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	<title>musei Archivi - mu6</title>
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		<title>SCUSI, MA E&#8217; ARTE QUESTA?</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/scusi-ma-e-arte-questa-in-ricordo-di-giorgio-de-marchis/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Nov 2021 15:02:01 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Arte]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<section class="wpb-content-wrapper"><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584542420838 liquid-row-shadowbox-69126ecf26eec"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-69126ecf317b8"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_fancy_heading_69126ecf31960 h1{font-size:25px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_69126ecf31960 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_69126ecf31960">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>In ricordo di Giorgio De Marchis, un critico fuori dagli schemi</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_69126ecf3241c h1{font-size:18px;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_69126ecf3241c .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_69126ecf3241c">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <span style="font-size: 14px"><em>Di Barbara Olivieri</em></span></p>
<p><em><span style="font-size: 12px">archivista e storica dell’arte della Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre</span></em></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div>
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			<p>Lo scorso giovedì 14 ottobre 2021 si è tenuto all’Aquila, presso il Teatro dell’Accademia di Belle Arti, il convegno “Omaggio a Giorgio de Marchis”. L’iniziativa, promossa dall’Accademia e dalla Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre – ONLUS, è stata curata da Barbara Drudi, docente di storia dell’arte contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti, e da chi scrive*, con la collaborazione del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi dell’Aquila.</p>
<p>A inaugurare la giornata i saluti delle direttrici delle due istituzioni, Maria D’Alesio per l’Accademia e Diana Di Berardino per la Fondazione de Marchis. A seguire un mio intervento introduttivo di Giorgio de Marchis, dei cenni biografici rapidi, un racconto che ho scelto di condurre sulla linea del tempo, ma senza ridurlo unicamente ad un susseguirsi di eventi. Ho cercato di restituire la vivacità intellettuale e le molteplici esperienze che portarono Marcello Venturoli nel 1968 a definire de Marchis <em>uno straordinario minotauro fra l’Abruzzo e Parigi, anzi New York</em>.</p>
<p>La Direttrice della Fondazione de Marchis, Diana Di Berardino, ha raccontato della ostinata volontà di Giorgio di lasciare alla propria città d’origine un’istituzione culturale a suo nome, pronta a promuovere e sostenere lo studio e la ricerca, mettendo a disposizione volumi e documenti rari e unici nel loro genere, che raccontano la storia dell’arte degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta del secolo scorso. Gli organi costitutivi, un consiglio di amministrazione e un consiglio scientifico, vigilano sulla gestione del patrimonio e sulle attività culturali, sebbene Giorgio abbia imposto una linea rigorosa e di alto profilo scientifico attraverso il suo esempio e la sua carriera.</p>
<p>Maria D’Alesio, attraverso la documentazione conservata presso l’Accademia di Belle Arti, ha ricostruito l’esperienza di de Marchis come docente nei primi anni di attività dell’istituzione, quando alla direzione c’era l’artista Piero Sadun (1969-1974). La sessione si è chiusa con il brillante intervento di Livia Velani, storica dell’arte, una tra le prime collaboratrici di Giorgio de Marchis in Galleria Nazionale. Il suo è stato un contributo carico di ricordi e di intimismo, racconti legati alle prime esperienze di lavoro al museo di Valle Giulia e al viaggio in Giappone. Indubbiamente una testimonianza, la sua, che ha contribuito a delineare un ritratto di Giorgio attraverso gli aspetti più ironici e ludici della sua personalità.</p>
