cinquanta del secolo scorso della parola americana cinematographer, bensì la persona che lavora e concorre a realizzare un&#8217; opera cinematografica. Perché dice “un film è un lavoro corale che ha un solo regista e non un direttore della fotografia e un direttore delle parole”. Per vittorio storaro, sessanta film all’attivo e tre volte premio oscar per la migliore cinematografia (Apocalypse Now, Reds e L’Ultimo Imperatore), un film si scrive anche con la luce e per questo ha sempre parlato del suo lavoro come di “scrittura della luce”.</p>

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			<p><strong>Vittorio Storaro:</strong> Questa mia espressione sulla scrittura della luce deriva dal fatto che, facendo cinema, ho voluto ben distinguere la cinematografia dalla fotografia. La fotografia è una espressione su una singola immagine, di un singolo momento, la cinematografia, invece, ha bisogno di una serie di immagini, di un susseguirsi di esse, per dare il senso del movimento; quindi avendo un movimento ha anche un tempo che è il racconto del film con un inizio, uno svolgimento e una fine. Per questo siamo più vicini a un lavoro letterario, che può essere un romanzo o un racconto breve che ha bisogno di un tempo e di un ritmo. Quindi la Cinematografia si ottiene filmando insieme: l’immagine, la musica e la lettera- tura&#8230; le varie Arti. Insomma io devo raccontare visivamente quella che è la storia del film, per questo credo che la “Scrittura con la luce” sia l’espressione più giusta per raccontare visivamente la storia del film.</p>
<p><strong>Angela Ciano:</strong> Dunque la luce è una parte importante, si può dire fondamentale, per scrivere il cinema?</p>
<p><strong>V.S.:</strong> La luce secondo me è l’Energia fondamentale dell’immagine, in quanto senza la luce l’immagine non si vedrebbe. Basta seguire le teorie dei grandi scienziati come Albert Einstein, quando scrive la formula E = m.c2. l’Energia è Materia che si muove a una certa velocità, in ogni parte di materia vi è contenuta una energia e viceversa. Isaac Newton, tra- mite la scomposizione della Luce con un semplice prisma di vetro, ha visto come l’ energia visibile, “La Luce Bianca”, che passa da un mezzo di una certa densità a uno di una densità diversa, si divide in varie frequenze che lui ha distinto a occhio come “I colori”, che risommandoli insieme riformano la luce bianca. Come diceva Leonardo, i colori sono i figli dell’ombra e della luce. Nell’esprimerci, noi usiamo quelli che sono i rapporti tra l’oscurità e la luce, cogliendone tutti quei passaggi che, attraverso un tipo di vocabolario visivo, che va dal nero al bianco passando per i vari colori, ci permette di visualizzare una storia. Come un letterato usa le parole o un musicista usa le note, noi possiamo visualizzare un concetto attraverso la “Scrittura della Luce”, producendo un’emozione che a volte è latente e inconscia a volte, invece, si percepisce non soltanto con gli occhi ma anche con tutto il corpo, perché usiamo energie di varie lunghezze d’onda che arrivano sul nostro corpo che le subisce e reagisce, variando il metabolismo, le pulsazioni, la pressione sanguigna. Quindi senza la luce, senza la sorgente luminosa non esiste né l’immagine, né la fotografia né il cinema.</p>
<p><strong>A.C.:</strong> Maestro lei in tanti anni di esperienza straordinaria come ha utilizzato la luce?</p>
<p><strong>V.S.:</strong> Io inizialmente ho fatto una serie di studi tecnici, perché le scuole di fotografia insegnano l’arte del vedere tramite fondamentalmente la tecnologia, soltanto approfondendo gli studi singolarmente, con la conoscenza di tutte le arti, si entra nella filosofia, nella simbologia ecc&#8230; ecc&#8230; Chiamiamo il cinema “La decima musa” &#8230;. perché il cinema si nutre delle altre nove ispirazioni, delle altre nove muse enunciate da Platone. Il cinema è formato dalla letteratura, dalla scenografia, dalla musica, dalla filosofia, dalla pittura ecc&#8230; per cui soltanto avendo un equilibrio tra la conoscenza tecnologica e i significati della visione, si potranno ottenere dei risultati equilibrati in Cinematografia.<br />
Conoscere come si realizza l’immagine attraverso gli strumenti tecnologici e sapere il tipo di reazioni dell’animo umano di fronte a certe immagini, creative e visionarie, si può esprimere in modo ampio e profondo un concetto scritto attraverso un concetto visivo.</p>
<p><strong>A.C.:</strong> Non a caso dicevo l’arte si è sempre nutrita dell’elemento della luce, Caravaggio piuttosto che molti artisti contemporanei usano la luce come elemento creatore dell’opera d’arte&#8230;.</p>
