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	<title>cultura Archivi - mu6</title>
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		<title>EDEN BLU &#124; GINO MAROTTA</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/eden-blu-gino-marotta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Dec 2023 09:55:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[rev]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>MU6 dedica la prima grande mostra a Gino Marotta a L&#8217;Aquila MU6&#160;ha organizzato la prima...</p>
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<p>MU6 dedica la prima grande mostra a Gino Marotta a L&#8217;Aquila</p>



<p></p>



<p><strong>MU6&nbsp;</strong>ha organizzato la prima mostra dedicata a Gino Marotta nella &#8220;sua&#8221; L&#8217;Aquila, città che lo ha visto protagonista della vita culturale durante gli anni &#8217;70.</p>



<p><strong>GINO MAROTTA/Eden blu</strong>&nbsp;a cura di&nbsp;<strong>Laura Cherubini e Giacinto Di Pietrantonio</strong>, realizzata da&nbsp;<strong>Germana Galli</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Antonella Muzi</strong>&nbsp;ha aperto i battenti il 6 settembre 2023 presso la sede del Consiglio Regionale d&#8217;Abruzzo ed è stata aperta al pubblico fino al 21 settembre.</p>



<p>Il progetto ha voluto riaccendere i riflettori sul lavoro di Gino Marotta, uno degli artisti contemporanei italiani più significativi, la cui valorizzazione storico-critica sta conoscendo una importante stagione. La mostra ha proposto, in particolare, un corpus di opere iconiche in metacrilato blu: alberi e animali che costituiscono un ideale Eden, un giardino artificiale in cui lo spettatore si trova immerso e portato a riflettere sul mondo della natura e dell’industria che hanno avuto un ruolo dominante nella riflessione critica di Marotta.</p>



<p>Un tema di stretta attualità che pone una riflessione sul rapporto dialettico tra uomo, natura e artificio nel nostro tempo e alla luce degli effetti nefasti che l’azione dell’uomo sta producendo sull’ambiente e più in generale sul pianeta. Attraverso lo sguardo di un grande artista storicizzato a livello internazionale, si è tentato di indagare anche la complessità del presente ponendo in evidenza la grande intuizione che Marotta portò nella sua ricerca artistica già alla fine degli anni sessanta del Novecento.</p>



<p><em>“Aggirarsi per questa giungla blu trasparente di Marotta ci dà un senso di armonia e libertà come si immagina un paradiso e come vorremmo che fosse</em>&nbsp;&#8211; scrive in catalogo uno dei curatori, Giacinto Di Pietrantonio &#8211;&nbsp;<em>Tra l’altro, gli animali e le piante di questo eden sono tutti “esotici”, appartenenti a una geografia africana, sottolineando che il paradiso, se c’è, è in Africa luogo dell’origine dell’umanità come dimostrano gli studi più recenti. Un interesse che è presente in artisti suoi contemporanei come Pascali che all’Africa aveva dedicato una serie di lavori, lo stesso Mario Merz con il suo Pittore in Africa indicava la stessa direzione. Ora anche se in questo eden di Marotta non c’è la presenza dell’uomo formalizzato in metacrilato, ma come visitatore, come noi, quali Eva e Adamo, che ci aggiriamo in esso, mi preme ribadire la qualità ecologica di questo mondo blu come la favola cinematografica odierna di Avatar, in cui, come morale, viene affermato la connessione necessaria tra vita e natura”.</em></p>



<p>Il metacrilato, materiale innovativo peri tempi, per Marotta diventa un medium privilegiato; l’artista, infatti, lo descrive come&nbsp;<em>“l’unico materiale che non degenera, perché altamente tecnologico”.</em>&nbsp;<em>“Con il metacrilato (o perspex) Marotta trova il “suo” materiale</em>&nbsp;– scrive in catalogo Laura Cherubini, curatrice della mostra &#8211; ….&nbsp;<em>Il contraltare saranno le balle di paglia con le quali Marotta, invitato da Germano Celant alla manifestazione Arte povera+azioni povere ad Amalfi nel 1968, costruirà nel contesto urbano Giardino all’italiana. Se, come ci ha indicato Bachelard con il concetto di immaginazione materiale, a ogni immaginario è necessaria una propria materia, ecco che a una nuova immaginazione deve corrispondere un nuovo materiale, ed ecco che Marotta lo scopre in questo “materiale squallido e freddo”. “Campiture del diafano” dirà con folgorante linguaggio Emilio Villa, e ancora “tumulti della trasparenza. Inoltre il trasparente metacrilato era un materiale della modernità che per Marotta era un tema molto importante”.</em></p>



<p>La trasparenza, fino a quel momento appannaggio di materie nobili come il vetro, viene trasferita a questo nuovo materiale artificiale: iI metacrilato anche come generatore di luce quasi per necessità.&nbsp;<em>“Ho usato il colore luce invece del colore materia”</em>&nbsp;dirà Gino Marotta e ancora&nbsp;<em>“&#8230;può l’uomo inserirsi nel processo della natura per modificarlo o riprodurlo? Natura e artificio: l’uomo è un prodotto della natura e la natura è un prodotto dell’uomo nel lavoro di Marotta”</em>&nbsp;(“Ceroli, Kounellis, Marotta, Pascali, 4 artistes italiens plus que nature”, Catalogo della mostra Musée del Arts Décoratif, Paris, 1 Ottobre 1969, Scotti, Milano 1969)</p>



<p>Per&nbsp;<strong>Renato Barilli</strong>&nbsp;<em>”Marotta è un artifex, un fabbro nel senso originale della parola. I suoi fiori, alberi, nuvole appartengono a un repertorio iconografico molto preciso e che ha trovato tanto spazio nella storia dell’arte ma lui li rilegge nel segno dell’artificiale, delle plastiche e delle resine sintetiche”</em>&nbsp;(Renato Barilli “Informale, oggetto comportamento” I volume Feltrinelli &#8211; Milano&nbsp;&nbsp;1979)</p>



<p>Molisano di origine (Campobasso 1935 &#8211; Roma 2012) ma con un lungo e fecondo rapporto con l’Abruzzo dove ha diretto anche L’Accademia di Belle Arti dell’Aquila, negli anni Gino Marotta ha sviluppato una profonda ricerca sui materiali, lavorando &#8211; a partire dagli anni ’50 &#8211; con i prodotti dell’industria e giungendo poi a trovare il suo materiale “d’elezione”: il metacrilato. Da precursore di tematiche di straordinaria attualità, Marotta ha lavorato sull’iconografia della natura, realizzando animali e piante in metacrilato colorato, avviando quindi un’indagine sul rapporto tra natura e artificio.</p>