<p>La sessione pomeridiana è stata aperta da Giuseppe Di Natale, docente di arte contemporanea presso il Dipartimento di scienze Umane dell’Università degli Studi dell’Aquila, che si è occupato del ruolo di Giorgio de Marchis come critico d’arte fuori dalla Galleria nazionale di Arte Moderna, concentrandosi sul rapporto con Pino Pascali e la sua arte. Barbara Drudi ha, invece, posto l’attenzione su due artisti ai quali de Marchis ha dedicato varie pubblicazioni nel corso della sua carriera: Giacomo Balla e Ettore Colla. Interessante la disamina sulla posizione critica di de Marchis rispetto al ruolo dell’anziano Balla nell’ambito dell’astrattismo italiano degli anni Cinquanta.  Ha preso poi la parola Elisabetta Sonnino, restauratrice e docente presso l’Accademia, che ha condiviso con de Marchis gli spazi di Palazzo de Marchis già Simeonibus come affittuaria. Insieme hanno parlato di arte e dinamiche artistiche, ma soprattutto di restauro dell’arte contemporanea. Ha chiuso la giornata di confronto e studio Massimo Fusillo, docente di letterature comparate presso il</p>
<p>Dipartimento di Scienze Umane. <em>Il poeta, il ragazzo, la ragazza</em> <em>a Roma d’inverno nel 27 a.C.</em>; <em>Il pittore, l’umanista e il cagnolino; Dell’abitare</em>. Sono questi i titoli dei piccoli “libriccini” che de Marchis ha scritto dopo la pensione, pubblicati da Sellerio e Einaudi. Brevi ma preziosi scritti di carattere letterario, dai quali emerge la formazione di Giorgio de Marchis, un filologo classico approdato all’arte contemporanea. Dunque attenzione alle parole, ricerca, raffinatezza e storie che si sviluppano attraverso la letteratura classica, Ovidio in particolare, la pittura veneziana, Carpaccio, e riflessioni sullo spazio, uno spazio caro e quotidiano, come quello di una casa.</p>
<p>Una giornata proficua, piena di riflessioni e domande, carica di confronti e di stupore rispetto a un personaggio eclettico, ironico, pungente, curioso. Uno studioso, un critico, uno storico dell’arte che non si è limitato a conoscere la propria materia di interesse ma che ha saputo valicare confini per cercare punti di contatto e connessioni dalle quali sono sempre scaturite nuove idee e nuovi punti di vista. Tutto questo pur rimanendo sempre coerente con la propria formazione e il proprio pensiero.</p>

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		<title>CON IL PROGETTO RE_PLACE L’AQUILA VOLA A KYOTO</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/re_place_kyoto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Sep 2021 13:59:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[musei]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>La selezione di opere d’arte contemporanea di Re_Place è stata selezionata per il Convegno Internazionale “Invisible Reconstruction” in Giappone</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_69126ecf33bbb h1{font-size:18px;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_69126ecf33bbb .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_69126ecf33bbb">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>A cura di Redazione</em></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div>
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			<p>Il 1 settembre si è tenuto a Kyoto il Convegno Internazionale “Invisible Reconstruction” organizzato dall’University College of London, dall’Università di Sassari, dalla Ritsumeikan University e dall’Università dell’Aquila, fruibile on line causa Covid.</p>
<p>Il prestigioso simposio è nato con lo scopo di proporre risposte interdisciplinari nei contesti che hanno subìto disastri naturali, biologici o causati dall’uomo. Suddiviso in 5 sessioni che spaziano dall’ambito sociale a quello artistico, da quello educativo al tecnologico, il convegno ha visto la partecipazione di importanti nomi della ricerca internazionale che daranno il proprio contributo sui temi della ricostruzione materiale e immateriale dopo una catastrofe.</p>
<p>A far parte dei contributi del Convegno è stata selezionata anche Re_Place, l&#8217;iniziativa ideata nel 2010 da Germana Galli per creare, nello scenario urbano in ricostruzione della città dell’Aquila, spazi per pratiche artistiche condivise, attraverso l’arte contemporanea. A presentarla per noi c&#8217;era Antonella Muzi che ha curato alcune delle edizioni di Re_Place (tra gli altri curatori Pier Luigi Sacco e Massimiliano Scuderi) e che così precisa &#8220;per noi è motivo di orgoglio che il Comitato Scientifico del Convegno abbia selezionato l’esperienza di Re_Place tra quelle che rappresentano al meglio, nel panorama internazionale, le opportunità di reazione ad una catastrofe. L’Associazione Amici dei Musei d’Abruzzo da sempre cerca di veicolare, attraverso la creatività contemporanea, contenuti educativi anche per promuovere il benessere sociale. Proprio su questo fronte l’Associazione sta collaborando al progetto pluriennale “Nuovi spazi per Emozionarci”, un progetto selezionato da ‘Con i Bambini’ nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile&#8221;.</p>