<p><strong>V.S.:</strong> Ogni periodo storico si è espresso tramite le varie arti, pensiamo quanto sia stata fondamentale la filosofia nell’antica Grecia, quanto l’architettura sia stata fondamentale in epoca romana, come la pittura sia stata importante nel rinascimento, la musica nel settecento, la letteratura nell’ottocento e quanto le arti visive moderne, come la fotografia, il cinema, la televisione ecc&#8230; hanno caratterizzato tanti secoli, sino a quelli che stiamo vivendo. L’uomo ha sempre avuto bisogno di esprimersi tramite l’immagine, lo ha fatto nelle caverne, con i mosaici, con la pittura su legno o su tela, su un’emulsione fotografica e poi sulla pellicola ha cambiato tutti gli elementi e i supporti tecnici a disposizione, ma quello che è rimasto è sempre il pensiero umano, l’intuizione, la volontà di esprimere un concetto tramite un mezzo visivo. L’arte, quella di Giotto, considerato il padre dell’arte moderna, o quella di un pittore fiammingo, andando avanti nei secoli di un artista come Jan Vermeer che si è espresso con luci più soffuse, o Caravaggio che, spostandosi da Milano a Roma, ha vissuto in prima persona il cambiamento verso una visione totalmente diversa e ha intuito che tramite il rapporto tra l’Oscurità e la Luce solare, riusciva a dare dei simbolismi molto forti, a rappresentare il rapporto tra l’Umano e il Divino. L’uomo è arrivato all’arte moderna, sempre cercando di portare avanti questo ragionamento sulla Luce. Uscendo dal figurativo e andando verso l’astratto si è sempre comunque tentato di dare un’emozione. Alcuni artisti di fronte a una tela vuota, non sono riusciti a trovare nessun tipo di espressione, qualcuno come Lucio Fontana ha fatto addirittura un taglio su di essa; tutto questo vuol dire che in quel momento una generazione di artisti si è trovata di fronte al fatto di non sapere esprimere altro che quel tipo di concetto, o il nulla, o la mancanza ispirativa; tutto ciò corrisponde a un periodo storico in cui gli artisti si sono espresse in quel tipo di modo. Mark Rothko non fa altro che dipingere quadri di un unico colore&#8230; tra- smette le sue emozioni tramite tonalità cromatiche. Io, amante del figurativo, le considero delle prove cromatiche, ma esse rappresentano l’espressione di questo tempo. Certo una cosa molto diversa dalla pittura figurativa di certi straordinari e meravigliosi personaggi &#8230; Leonardo lavorava anni su un quadro per portare avanti quello sfumato, quella penombra in cui lui esprimeva tutte le reazioni dell’epidermide o l’emozione di un viso, tanto è vero che al museo del Louvre c’è la coda davanti a un piccolo quadro che si chiama “La Gioconda” rispetto a tante altre opere anche importanti in cui uno passa davanti e le annota come espressione di un singolo momento; il motivo è che quel piccolo capolavoro riesce a trasmettere una grande emozione. Onestamente spesso davanti all’arte moderna mi ritrovo freddo a guardarla, la stimo perché capisco che è l’espressione di una singola mente ma non sempre mi riesce a trasmettere le emozioni dell’arte figurativa &#8230;. forse la mia mente, la mia cultura non si è evoluta per apprezzare certi artisti moderni. Guardando pensando all’arte figurativa, penso spesso a come si può illuminarla in una esposizione, un museo. Rimango spesso esterrefatto girando nei musei internazionali, quando vedo che questo lavoro viene fatto da professionisti che non sempre conoscono la luce e la sua forza, l’emotività, la simbologia e la possibilità espressiva che essa può trasmettere rispetto a un elemento statico come può essere un’opera pittorica o un’opera scultorea. Per una scultura si può pensare a una giusta illuminazione, sappiamo benissimo che da Michelangelo, a Bernini, a Canova ecc&#8230; qualsiasi scultore pensava a realizzare la sua opera rispetto al luogo dove veniva esposta e quindi a che tipo di luce poteva illuminarla. Un dipinto invece, essendo bidimensionale, non ha questa prerogativa, la cosa fondamentale è di poterlo mettere in primo piano rispetto allo sguardo dello spettatore pur rispettando la conservazione dell’opera. In genere si tende a illuminarlo con sorgenti luminose che hanno un tipo di tonalità cromatica simile alla luce del giorno, come a proseguire un percorso della luce del giorno anche di sera o negli inverni, con la luce artificiale. Non amo in generale questo tipo di scelta, penso che l’illuminazione di un’opera d’arte dovrebbe essere tale da esaltare tutte le sue caratteristiche espressive. Le opere andrebbero viste nel modo più vicino possibile alla loro ideazione: Goya preferiva illuminare con le candele i suoi quadri e quindi preferiva la luce notturna, Caravaggio dopo aver assistito a una decapitazione (quella di Beatrice Cenci) illuminata di notte da bracieri, ha cambiato il modo di illuminare le sue opere, per realizzare la “Giuditta e Oloferne”, io credo che abbia chiuso la luce naturale della finestra a cui era abituato e acceso una lanterna a olio per ritrovare il sentore, la drammaticità, quel tono cromatico simile a quell’emozione che lui aveva provato vedendo la decollazione di Beatrice Cenci. Noi estraiamo una porzione di spazio, dalla realtà, e lo poniamo in una tela, in un mirino di una macchina fotografica o cinematografica ecc&#8230; e proprio in