<p>Gino Marotta ha partecipato e contribuito all’ideazione di alcune tra le mostre più significative dell’arte italiana contemporanea:&nbsp;<em>Lo Spazio dell’Immagine</em>&nbsp;a Foligno (1967),&nbsp;<em>Amore mio</em>&nbsp;a Montepulciano (1970) e&nbsp;<em>Vitalità del negativo</em>&nbsp;al Palazzo delle Esposizioni di Roma (1970-71). Pierre Restany a proposito scrive: &#8220;Sono convinto che il clima culturale di Roma dopo gli anni Sessanta sarebbe stato molto più squallido senza le grandi invenzioni tematiche di Gino Marotta&#8221;.</p>



<p>Nel 1971 partecipa alle mostre&nbsp;<em>Elf Italiener Heute</em>&nbsp;al Museum am Ostwall di Dortmund e&nbsp;<em>Multiples The First Decade</em>&nbsp;al Museum of Modern Art di Philadelphia e nel 1972 a&nbsp;<em>Italy The New Domestic Landscape</em>&nbsp;al MoMA di New York.</p>



<p>Ancora negli anni ’70 Marotta si dedica al cinema e al teatro d’avanguardia, avviando una collaborazione con Carmelo Bene. Nel 1972 realizza le scene e le sculture-costumi in metacrilato per il film&nbsp;<em>Salomè</em>&nbsp;e la scenografia teatrale di&nbsp;<em>Nostra Signora dei Turchi</em>&nbsp;e nel 1987 le scene e i costumi di&nbsp;<em>Hommelette for Hamlet</em>, che gli fanno meritare, nel 1988, il premio UBU per la migliore scenografia.</p>



<p>Marotta è stato il protagonista di una stagione artistica importante in Italia, quella dell’Arte Povera, e ha partecipato a diverse edizioni della Biennale di Venezia (1984, 2011).</p>



<p>&nbsp;&nbsp;La mostra è stata sostenuta dal&nbsp;Consiglio Regionale d’Abruzzo, dalla Fondazione Carispaq, da ANCE L’Aquila e da Farmanatura, con il patrocinio del Comune dell’Aquila.</p>
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		<title>L&#8217;Auditorium del parco che dialoga con la città intorno</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/auditorium-parco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 10:07:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[auditorium]]></category>
		<category><![CDATA[parco]]></category>
		<category><![CDATA[renzopiano]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>E&#8217; uno stradivari poggiato nel parco, uno strumento dalla cassa armonica perfetta, realizzato con il legno migliore al mondo che da qualche settimana fa bella mostra di sé nel Parco del Castello</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6927d9d5dd3f1 h1{font-size:18px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6927d9d5dd3f1 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6927d9d5dd3f1">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>a cura di Angela Ciano</em></span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6927d9d5dd657"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6927d9d5dd8bc"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_spacer_6927d9d5dd9cf{height:40px;}</style>
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			<p>L’Auditorium di Renzo Piano filamente è realizzato anche se L’Aquila e gli aquilani aspettano di poterlo fruire. Nostante sia ancora chiuso, si stanno ultimando i camerini, quei tre cubi colorati “come tre dadi lanciati sul prato” (sono parole dello stesso Piano) sono già meta imprenscidibile e privilegiata di tanti cittdaini che hanno ricominciato a vivere il grande polmone verde e anche di tantissimi turisti ancora attirati dall’eco della tragedia del 2009.</p>
<p>Avevamo incontrato Renzo Piano due anni fa, all’inizio del 2010, L’Aquila e i suoi abitanti erano ancora increduli per quello che era accaduto meno di un anno prima e uno dei più grandi architetti del mondo aveva voluto incontrare gli amministratori di questa città per portargli un dono. Un gesto d’amore. Un suo progetto per un Auditorium temporaneo. Una casa per la musica per una città che aveva perso ogni riferimento sopratutto culturale. A MU6 aveva rilasciato una lunga intervista dove spiegava il suo progetto che, dopo due anni e mezzo, è finalmente realtà. Una realtà però che la città aspetta di poter vivere. L’auditorium del parco all’Aquila firmato da Renzo Piano, anzi dono del grande maestro dell’architettura contemporanea e dalla Provincia autonoma di Trento alla città ferita da un grave terremoto è da poco patrimonio degli aquilani e di tutti coloro che vorranno fruirlo: la città contemporanea, nuova e all’avanguardia che dialoga con l’antica con il vicino Forte Spagnolo e ricomincia proprio da qui; insomma l’idea di Piano di mettere proprio nel parco del castello il suo magnifico oggetto architettonico per riavvicinare i cittadini al centro storico dell’Aquila sembra stia funzionando. Per questo il giorno dell’inaugurazione il grande architetto che ha firmato progetti in tutto il mondo era visibilmente emozionato e molto felice “Perché – dice – per me questo Auditorium è come l’ultimo figlio nato, si hanno verso di lui più cure ed attenzioni; per questo oggi lo consegnamo simbolicamente al sindaco di questa città ma vigileremo affinché sia trattato bene. Sia fatta la necessaria manutenzione”. E soprattutto sia vissuto perché alla gente piace questo strano edificio fatto di listelli di legno colorato che si articola nello spazio attraverso spigoli e scorci prospettici taglienti; piace perché fa respirare un’altra aria non più quella di città di provincia; piace perché dialoga meravigliosamente con uno dei monumenti simbolo di questo territorio e dell’intera Italia: il Forte Spagnolo “ Ma questo è un fatto voluto e non c’è competizione tra i due – ci racconta ancora Renzo Piano – perché il Castello è un elemento straordinario antico forte e potente mentre questo auditorium è un oggetto fragilissimo fatto di giochi di colori, nascosto dagli alberi e che, quando non servirà più, si potrà smontare e portare via in un altra zona della città; quindi non si mette in competizione ma dialoga con il vicino Forte Spagnolo. Ma è un dialogo onesto e franco sennò sarebbe stato un errore”. Dunque un racconto che continua tra il passato glorioso di questa città e una modernità che si spera possa diventare altrettanto importante e che si esplica in questo confronto tra la pietra e il legno. Tra il pieno del Castello e il “vuoto” dell’Auditorium “&#8230; quando si fa il restauro di un affresco – continua Piano – se c’è un pezzo mancante si lascia un vuoto quindi ho pensato a questo oggetto come ad un vuoto; il castello è il castello, l’auditorium invece si mette in disparte fra gli alberi è fatto di un materiale come il legno, così fragile e temporaneo per sua natura; in più arricchito da questo gioco cromatico che è come un concerto. Tutto questo è voluto perché questo dialogo sia franco, onesto, tollerante”&#8230; come predicava Celestino V il Papa aquilano di adozione che visse nel XIII secolo e che è sepolto all’Aquila nella Basilica di Collemaggio “questo lo avevo dimenticato – ribatte Piano – adesso però la citazione me la rivendo.”</p>
<p>Mentre intervistiamo Piano guardiamo questo edificio che si staglia contro un cielo azzurrissimo, i mitici cieli ottobrini dell’Aquila sono di un azzurro che non ha eguali, e gli chiediamo cosa lo ha ispirato? “L’ispirazione è venuta da più parti intanto dal legno perché molti strumenti si fanno di legno, la cassa armonica è di legno, il legno ha una frequenza propria in più questo è un legno straordinario il legno della Val di Fiemme che da sempre è usato per gli strumenti musicali; poi nell’idea ha giocato molto il concetto della temporaneità, naturalmente si voleva fare qualcosa che non si mettesse in competizione con il Forte e con il resto della città, insomma che dichiarasse con chiarezza la sua temporaneità il suo esserci in attesa che la città storica torni; infine il concetto di e sismicità, il legno è un materiale antisismico per natura e questa è una cassa assolutamente infrangibile. Il legno poi è una sorgente rinnovabile lei sa che tutto il legno usato qui le foreste di Trento lo riproducono in sei ore? Ogni giorno se ne potrebbero fare quattro di questi oggetti senza dilapidare le foreste e quindi è realizzato anche in termini di sostenibilità ambientale. Poi ci sono tante altre ragioni che mi hanno ispirato. Insomma questo è un oggetto con cui si può giocare. All’interno per esempio, questo rosso si accende gioca con il suono, all’esterno invece è un codice colore, il codice di montaggio dei listelli che facilitava la costruzione ci è piaciuto talmente tanto che lo abbiamo tenuto proprio come elemento timbrico ed allora si vede che questi colori giocano, flirtano con gli alberi e con le foglie degli alberi, d’altronde i colori li abbiamo rubati da li visto che c’eravamo; e badate che non sono dipinti questo è un legno intriso di colore”.</p>
<p>Insomma quella di Renzo Piano è una presenza importante per una città che disperatamente cerca di non perdere la sua identità e al contempo vorrebbe trovarne una nuova per riallacciare il filo della storia tanto drammaticamente interrotto “Credo che il nostro piccolo contributo all’Aquila lo abbiamo dato e torneremo spesso qui a vedere come il sindaco terrà questo oggetto, se farà la pulizia degli spazi attorno, etc.” Ma lei come lo vede il futuro di questa città? “Il futuro – conclude Renzo Piano – adesso è il restauro degli edifici storici esistenti”. Un lavoro che non ha bisogno di grandi nomi dell’architettura perché come dice lo stesso Piano “si sa benissimo come restaurare gli edifici c’è una sapienza tutta italiana del restauro, dico solo che deve essere un restauro non leggero perché alcuni edifici sono pesantemente lesionati ma tollerante, deve tollerare la presenza del presente se mi passate il gioco di parole; ci vuole una diagnostica molto attenta per capire meglio e decidere che tipo di intervento di recupero fare ma a questo punto la strada della ricostruzione è presa&#8230;.” Non può non fare un accenno l’architetto Piano a tutto il lavoro che all’Aquila c’è ancora da fare poi però torna al suo auditorium che giudica bellissimo “È bellissimo – conclude sorridendo – poi per me è l’ultima creazione, mi sento come un padre che ha più attenzioni verso l’ultimo nato, quindi questa, tra le mie creazioni è quella più amata”.</p>