<p>Tante le esperienze condivise dai partecipanti al Convegno, in chiave multidisciplinare: dall&#8217;educazione alla tecnologia, del coinvolgimento delle comunità alla scuola, ciascuno ha cercato di offrire il proprio contributo per comprendere in che modo costruire e ri-costruire dopo un evento catastrofico.</p>
<p>A breve sarà disponibile on line la registrazione del Convegno.</p>

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		<title>Musei di Pietra</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/musei-pietra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 15:24:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[edoardomicati]]></category>
		<category><![CDATA[musei]]></category>
		<category><![CDATA[pietra]]></category>
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			<p>Molti anni fa mi trovavo con un caro amico sul crinale che da Roccamorice sale verso i pascoli della Maielletta. Salivamo a piedi, nel tardo pomeriggio, in un paesaggio di pietra dove rade erbe affioravano a fatica. Ad un tratto ci fermammo, colpiti dal canto di una voce femminile che giungeva dal basso. Solo allora ci accorgemmo che alcuni contadini stavano mietendo un piccolo campo di grano. Ci sedemmo e restammo in ascolto, completamente affascinati da quelle piccole figure che sullo sfondo del tramonto mietevano cantando. In quei momenti ho compreso a fondo, per la prima volta, il valore di quei mucchi di pietre, di quei muretti a secco, di quelle strane capanne.</p>
<p>Le opere in pietra a secco che caratterizzano la nostra montagna e quella di altre zone europee, soprattutto del Mediterraneo, sono la testimonianza più evidente dell’immane lavoro dei nostri antenati: un paziente accumulo dettato dalla necessità di bonificare campi e pascoli per poter sfruttare quel sottile strato di humus e le rade erbe presenti fra le pietre affioranti ovunque. Al mucchio disordinato, primo ed istintivo modo per liberare il terreno dalle pietre, si sostituirono ben presto precise e studiate forme di accumulo con lo scopo di non rubare terra ai coltivi. In molti casi la fame di terra era tale che, all’accumulo disordinato che avrebbe occupato un’area eccessiva, si preferì il mucchio costruito, con basi circolari, quadrate o a carena, disponendo le pietre più grandi a formare una cortina esterna di contenimento. La stessa capanna in pietra a secco, assimilabile ad un mucchio di spietramento cavo all’interno, rappresentava un ideale luogo di deposito delle pietre, che avevano inoltre l’effetto di renderla più stabile ed impermeabile.</p>
<p>Esaurita la disponibilità delle aree più fertili, poste su piccoli pianori, o sul fondo di conche e doline, si iniziò l’opera di terrazzamento dei terreni in pendio. I terrazzamenti occupano in genere le vallette, più ricche di humus rispetto ai crinali dove maggiormente hanno agito l’erosione e il dilavamento degli agenti atmosferici. La permeabilità del muro a secco di sostegno è fra i motivi della sua relativa longevità: l’acqua assorbita dal terrazzamento, anche nel caso di forti acquazzoni, può fuoriuscire dagli interstizi di tutto il muro senza cercare vie preferenziali che provocherebbero erosione e distruzione delle strutture di contenimento. Le recinzioni in pietra a secco rappresentarono la successiva fase della bonifica dei terreni. In molti casi esse non hanno la precisa funzione di delimitare la proprietà, ma costituiscono una ulteriore maniera per sistemare le pietre in eccesso.</p>
<p>Dal semplice muretto dello spessore di un solo elemento passiamo a recinzioni che si alzano possenti con larghezze di oltre due metri. Si alzarono così muri a secco per realizzare campi terrazzati, per recingere le piccole proprietà strappate alla montagna, per riparare dai venti le colture, per rinchiudere e difendere le greggi, per delimitare e rendere percorribili i sentieri che portavano alla montagna. Molte di queste opere che ancor oggi segnano il paesaggio delle nostre montagne furono le prime opere di quei coloni che nei secoli scorsi si spinsero, dietro un crescente incremento demografico e in seguito alla crisi della pastorizia, a coltivare la media ed alta montagna.</p>
