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L’Auditorium del parco che dialoga con la città intorno.

a cura di Angela Ciano.

E’ uno stradivari poggiato nel parco. Uno strumento dalla cassa armonica perfetta, realizzato con il legno migliore al mondo che da qualche settimana fa bella mostra di sé nel Parco del Castello. L’Auditorium di Renzo Piano filamente è realizzato anche se L’Aquila e gli aquilani aspettano di poterlo fruire. Nostante sia ancora chiuso, si stanno ultimando i camerini, quei tre cubi colorati “come tre dadi lanciati sul prato” (sono parole dello stesso Piano) sono già meta imprenscidibile e privilegiata di tanti cittdaini che hanno ricominciato a vivere il grande polmone verde e anche di tantissimi turisti ancora attirati dall’eco della tragedia del 2009.

Avevamo incontrato Renzo Piano due anni fa, all’inizio del 2010, L’Aquila e i suoi abitanti erano ancora increduli per quello che era accaduto meno di un anno prima e uno dei più grandi architetti del mondo aveva voluto incontrare gli amministratori di questa città per portargli un dono. Un gesto d’amore. Un suo progetto per un Auditorium temporaneo. Una casa per la musica per una città che aveva perso ogni riferimento sopratutto culturale. A MU6 aveva rilasciato una lunga intervista dove spiegava il suo progetto che, dopo due anni e mezzo, è finalmente realtà. Una realtà però che la città aspetta di poter vivere. L’auditorium del parco all’Aquila firmato da Renzo Piano, anzi dono del grande maestro dell’architettura contemporanea e dalla Provincia autonoma di Trento alla città ferita da un grave terremoto è da poco patrimonio degli aquilani e di tutti coloro che vorranno fruirlo: la città contemporanea, nuova e all’avanguardia che dialoga con l’antica con il vicino Forte Spagnolo e ricomincia proprio da qui; insomma l’idea di Piano di mettere proprio nel parco del castello il suo magnifico oggetto architettonico per riavvicinare i cittadini al centro storico dell’Aquila sembra stia funzionando. Per questo il giorno dell’inaugurazione il grande architetto che ha firmato progetti in tutto il mondo era visibilmente emozionato e molto felice “Perché – dice – per me questo Auditorium è come l’ultimo figlio nato, si hanno verso di lui più cure ed attenzioni; per questo oggi lo consegnamo simbolicamente al sindaco di questa città ma vigileremo affinché sia trattato bene. Sia fatta la necessaria manutenzione”. E soprattutto sia vissuto perché alla gente piace questo strano edificio fatto di listelli di legno colorato che si articola nello spazio attraverso spigoli e scorci prospettici taglienti; piace perché fa respirare un’altra aria non più quella di città di provincia; piace perché dialoga meravigliosamente con uno dei monumenti simbolo di questo territorio e dell’intera Italia: il Forte Spagnolo “ Ma questo è un fatto voluto e non c’è competizione tra i due – ci racconta ancora Renzo Piano – perché il Castello è un elemento straordinario antico forte e potente mentre questo auditorium è un oggetto fragilissimo fatto di giochi di colori, nascosto dagli alberi e che, quando non servirà più, si potrà smontare e portare via in un altra zona della città; quindi non si mette in competizione ma dialoga con il vicino Forte Spagnolo. Ma è un dialogo onesto e franco sennò sarebbe stato un errore”. Dunque un racconto che continua tra il passato glorioso di questa città e una modernità che si spera possa diventare altrettanto importante e che si esplica in questo confronto tra la pietra e il legno. Tra il pieno del Castello e il “vuoto” dell’Auditorium “… quando si fa il restauro di un affresco – continua Piano – se c’è un pezzo mancante si lascia un vuoto quindi ho pensato a questo oggetto come ad un vuoto; il castello è il castello, l’auditorium invece si mette in disparte fra gli alberi è fatto di un materiale come il legno, così fragile e temporaneo per sua natura; in più arricchito da questo gioco cromatico che è come un concerto. Tutto questo è voluto perché questo dialogo sia franco, onesto, tollerante”… come predicava Celestino V il Papa aquilano di adozione che visse nel XIII secolo e che è sepolto all’Aquila nella Basilica di Collemaggio “questo lo avevo dimenticato – ribatte Piano – adesso però la citazione me la rivendo.”

Mentre intervistiamo Piano guardiamo questo edificio che si staglia contro un cielo azzurrissimo, i mitici cieli ottobrini dell’Aquila sono di un azzurro che non ha eguali, e gli chiediamo cosa lo ha ispirato? “L’ispirazione è venuta da più parti intanto dal legno perché molti strumenti si fanno di legno, la cassa armonica è di legno, il legno ha una frequenza propria in più questo è un legno straordinario il legno della Val di Fiemme che da sempre è usato per gli strumenti musicali; poi nell’idea ha giocato molto il concetto della temporaneità, naturalmente si voleva fare qualcosa che non si mettesse in competizione con il Forte e con il resto della città, insomma che dichiarasse con chiarezza la sua temporaneità il suo esserci in attesa che la città storica torni; infine il concetto di e sismicità, il legno è un materiale antisismico per natura e questa è una cassa assolutamente infrangibile. Il legno poi è una sorgente rinnovabile lei sa che tutto il legno usato qui le foreste di Trento lo riproducono in sei ore? Ogni giorno se ne potrebbero fare quattro di questi oggetti senza dilapidare le foreste e quindi è realizzato anche in termini di sostenibilità ambientale. Poi ci sono tante altre ragioni che mi hanno ispirato. Insomma questo è un oggetto con cui si può giocare. All’interno per esempio, questo rosso si accende gioca con il suono, all’esterno invece è un codice colore, il codice di montaggio dei listelli che facilitava la costruzione ci è piaciuto talmente tanto che lo abbiamo tenuto proprio come elemento timbrico ed allora si vede che questi colori giocano, flirtano con gli alberi e con le foglie degli alberi, d’altronde i colori li abbiamo rubati da li visto che c’eravamo; e badate che non sono dipinti questo è un legno intriso di colore”.

Insomma quella di Renzo Piano è una presenza importante per una città che disperatamente cerca di non perdere la sua identità e al contempo vorrebbe trovarne una nuova per riallacciare il filo della storia tanto drammaticamente interrotto “Credo che il nostro piccolo contributo all’Aquila lo abbiamo dato e torneremo spesso qui a vedere come il sindaco terrà questo oggetto, se farà la pulizia degli spazi attorno, etc.” Ma lei come lo vede il futuro di questa città? “Il futuro – conclude Renzo Piano – adesso è il restauro degli edifici storici esistenti”. Un lavoro che non ha bisogno di grandi nomi dell’architettura perché come dice lo stesso Piano “si sa benissimo come restaurare gli edifici c’è una sapienza tutta italiana del restauro, dico solo che deve essere un restauro non leggero perché alcuni edifici sono pesantemente lesionati ma tollerante, deve tollerare la presenza del presente se mi passate il gioco di parole; ci vuole una diagnostica molto attenta per capire meglio e decidere che tipo di intervento di recupero fare ma a questo punto la strada della ricostruzione è presa….” Non può non fare un accenno l’architetto Piano a tutto il lavoro che all’Aquila c’è ancora da fare poi però torna al suo auditorium che giudica bellissimo “È bellissimo – conclude sorridendo – poi per me è l’ultima creazione, mi sento come un padre che ha più attenzioni verso l’ultimo nato, quindi questa, tra le mie creazioni è quella più amata”.