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		<title>Michele Trimarchi</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/intervista-michele-trimarchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 09:52:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[micheletrimarchi]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Economia della cultura in tempo di crisi</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6927d9d5df3fe h1{font-size:18px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6927d9d5df3fe .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6927d9d5df3fe">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>a cura di Antonella Muzi</em></span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6927d9d5df601"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6927d9d5df823"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_spacer_6927d9d5df8fe{height:40px;}</style>
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			<p><strong>Antonella Muzi:</strong> La storia secolare del nostro Paese ci ha dotato di radici robuste che ci sostengono ma che ci hanno reso spesso timorosi nei confronti del nuovo. L’Italia, rispetto ad altri stati europei, ha rivolto un’attenzione tardiva alla creatività contemporanea. Quali azioni occorre mettere in campo per guardare al futuro?</p>
<p><strong>Michele Trimarchi:</strong> Ci sono vari strumenti tecnici da adottare ma non servono a molto se non si compie un salto culturale. Abbiamo un problema di approccio: per noi l’arte e la cultura sono etichette nobili e abbiamo una gran paura, una sorta di terrore di compiere azioni che possano essere una specie di profanazione. Occorre de-ritualizzare e desacralizzare l’arte. Gli inglesi non usano il termine “fruire” ma “extract the value” cioè: l’arte mi offre qualcosa, sta a me estrarne il valore. Questo approccio offre una traccia molto forte che noi ignoriamo completamente, e cioè che l’arte è relazionale. Invece il patrimonio in Italia è una sorta di offerta oggettiva, sta a me fare lo sforzo di capire. Il fantasma che si aggira sull’Italia rimane quello di Benedetto Croce ma cerchiamo di capire che non possiamo vivere di fantasmi.</p>
<p><strong>A.M.:</strong> Per lungo tempo le istituzioni culturali hanno dormito sonni tranquilli perché alimentate da finanziamenti pubblici ampi e indiscriminati. Le cose non stanno più così: è evidente la sofferenza del mondo della cultura, vittima di tagli e di politiche fiscali che non incentivano gli investimenti privati. Quali sono in questo momento le strategie di intervento e i modelli di sviluppo per la cultura?</p>
<p><strong>M.T.:</strong> Il finanziamento alla cultura in Italia è bassissimo ma soprattutto è dato male e con regole grottesche. Ha meccanismi censori e a dir poco opachi, e poi manca di un’infrastruttura: la spesa è in massima parte corrente, di fondi per investimenti non c’è traccia. In Kulturinfarkt, un recente libro tedesco tradotto in italiano, si spiega che la cultura è morta per colpa dei finanziamenti pubblici. Questo non vuol dire che vadano aboliti ma vanno centrifugati perché così non funzionano e ne abbiamo le prove: bisogna capire che in questo momento, formidabile secondo me, si stanno aprendo mille mercati che non sono soltanto quello diretto dell’acquisto ma anche i mercati secondari che riguardano prodotti o sottoprodotti culturali. Bisognerebbe avere il coraggio di resettare tutto, però purtroppo gli operatori culturali continuano a lamentarsi dei tagli senza capire che i tagli sono la punta dell’iceberg di un sistema malato.</p>
<p><strong>A.M.:</strong> La cultura è patrimonio comune, del quale ognuno dovrebbe trarre vantaggio per il progresso individuale e collettivo, sebbene si assista anche a una progressiva diminuzione delle ore di insegnamento della storia dell’arte nelle scuole. Come far conciliare la vocazione educativa con quella di produzione degli utili?</p>
<p><strong>M.T.:</strong> Se è vero che la cultura è un bene comune, ci toccano anche le responsabilità: occorrerebbe creare dal basso un’attivazione di processi di gradimento da parte di bambini, adulti, anziani e questo farebbe sorgere una percezione di unicità dell’esperienza artistica e quindi della sua indispensabilità. Se è così, siamo disposti a pagare. Se ciascuno facesse il suo piccolo enzima condividendo azioni, tempo, esperienze, si creerebbe anche un flusso di reddito. Le persone non entrano nei musei di arte contemporanea perché dicono di non capire e invece questa affermazione è da ribaltare: entrate proprio perché non capite! Segnalo una vicenda molto importante: il dipartimento di Scienze della Columbia University ha assunto una scrittrice trentaquattrenne come storyteller. Vuol dire che gli scienziati sono molto più avanti di noi operatori culturali: hanno capito che solo con lo storytelling si può avvicinare la gente, far capire cosa fai, e farglielo amare. È così banale ma fa così paura perché sottrae il potere iniziatico di chi pretende di sapere cose che gli altri non potranno comunque capire, che è un errore di grammatica radicale!</p>
<p><strong>A.M.:</strong> Quali sono le strategie per dare vita alle istituzioni teatrali e per alimentare lo spettacolo dal vivo in generale, in modo da conciliare il principio di democrazia con quello di selezione?</p>
<p><strong>M.T.:</strong> Vale sempre il principio dell’infrastruttura ma è anche vero che lo spettacolo dal vivo è tra le poche cose che si possono riprodurre anche attraverso il digitale e con uno sforzo economico &#8211; diciamo &#8211; casalingo. Lo spettacolo dal vivo dovrebbe prima mettersi a riprogettare l’offerta, poi vedere qual è il fabbisogno. Altra cosa significativa: in Italia non c’è un teatro ecosostenibile. Basterebbe poco e produrrebbe risparmi giganteschi. Inoltre non possiamo più reggere un regime giuslavoristico come l’attuale: non è vero che l’orchestra deve essere composta di professionisti assunti a tempo indeterminato, potrebbe essere un’impresa autonoma, pagata a prestazione, e l’effetto finale sarebbe anche la riduzione del prezzo del biglietto. Semplificare è lo sforzo vero, senza velleità. In Gran Bretagna nei giorni scorsi la mostra Manet: portraying life alla Royal Academy of Arts è stata trasmessa nei cinema.</p>
<p><strong>A.M.:</strong> Ma in questo modo non c’è il rischio che il pubblico si affezioni alla riproduzione e perda l’interesse per l’originale?</p>
<p><strong>M.T.:</strong> È un problema di massa critica: dopo aver ascoltato svariate volte un disco voglio vedere l’orchestra, voglio vedere il dipinto, cioè ho un bisogno diverso. C’è un’ansia di condivisione che è così connaturata all’esperienza culturale che basterebbe intanto accreditarla e poi facilitarla. Penso a questi processi anche per arrivare non solo all’ottimizzazione della spesa pubblica ma anche all’enfatizzazione delle opportunità di mercato.</p>
<p><strong>A.M.:</strong> Veniamo all’Abruzzo, dove sei stato presidente del Teatro Stabile d’Abruzzo tra il 2008 e il 2009. Qual è il nesso che le comunità e il territorio abruzzese devono stabilire tra imprenditorialità e cultura?</p>
<p><strong>M.T.:</strong> Ho trovato un teatro stabile come tutti quelli che ci sono in Italia, da Campione d’Italia a Pantelleria: teatri bloccati da zavorre burocratiche, resi paludosi da una struttura delle regole che facilita il sindacalismo, protegge l’esistente e non si occupa dell’eventuale, e questo mummifica la situazione. In Abruzzo c’è il problema tipico di tutte le regioni d’Italia che è il campanilismo: io mi sono trovato, grazie a una collaboratrice del territorio, a entrare in contatto con altre organizzazioni culturali abruzzesi stupite che il Teatro Stabile avesse voglia di parlare con loro. La cultura, come tutte le strutture del mondo, ha bisogno di sinergie, competere è un’azione distruttiva tipica del capitalismo manifatturo, chi compete è già morto. L’altro aspetto positivo forte dell’Abruzzo è che c’è una catena verticale molto bella di radicamento nel territorio con una capacità di proiettarlo verso il futuro e c’è una buona orizzontalità, cioè si fa comunità. È stata un’esperienza bella e torno in Abruzzo sempre con grande piacere.</p>
<p><strong>A.M.:</strong> L’Aquila si candida al ruolo di Capitale Europea della Cultura per il 2019: quale modello di sviluppo per la città dopo il terremoto? In che modo la ricostruzione può produrre valore culturale?</p>
<p><strong>M.T.:</strong> In questo momento stiamo cambiando mondo: il capitalismo manifatturiero è finito insieme al paradigma economico di fine ‘700. È finito il paradigma dell’uomo razionale, del profitto: siamo cresciuti con i valori di competizione, efficienza, eccellenza e dimensione. I valori che stanno entrando adesso, già operanti nell’agire piuttosto che nell’etichetta istituzionale, sono morbidezza, relazione, prossimità e saper fare. Da questo punto di vista l’arte ha una cascata di prodotti, servizi, comportamenti connessi al crafting quindi forse la cultura abruzzese potrebbe non solo attivare ma prendere stimolo dall’artigianato. I prodotti di conoscenza sono in questo momento i più importanti del paradigma economico. L’importante è il processo. Per connettere ricostruzione e cultura occorre una international call for ideas, creando una rete di artisti, narratori, scrittori, poeti, architetti purché non archistar, perché non occorre la logica del paracadutare l’opera massima. Bisogna riattivare L’Aquila traendone ispirazione: è una città che ha cicatrici e le cicatrici raccontano la storia, è una mappa simbolica.</p>
<p><strong>A.M.:</strong> “L’uomo che finisce di costruire la sua casa muore”, recita un antico adagio orientale: gli aquilani sopravvivono, a quattro anni dal terremoto, in una condizione di perdita dell’identità individuale e collettiva. Da dove partire per ricostruire un’identità in frantumi?</p>
<p><strong>M.T.:</strong> L’Aquila poteva essere un modello pilota per l’Italia; ora deve creare una metanarrazione, raccontando la se stessa che non è più quella di prima ma sta diventando quella di dopo, senza rendersene conto. Occorre creare processi di consapevolezza di quello che c’è, sebbene ci pugnali il cuore. L’Aquila in questo momento è un palinsesto incredibile di informazioni di tipo strutturale, estetico, simbolico, quindi eloquentissimo: estraiamo quello che dice ora, senza dimenticare quello che diceva. La cultura dell’Aquila è se stessa. Ora.</p>