<p>Tale fenomeno fu particolarmente evidente nell’Appennino centrale soprattutto dopo la messa a coltura del Tavoliere delle Puglie. Tutti i terreni montani furono invasi da uomini che dall’alba al tramonto si affannavano per trasformare brulle pendici in campi che nella migliore delle ipotesi davano comunque magri raccolti. Anno dopo anno accatastarono, ammucchiarono, alzarono mura di contenimento, ripararono crolli, convogliarono acque; alcuni con maestria innata, altri con l’arte appresa nella lontana Puglia, altri ancora, guardando e imitando il vicino più abile.</p>
<p>Nei primi anni ’70 del secolo scorso, colpito da quella “mietitura al tramonto”, iniziai una ricerca sulle capanne a falsa cupola, attratto da quelle strane costruzioni. La ricerca si estese in seguito al resto della regione impegnandomi per circa vent’anni. Il fatto che andassi misurando “mucchi di sassi” sembrava strano a coloro che mi conoscevano e qualcuno era arrivato a pensare che fossi uscito fuori di senno! Gli stessi paesani, in alcuni casi costruttori di quelle semplici capanne, rimanevano meravigliati del fatto che me ne interessassi, poiché per loro non avevano molta importanza: erano solo dei rozzi ricoveri che ricordavano anni di sacrifici e di fame.</p>
<p>Alla fine del secolo scorso, dopo il mio censimento regionale delle capanne a falsa cupola, nacque un forte interesse per le opere in pietra a secco e si valutò la possibilità di un loro recupero e valorizzazione a scopo turistico oltre che come testimonianza storica. Con la Legge Regionale n.17 del1997 le capanne a falsa cupola furono messe sotto vincolo e furono stanziati dei fondi per il loro recupero e la loro valorizzazione. Queste costruzioni, oltre a rappresentare una importante testimonianza della vita agricola e pastorale dell’Abruzzo, sono entrate a far parte della geografia della regione caratterizzandola, in alcune zone, in maniera inconfondibile. L’abbandono dei campi della media ed alta montagna ha portato anche all’abbandono della consuetudine annuale del ripristino dei cedimenti dei muri a secco e delle capanne.</p>
<p>A questo lento dissesto del paesaggio agrario imputabile a naturali fenomeni di degrado, si aggiunge l’intervento dell’uomo. Un altro grave pericolo per questo patrimonio culturale viene da coloro che in nome di un recupero delle tradizioni intende utilizzare tali testimonianze in modo improprio. E sorgono così squallide aree per picnic dove le capanne sono degradate alla funzione di depositi di immondizie.</p>
<p>Nell’arco di pochi anni sono nate numerose iniziative che vedono l’architettura in pietra a secco sempre più al centro dell’interesse degli enti pubblici e di alcune associazioni culturali. Diversi comuni sono oggi impegnati nella realizzazione di musei all’aperto per lo studio dell’antico paesaggio agropastorale ed hanno aderito inoltre ad una iniziativa dell’Archeoclub di Pescara per proporre una legge nazionale che tuteli queste opere.</p>
<p>Il Comune di Abbateggio ha realizzato nel sito archeologico di Valle Giumentina l’Ecomuseo del Paleolitico, collocando i pannelli didattici in un complesso in pietra a secco, formato da diverse capanne e recinti, costruito per tale scopo.</p>
<p>Il Comune di Lettomanoppello può vantare nel proprio territorio, in aree demaniali e private, delle zone con magnifici campi terrazzati ricchi di capanne. Nel territorio di Roccamorice troviamo i più bei complessi agro-pastorali in pietra a secco che vanno assolutamente salvati dal degrado. Infine il Parco Nazionale della Majella ha mostrato grande interesse per un progetto di tutela e restauro dei complessi agro-pastorali più interessanti. Nell’ambito di questo progetto si potrebbero creare dei “cantieri scuola” per istruire i giovani sull’antica tecnica del costruire in pietra a secco.</p>
<p>Oggi possiamo dire che quelle pietre che segnano in maniera inconfondibile le nostre montagne, messe le une sulle altre con grande fatica, rappresentano un grandioso monumento ai sacrifici dei nostri padri e la testimonianza di un preciso momento storico.</p>

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