questa porzione di spazio, attraverso la parola “composizione” esprimiamo una opera personale, una “Opera d’Arte”. Conoscenze che fanno capire come potrebbe essere illuminato un quadro a seconda di come è stato pensato; andando a vedere “La Camera degli Sposi” a Palazzo Ducale a Mantova notiamo che la luce con cui Mantegna ha illuminato i vari personaggi è la stessa luce soffusa e morbida luce laterale che viene dalla finestra di quella stanza che illumina la parete su cui è dipinto l’affresco&#8230; e dopo di lui lo ha fatto Leonardo ne “Il Cenacolo”, perché hanno fatto questo? Penso per dare una sensazione che quei personaggi appartengano a quel luogo e quindi sono illuminati con la stessa luce che illumina la parete in cui è dipinto l’affresco.</p>
<p><strong>A.C.:</strong> Queste conoscenze si possono e si utilizzano anche per illuminare i monumenti&#8230;</p>
<p><strong>V.S.:</strong> Ci sono varie possibilità, nell’archeologia e nell’architettura, specialmente in una facciata c’è la possibilità di illuminare come fa la luce del giorno, ma questo secondo me è un grande errore perché non si riuscirà mai a eguagliare la luce naturale del Sole e le varie luci che i momenti della giornata ci danno, quindi penso sia più giusto interpretarla, immaginandola. Prima dell’invenzione della Luce Elettrica, con il calare del giorno si illuminava gli ambienti con torce o con lanterne, quindi si può illuminare cercando di ricostruire una ipotetica luce artificiale della stessa epoca del monumento, oppure si può, ed è quello che io amo fare, cercare di dare un’ interpretazione di quei luoghi rispetto a chi li ha costruiti e per quale ragione sono stati costruiti cercando, tramite il linguaggio della luce, di dare una raffigurazione o un’interpretazione che distingua quell’opera, questo concetto ha guidato il lavoro che abbiamo fatto insieme a mia figlia Francesca per illuminare i Fori Imperiali a Roma. In questo progetto abbiamo cercato di interpretare la storia di questo monumento tramite il linguaggio della luce distinguendo attraverso la direzione o la diversità cromatica, il tipo di emozione che esso a distanza di secoli ancora trasmette, questo è quello a cui io credo di più&#8230;</p>
<p><strong>A.C.:</strong> Un’ultima riflessione, oggi gli “Autori della fotografia cinematografica” hanno a disposizione tecnologie completamente diverse da quelle che si utilizzavano solo alcuni anni fa, questo come ha cambiato il lavoro?</p>
<p><strong>V.S.:</strong> La tecnologia ci aiuta a essere più snelli, rapidi e a capire meglio noi stessi. Le faccio un esempio, io ho fatto sessanta film di cui 59 girati su pellicola, in un set ero l’unico, come tutti i miei colleghi, che poteva dire &#8230;conosco come sarà questa immagine&#8230; quando ci tornerà dal laboratorio sviluppata e stampata. Un ritorno che poteva accadere con tempo variabile anche di settimane se si era in posti come la Cina, in questo tempo c’era sempre un po’ di ansia e mistero, se quel tipo di immagine che avevo in mente fosse stata realizzata come l’avevo pensata, tramite le tecnologia che avevo a disposizione. L’ultimo film che ho fatto è stato registrato “In digitale” insieme al regista Woody Allen. Abbiamo utilizzato una videocamera SONY F 65, che registra immagini di alta qualità su un hard disk che ci ha dato la possibilità di vederle in tempo reale, su un monitor ad alta definizione. Abbiamo così potuto lavorare vedendo esattamente quello stavamo facendo nel momento in cui lo facevamo, non il giorno dopo o due settimane dopo. Con le nuove tecnologie digitali possiamo vedere il nostro stesso pensiero e siamo in grado, nel vederlo, di poterlo modificare nel momento in cui lo stiamo realizzando, questa è la grandezza e la distinzione che c’è tra il prima e l’adesso. In realtà siamo passati da un momento di innocenza e di mistero, a un periodo di coscienza e di consapevolezza della formazione dell’immagine. Credo che oggi dobbiamo essere più colti nella conoscenza dell’immagine e su come modificare quell’immagine per dare quell’emozione di cui quella sequenza e storia hanno bisogno. La necessità è ovviamente conoscere la storia, la tecnica e i significati della visione, dobbiamo sapere se aumentiamo quella luce, quel contrasto o quella cromaticità che tipo di emozione può dare quell’immagine rispetto alla storia che stiamo raccontando. Vedere immediatamente quello che stiamo facendo aiuta il nostro lavoro, ma semper abbiamo bisogno di una IDEA centrale che ci permette di visualizzare una storia.</p>
<p><strong>A.C.:</strong> Per concludere Maestro, 2015 anno internazionale della luce, una sua definizione della parola luce?</p>
<p><strong>V.S.:</strong> io credo che la luce sia “La conoscenza”, che ci da la possibilità di un rapporto tra le persone e quindi è anche “Amore”; l’amore&#8230; non è altro che Energia. L’energia cosa è? &#8230; Non è altro che la luce.</p>

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