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</section><p>L'articolo <a href="https://www.rivistamu6.it/intervista-michele-trimarchi/">Michele Trimarchi</a> proviene da <a href="https://www.rivistamu6.it">mu6</a>.</p>
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		<title>L&#8217;opinione</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/opinione-gabi-scardi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 09:24:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[gabiscardi]]></category>
		<category><![CDATA[opinione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.rivistamu6.it/opinione-gabi-scardi/">L&#8217;opinione</a> proviene da <a href="https://www.rivistamu6.it">mu6</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<section class="wpb-content-wrapper"><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584542420838 liquid-row-shadowbox-6927d9d5e05cb"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6927d9d5e078f"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_fancy_heading_6927d9d5e08d4 h1{font-size:25px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6927d9d5e08d4 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6927d9d5e08d4">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Trasformazioni urbane:<br />
quando l&#8217;arte produce nuovi modelli di cittadinanza</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6927d9d5e0af7 h1{font-size:18px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6927d9d5e0af7 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6927d9d5e0af7">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>a cura di Gabi Scardi</em></span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584544006114 liquid-row-shadowbox-6927d9d5e0cfe"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6927d9d5e0f1a"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><div id="ld_images_group_container_6927d9d5e10a0" class="liquid-img-group-container ld_images_group_container_6927d9d5e10a0"  >
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> Pedro Reyes, <i>Palas por Pistolas (Guns for Shovels)</i>, 2007 &#8211; present. Courtesy Lisson Gallery, Milano</span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6927d9d5e25eb"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6927d9d5e27ef"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_spacer_6927d9d5e2899{height:40px;}</style>
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			<p>Esiste però uno specifico ambito dell’arte contemporanea nella quale rientrano artisti particolarmente sensibili alle istanze di qualità di vita, trasformazione sociale e urbana. Pur considerando che si fa riferimento a poetiche sempre uniche e singolari, possiamo dire questi artisti sono accomunati dall’attitudine a reagire agli scenari quotidiani proponendo nuovi possibili modelli di socialità e di cittadinanza. Questo orientamento progettuale e costruttivo si riscontra oggi in un ampio numero di artisti; e, quando la loro progettualità si coniuga con l’energia, la vitalità e l’ambizione, genera oggi opere e interventi tra i più significativi.</p>
<p>Pensiamo a un artista come Pedro Reyes: nato a Città del Messico nel 1972, architetto di formazione, il suo lavoro origina dall’idea che, mettendo in campo gesti coinvolgenti e di forte significato simbolico, l’arte possa trasformare ciò che tocca. Così, per esempio, il suo Palas Por Pistolas &#8211; Pale al posto delle pistole, consiste, con le sue parole, in “una campagna per il controllo del commercio delle armi leggere”; l’artista ottiene infatti dai cittadini di Culiacán, comune noto come centro della violenza legata al narcotraffico, millecinquecentoventisette armi da fuoco; in cambio dà loro dei voucher con cui comprare materiale elettronico, rispondendo così a un loro desiderio. Dopo aver fuso le armi pubblicamente ne fa altrettante pale, che ridistribuisce presso la popolazione affinché vengano utilizzate per piantare alberi nella città. Dopo Palas Por Pistolas Reyes realizza Imagine: in questo caso all’origine del lavoro ci sono migliaia di armi da fuoco sequestrate dal Ministero della Difesa messicano ai trafficanti di droga. L’artista ottiene di poterle utilizzare e, tramite un minuzioso lavoro, che coinvolge un grande numero di specialisti, le trasforma in un’ampia serie di strumenti musicali funzionanti. Gli strumenti, passati dall’essere dispositivi per uccidere all’essere strumenti di comunicazione attraverso la musica, saranno effettivamente suonati nell’ambito di concerti pubblici: un modo per dare voce e visibilità pubblica alle alternative che esistono. È chiaro che, per Reyes, il tema portante del lavoro artistico è la possibilità di una reale trasformazione della società, e l’opera ne è metafora; e la condivisione riguarda sia le preoccupazioni da cui l’opera scaturisce, sia la lunga e complessa fase di elaborazione, sia il momento della restituzione. Questa condivisione del proprio lavoro artistico, così chiaramente perseguita, da un lato è in sé elemento di senso, dall’altro contribuisce a fare dell’intervento artistico una piattaforma di azione comune, concreta e insieme simbolica, e quindi un veicolo di cambiamento potente ed efficace.</p>
<p>L’orientamento esemplificato attraverso il progetto di Reyes, che privilegia progetti basati su condivisione, socialità, scambio di competenze, senso di vigilanza civile, desiderio di dire la propria su tematiche fondamentali, e come perno per un possibile cambiamento – seppur a lungo, o anche a lunghissimo termine &#8211; anima le opere di molti altri tra gli artisti più interessanti del presente. “Perhaps – scriveva nel 2012 Nato Thompson nel suo importante LIVING AS FORM &#8211; in reaction to the steady state of mediated two- dimensional cultural production, or a reaction to the alienating effects of spectacle, artists, activists, citizens, and advertisers alike are rushing headlong into methods of working that allow genuine interpersonal human relationships to develop. The call for art into life at this particular moment in history implies both an urgency to matter as well as a privileging of the lived experience. These are two different things, but within much of this work, they are blended together.” Queste istanze conferiscono ai progetti in questione una valenza “pubblica”. Nei secoli l’arte occidentale è stata essenzialmente pubblica, ossia vincolata; funzionale al bisogno di autorappresentazione e di comunicazione, di trasmissione della storia e della memoria del committente da cui l’artista dipendeva. Per il principe, per la gerarchia ecclesiastica, per il banchiere, l’opera d’arte costituiva un veicolo diretto di prestigio, di promozione, di celebrazione personale. Che realizzasse una pala d’altare o gli affreschi che, nelle Chiese, dovevano fungere da biblia pauperum, le pitture murali di un ospedale o il monumento a cavallo che avrebbe segnato il fulcro di una piazza, che si mettesse al servizio del principe come organizzatore della vita di corte e dei suoi riti, l’artista rispondeva a un ruolo ufficiale, codificato per convenzione e sancito da precisi contratti; in questo senso era integrato alla vita sociale, e la rappresentava. Il suo linguaggio doveva corrispondere ai coevi codici di lettura dell’opera; la sperimentazione formale poteva quindi procedere solo per minime variazioni sul tema. La consapevolezza del ruolo di creatore e di intellettuale, l’ambizione a un maggiore margine di autonomia emersero, negli artisti, lentamente e progressivamente, a partire dall’età umanistica. E solo molto più tardi andò maturando un senso di responsabilità civile che, sullo scorcio del Settecento, li portò a guardare alla storia con libertà critica, e a farsene interpreti in prima persona. La strada da percorrere era ancora lunga. Doveva passare attraverso le avanguardie con la loro sperimentazione linguistica sempre più veloce e con la loro polemica contro la tradizione e contro la tendenza dell’arte a farsi espressione del conformismo sociale. Ma è soprattutto con la prima metà del Novecento, con i grandi totalitarismi, con la crisi di certezze che ne consegue e con il profondo mutamento della temperie culturale, con la sempre maggiore difficoltà a pensare il rapporto con la storia, quindi a rappresentarla, che l’artista, tra le figure più attente alle trasformazioni, ai nuovi contesti e ai nuovi valori, alle istanze sociali del presente, avverte la necessità di recuperare rapporto, suffragio e una posizione di responsabilità con la realtà mutata. Un processo che va di pari passo con la generale democratizzazione della società, ma anche, come già sottolineato da Thompson, con l’esigenza di contrastare l’effetto totalizzante della società dello spettacolo, così efficacemente denunciato dal Situazionismo sin da fine anni Cinquanta. Con questa posizione di rinnovato impegno all’interno della compagine sociale, sono molti gli artisti che, già da quegli anni, decidono di assumere un ruolo di vigilanza critica e scelgono di uscire dallo studio, dalla galleria, dagli spazi deputati e dai percorsi predestinati. È un momento di grande rinnovamento del quadro linguistico e concettuale e, nelle sperimentazioni più radicali, si assiste a un avvicinamento – fino al limite della fusione &#8211; tra arte e vita: l’opera comincia a farsi, “situazione”. Basti pensare a una figura come Pinot Gallizio, o agli artisti Fluxus per i quali ogni gesto può essere arte, se realizzato intenzionalmente e all’interno di un percorso dichiarato; perché, con le parole di Filiou, “l’art, c’est ce qui fait que la vie est plus intéressante que l’art”. Con tutto ciò, la storia dell’arte nell’accezione contestuale a cui oggi facciamo riferimento è recente; non solo; come ogni altro aspetto dell’arte contemporanea è erratica, ed evolvendosi con i ritmi e con la velocità con cui il contesto si trasforma, richiede di essere sempre aggiornata. Non si tratta di una debolezza, ma di un elemento di vitalità che la rende organica, intrinsecamente votata alla crescita, sostenibile nel tempo: è materia viva, consistente nel cercare forme sempre nuove e diverse per affrontare la complessità del mondo nelle sue sfaccettature, per comprenderne ed esprimerne le dinamiche fondamentali, gli incroci di culture diverse, per raccogliere la continua domanda di ridefinizione degli spazi e dei modelli di vita.</p>
<p>L’accezione di arte sinora contemplata non è isolabile, ma può rappresentare un nucleo intorno al quale si articola una costellazione di opere; esemplare in questo senso la Silent University dell’artista turco Ahmet Ögüt: una para-università destinata a raccogliere e mettere in circolo quel sapere che rischia di andare perduto in quanto appartenente a soggetti che non sono in grado di condividerlo né di metterlo a frutto; magari perché la loro cittadinanza non è pienamente riconosciuta dalla società; come avviene, in molti casi, per gli immigrati o i richiedenti asilo; che nei loro paesi di origine possono essere dottori, mentre nei luoghi in cui si trovano ad abitare sono costretti a svolgere mansioni che con la loro preparazione non hanno nulla a che fare. La Silent University li invita allora ad assumere il ruolo attivo di docenti impostando corsi e seminari su temi a loro scelta, in modo che queste competenze non vadano disperse. Le persone invitate offrono il loro tempo su base volontaria, e chiunque può partecipare alle lezioni iscrivendosi online. Si tratta dunque di un’iniziativa nata per dare voce a chi non ne ha e intesa a protrarsi al di là dell’intervento dell’artista, che ne ha semplicemente costituito l’innesco. Questa è la sfida di questo genere di progetti: l’arte, però, non sta solo agli artisti; sta invece nel rapporto che ognuno di noi riesce a instaurare con l’opera. Un rapporto diverso per ognuno e in ogni momento. Perché la voce degli strumenti che Pedro Reyes assembla, delle persone a cui Ögüt dà uno spazio ci possano raggiungere, occorre da parte nostra altrettanta attenzione, disponibilità all’ascolto. Quando queste condizioni si verificano l’opera costituisce effettivamente una straordinaria possibilità di apertura alla realtà e di arricchimento.</p>

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		<title>Vittorio Storaro</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/vittorio-storaro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2020 08:35:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[angelaciano]]></category>
		<category><![CDATA[vittoriostoraro]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<section class="wpb-content-wrapper"><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584542420838 liquid-row-shadowbox-6927d9d5e395c"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6927d9d5e3b7d"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_fancy_heading_6927d9d5e3d23 h1{font-size:25px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6927d9d5e3d23 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6927d9d5e3d23">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Scrivere con la luce perché la luce è l’energia dell’immagine</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6927d9d5e4e7b h1{font-size:18px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6927d9d5e4e7b .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6927d9d5e4e7b">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>a cura di Angela Ciano</em></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div>
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			<p>Non ama, anzi si offende, a essere chiamato “direttore della fotografia”, si sente piuttosto un “cinematografo”; non il luogo, si badi bene, derivante da un’errata traduzione degli anni cinquanta del secolo scorso della parola americana cinematographer, bensì la persona che lavora e concorre a realizzare un&#8217; opera cinematografica. Perché dice “un film è un lavoro corale che ha un solo regista e non un direttore della fotografia e un direttore delle parole”. Per vittorio storaro, sessanta film all’attivo e tre volte premio oscar per la migliore cinematografia (Apocalypse Now, Reds e L’Ultimo Imperatore), un film si scrive anche con la luce e per questo ha sempre parlato del suo lavoro come di “scrittura della luce”.</p>

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			<p><strong>Vittorio Storaro:</strong> Questa mia espressione sulla scrittura della luce deriva dal fatto che, facendo cinema, ho voluto ben distinguere la cinematografia dalla fotografia. La fotografia è una espressione su una singola immagine, di un singolo momento, la cinematografia, invece, ha bisogno di una serie di immagini, di un susseguirsi di esse, per dare il senso del movimento; quindi avendo un movimento ha anche un tempo che è il racconto del film con un inizio, uno svolgimento e una fine. Per questo siamo più vicini a un lavoro letterario, che può essere un romanzo o un racconto breve che ha bisogno di un tempo e di un ritmo. Quindi la Cinematografia si ottiene filmando insieme: l’immagine, la musica e la lettera- tura&#8230; le varie Arti. Insomma io devo raccontare visivamente quella che è la storia del film, per questo credo che la “Scrittura con la luce” sia l’espressione più giusta per raccontare visivamente la storia del film.</p>
<p><strong>Angela Ciano:</strong> Dunque la luce è una parte importante, si può dire fondamentale, per scrivere il cinema?</p>
<p><strong>V.S.:</strong> La luce secondo me è l’Energia fondamentale dell’immagine, in quanto senza la luce l’immagine non si vedrebbe. Basta seguire le teorie dei grandi scienziati come Albert Einstein, quando scrive la formula E = m.c2. l’Energia è Materia che si muove a una certa velocità, in ogni parte di materia vi è contenuta una energia e viceversa. Isaac Newton, tra- mite la scomposizione della Luce con un semplice prisma di vetro, ha visto come l’ energia visibile, “La Luce Bianca”, che passa da un mezzo di una certa densità a uno di una densità diversa, si divide in varie frequenze che lui ha distinto a occhio come “I colori”, che risommandoli insieme riformano la luce bianca. Come diceva Leonardo, i colori sono i figli dell’ombra e della luce. Nell’esprimerci, noi usiamo quelli che sono i rapporti tra l’oscurità e la luce, cogliendone tutti quei passaggi che, attraverso un tipo di vocabolario visivo, che va dal nero al bianco passando per i vari colori, ci permette di visualizzare una storia. Come un letterato usa le parole o un musicista usa le note, noi possiamo visualizzare un concetto attraverso la “Scrittura della Luce”, producendo un’emozione che a volte è latente e inconscia a volte, invece, si percepisce non soltanto con gli occhi ma anche con tutto il corpo, perché usiamo energie di varie lunghezze d’onda che arrivano sul nostro corpo che le subisce e reagisce, variando il metabolismo, le pulsazioni, la pressione sanguigna. Quindi senza la luce, senza la sorgente luminosa non esiste né l’immagine, né la fotografia né il cinema.</p>
<p><strong>A.C.:</strong> Maestro lei in tanti anni di esperienza straordinaria come ha utilizzato la luce?</p>
<p><strong>V.S.:</strong> Io inizialmente ho fatto una serie di studi tecnici, perché le scuole di fotografia insegnano l’arte del vedere tramite fondamentalmente la tecnologia, soltanto approfondendo gli studi singolarmente, con la conoscenza di tutte le arti, si entra nella filosofia, nella simbologia ecc&#8230; ecc&#8230; Chiamiamo il cinema “La decima musa” &#8230;. perché il cinema si nutre delle altre nove ispirazioni, delle altre nove muse enunciate da Platone. Il cinema è formato dalla letteratura, dalla scenografia, dalla musica, dalla filosofia, dalla pittura ecc&#8230; per cui soltanto avendo un equilibrio tra la conoscenza tecnologica e i significati della visione, si potranno ottenere dei risultati equilibrati in Cinematografia.<br />
Conoscere come si realizza l’immagine attraverso gli strumenti tecnologici e sapere il tipo di reazioni dell’animo umano di fronte a certe immagini, creative e visionarie, si può esprimere in modo ampio e profondo un concetto scritto attraverso un concetto visivo.</p>
<p><strong>A.C.:</strong> Non a caso dicevo l’arte si è sempre nutrita dell’elemento della luce, Caravaggio piuttosto che molti artisti contemporanei usano la luce come elemento creatore dell’opera d’arte&#8230;.</p>
<p><strong>V.S.:</strong> Ogni periodo storico si è espresso tramite le varie arti, pensiamo quanto sia stata fondamentale la filosofia nell’antica Grecia, quanto l’architettura sia stata fondamentale in epoca romana, come la pittura sia stata importante nel rinascimento, la musica nel settecento, la letteratura nell’ottocento e quanto le arti visive moderne, come la fotografia, il cinema, la televisione ecc&#8230; hanno caratterizzato tanti secoli, sino a quelli che stiamo vivendo. L’uomo ha sempre avuto bisogno di esprimersi tramite l’immagine, lo ha fatto nelle caverne, con i mosaici, con la pittura su legno o su tela, su un’emulsione fotografica e poi sulla pellicola ha cambiato tutti gli elementi e i supporti tecnici a disposizione, ma quello che è rimasto è sempre il pensiero umano, l’intuizione, la volontà di esprimere un concetto tramite un mezzo visivo. L’arte, quella di Giotto, considerato il padre dell’arte moderna, o quella di un pittore fiammingo, andando avanti nei secoli di un artista come Jan Vermeer che si è espresso con luci più soffuse, o Caravaggio che, spostandosi da Milano a Roma, ha vissuto in prima persona il cambiamento verso una visione totalmente diversa e ha intuito che tramite il rapporto tra l’Oscurità e la Luce solare, riusciva a dare dei simbolismi molto forti, a rappresentare il rapporto tra l’Umano e il Divino. L’uomo è arrivato all’arte moderna, sempre cercando di portare avanti questo ragionamento sulla Luce. Uscendo dal figurativo e andando verso l’astratto si è sempre comunque tentato di dare un’emozione. Alcuni artisti di fronte a una tela vuota, non sono riusciti a trovare nessun tipo di espressione, qualcuno come Lucio Fontana ha fatto addirittura un taglio su di essa; tutto questo vuol dire che in quel momento una generazione di artisti si è trovata di fronte al fatto di non sapere esprimere altro che quel tipo di concetto, o il nulla, o la mancanza ispirativa; tutto ciò corrisponde a un periodo storico in cui gli artisti si sono espresse in quel tipo di modo. Mark Rothko non fa altro che dipingere quadri di un unico colore&#8230; tra- smette le sue emozioni tramite tonalità cromatiche. Io, amante del figurativo, le considero delle prove cromatiche, ma esse rappresentano l’espressione di questo tempo. Certo una cosa molto diversa dalla pittura figurativa di certi straordinari e meravigliosi personaggi &#8230; Leonardo lavorava anni su un quadro per portare avanti quello sfumato, quella penombra in cui lui esprimeva tutte le reazioni dell’epidermide o l’emozione di un viso, tanto è vero che al museo del Louvre c’è la coda davanti a un piccolo quadro che si chiama “La Gioconda” rispetto a tante altre opere anche importanti in cui uno passa davanti e le annota come espressione di un singolo momento; il motivo è che quel piccolo capolavoro riesce a trasmettere una grande emozione. Onestamente spesso davanti all’arte moderna mi ritrovo freddo a guardarla, la stimo perché capisco che è l’espressione di una singola mente ma non sempre mi riesce a trasmettere le emozioni dell’arte figurativa &#8230;. forse la mia mente, la mia cultura non si è evoluta per apprezzare certi artisti moderni. Guardando pensando all’arte figurativa, penso spesso a come si può illuminarla in una esposizione, un museo. Rimango spesso esterrefatto girando nei musei internazionali, quando vedo che questo lavoro viene fatto da professionisti che non sempre conoscono la luce e la sua forza, l’emotività, la simbologia e la possibilità espressiva che essa può trasmettere rispetto a un elemento statico come può essere un’opera pittorica o un’opera scultorea. Per una scultura si può pensare a una giusta illuminazione, sappiamo benissimo che da Michelangelo, a Bernini, a Canova ecc&#8230; qualsiasi scultore pensava a realizzare la sua opera rispetto al luogo dove veniva esposta e quindi a che tipo di luce poteva illuminarla. Un dipinto invece, essendo bidimensionale, non ha questa prerogativa, la cosa fondamentale è di poterlo mettere in primo piano rispetto allo sguardo dello spettatore pur rispettando la conservazione dell’opera. In genere si tende a illuminarlo con sorgenti luminose che hanno un tipo di tonalità cromatica simile alla luce del giorno, come a proseguire un percorso della luce del giorno anche di sera o negli inverni, con la luce artificiale. Non amo in generale questo tipo di scelta, penso che l’illuminazione di un’opera d’arte dovrebbe essere tale da esaltare tutte le sue caratteristiche espressive. Le opere andrebbero viste nel modo più vicino possibile alla loro ideazione: Goya preferiva illuminare con le candele i suoi quadri e quindi preferiva la luce notturna, Caravaggio dopo aver assistito a una decapitazione (quella di Beatrice Cenci) illuminata di notte da bracieri, ha cambiato il modo di illuminare le sue opere, per realizzare la “Giuditta e Oloferne”, io credo che abbia chiuso la luce naturale della finestra a cui era abituato e acceso una lanterna a olio per ritrovare il sentore, la drammaticità, quel tono cromatico simile a quell’emozione che lui aveva provato vedendo la decollazione di Beatrice Cenci. Noi estraiamo una porzione di spazio, dalla realtà, e lo poniamo in una tela, in un mirino di una macchina fotografica o cinematografica ecc&#8230; e proprio in questa porzione di spazio, attraverso la parola “composizione” esprimiamo una opera personale, una “Opera d’Arte”. Conoscenze che fanno capire come potrebbe essere illuminato un quadro a seconda di come è stato pensato; andando a vedere “La Camera degli Sposi” a Palazzo Ducale a Mantova notiamo che la luce con cui Mantegna ha illuminato i vari personaggi è la stessa luce soffusa e morbida luce laterale che viene dalla finestra di quella stanza che illumina la parete su cui è dipinto l’affresco&#8230; e dopo di lui lo ha fatto Leonardo ne “Il Cenacolo”, perché hanno fatto questo? Penso per dare una sensazione che quei personaggi appartengano a quel luogo e quindi sono illuminati con la stessa luce che illumina la parete in cui è dipinto l’affresco.</p>
<p><strong>A.C.:</strong> Queste conoscenze si possono e si utilizzano anche per illuminare i monumenti&#8230;</p>
<p><strong>V.S.:</strong> Ci sono varie possibilità, nell’archeologia e nell’architettura, specialmente in una facciata c’è la possibilità di illuminare come fa la luce del giorno, ma questo secondo me è un grande errore perché non si riuscirà mai a eguagliare la luce naturale del Sole e le varie luci che i momenti della giornata ci danno, quindi penso sia più giusto interpretarla, immaginandola. Prima dell’invenzione della Luce Elettrica, con il calare del giorno si illuminava gli ambienti con torce o con lanterne, quindi si può illuminare cercando di ricostruire una ipotetica luce artificiale della stessa epoca del monumento, oppure si può, ed è quello che io amo fare, cercare di dare un’ interpretazione di quei luoghi rispetto a chi li ha costruiti e per quale ragione sono stati costruiti cercando, tramite il linguaggio della luce, di dare una raffigurazione o un’interpretazione che distingua quell’opera, questo concetto ha guidato il lavoro che abbiamo fatto insieme a mia figlia Francesca per illuminare i Fori Imperiali a Roma. In questo progetto abbiamo cercato di interpretare la storia di questo monumento tramite il linguaggio della luce distinguendo attraverso la direzione o la diversità cromatica, il tipo di emozione che esso a distanza di secoli ancora trasmette, questo è quello a cui io credo di più&#8230;</p>
<p><strong>A.C.:</strong> Un’ultima riflessione, oggi gli “Autori della fotografia cinematografica” hanno a disposizione tecnologie completamente diverse da quelle che si utilizzavano solo alcuni anni fa, questo come ha cambiato il lavoro?</p>
<p><strong>V.S.:</strong> La tecnologia ci aiuta a essere più snelli, rapidi e a capire meglio noi stessi. Le faccio un esempio, io ho fatto sessanta film di cui 59 girati su pellicola, in un set ero l’unico, come tutti i miei colleghi, che poteva dire &#8230;conosco come sarà questa immagine&#8230; quando ci tornerà dal laboratorio sviluppata e stampata. Un ritorno che poteva accadere con tempo variabile anche di settimane se si era in posti come la Cina, in questo tempo c’era sempre un po’ di ansia e mistero, se quel tipo di immagine che avevo in mente fosse stata realizzata come l’avevo pensata, tramite le tecnologia che avevo a disposizione. L’ultimo film che ho fatto è stato registrato “In digitale” insieme al regista Woody Allen. Abbiamo utilizzato una videocamera SONY F 65, che registra immagini di alta qualità su un hard disk che ci ha dato la possibilità di vederle in tempo reale, su un monitor ad alta definizione. Abbiamo così potuto lavorare vedendo esattamente quello stavamo facendo nel momento in cui lo facevamo, non il giorno dopo o due settimane dopo. Con le nuove tecnologie digitali possiamo vedere il nostro stesso pensiero e siamo in grado, nel vederlo, di poterlo modificare nel momento in cui lo stiamo realizzando, questa è la grandezza e la distinzione che c’è tra il prima e l’adesso. In realtà siamo passati da un momento di innocenza e di mistero, a un periodo di coscienza e di consapevolezza della formazione dell’immagine. Credo che oggi dobbiamo essere più colti nella conoscenza dell’immagine e su come modificare quell’immagine per dare quell’emozione di cui quella sequenza e storia hanno bisogno. La necessità è ovviamente conoscere la storia, la tecnica e i significati della visione, dobbiamo sapere se aumentiamo quella luce, quel contrasto o quella cromaticità che tipo di emozione può dare quell’immagine rispetto alla storia che stiamo raccontando. Vedere immediatamente quello che stiamo facendo aiuta il nostro lavoro, ma semper abbiamo bisogno di una IDEA centrale che ci permette di visualizzare una storia.</p>
<p><strong>A.C.:</strong> Per concludere Maestro, 2015 anno internazionale della luce, una sua definizione della parola luce?</p>
<p><strong>V.S.:</strong> io credo che la luce sia “La conoscenza”, che ci da la possibilità di un rapporto tra le persone e quindi è anche “Amore”; l’amore&#8230; non è altro che Energia. L’energia cosa è? &#8230; Non è altro che la luce.</p>

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