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	<title>auditorium Archivi - mu6</title>
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		<title>L&#8217;Acqua dei pastori</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/edoardo-micati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 10:30:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[paesaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.rivistamu6.it/edoardo-micati/">L&#8217;Acqua dei pastori</a> proviene da <a href="https://www.rivistamu6.it">mu6</a>.</p>
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			<p>a cura di Edoardo Micati.</p>

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			<p>Sulle nostre montagne, oltre una certa quota, l’acqua è un bene raro. La pioggia e l’acqua delle nevi penetrano fra le rocce e le rade erbe per raggiungere, attraverso mille vene sconosciute, i grandi bacini racchiusi nel grembo dei monti. Molto più in basso, nei ripidi valloni, essa torna in superficie scendendo impetuosa, o comparendo all’improvviso fra le rocce per sparire di nuovo dopo un breve tratto, mentre in alto, dove vivevano i pastori e le loro greggi, scorre fra le pietre e i muschi<br />
in piccoli rivoli silenziosi e gocciola dalle pareti in un lento stillicidio.<br />
I grandi fontanili sono piuttosto rari, mentre i laghetti e le piccole pozze stagionali li troviamo solo nelle zone degli altipiani, tanto che il pastore ha dovuto necessariamente imparare ad essere frugale anche nell’uso dell’acqua: infatti in questi piccoli invasi naturali gli animali entrano per abbeverarsi rendendo l’acqua inutilizzabile per gli uomini. I modesti segni lasciati nei luoghi che ha frequentato per secoli testimoniano in quale considerazione il pastore avesse le più piccole sorgenti e con quale cura le preservasse. Le ha curate a tal punto che i luoghi assunsero, in alcuni casi, carattere sacro.<br />
Nel lento percorrere le balze montuose pastore e gregge tornavano giornalmente in quei luoghi dove sapevano di poter trovare un minimo di acqua e un riparo dal sole del mezzogiorno. Una minuscola vena, che a malapena riempiva una brocca in una intera ora, veniva curata religiosamente scavando una vaschetta dove raccoglierla, circondandola di pietre e coprendola per preservarla dagli animali. In queste piccole pozze di acqua chiarissima il pastore beveva poggiando leggermente le labbra sulla superficie per non turbare il precario equilibrio con i sedimenti del fondo. Poco importava se una minuscola piuma azzurra galleggiava sulla superficie: alle prime luci dell’alba qualcuno lo aveva preceduto.</p>
<p>I pastori che frequentavano i pascoli più alti andavano sui nevai per sfruttare l’acqua di scioglimento prima che sparisse fra le pietre; dopo l’abbeverata le pecore si ammassavano sulla neve, nelle ore più calde, alla ricerca di refrigerio: “Da la Mmersa Grande ci stà angore ‘ll’itre grutte che si chiame la Grotta Ciamaichiere. A elle ci sta<br />
‘nu canale… che è chiamate Lu canale de la neve. Pecché poche degli anni che finive la neve a elle. Li pasture squajevene la neve e ci s’abbeverave pure li bestie. (Da la “Mmersa Grande” ci sono ancora altre grotte che si chiamano la Grotta Ciamaichiere. Lì c’è un canale… che è chiamato Il canale della neve. Perchè erano pochi gli anni in cui la neve lì finiva. I pastori scioglievano la neve e ci abbeveravano anche gli animali.) (Del Pizzo N., Palombaro)<br />
Sulle grandi rocce piatte è facile trovare numerose coppelle fra loro collegate da canalette e tutte confluenti in una canaletta principale terminante nel punto più basso della roccia: sotto veniva posto un recipiente che si riempiva ad ogni pioggia. A volte troviamo solo delle incisioni, o delle canalette per far convergere l’acqua verso una coppella, una vasca, o un qualsiasi recipiente.<br />
In alcune zone è ancora possibile trovare delle vasche realizzate con lastre di pietra o addirittura scavate in grossi macigni. Particolarmente interessante è la Fonte di S. Maria, in territorio di Lettomanoppello, in quanto l’antica presenza di un tal genere di vasche ha dato il nome ad una vicina chiesetta oggi diruta: S. Maria alla Fonte dei Trocchi.</p>
<p>Esistono anche esempi di abbeveratoi ricavati direttamente nelle formazioni rocciose del monte.<br />
Ricordiamo quello di S. Spirito a Majella (Roccamorice), al servizio di una ricca e numerosa comunità monastica, e quelli di Fonte della Spogna e Fonte S. Martino (Lama de’ Peligni) per gli eremiti di Grotta Sant’Angelo e i pastori che frequentavano quei difficili pascoli. Un’altra piccola fonte ricavata nella roccia la troviamo lungo il sentiero che conduce all’eremo di San Giovanni d’Orfento.<br />
Ma tutte le nostre montagne sono piene, nei luoghi più nascosti e non frequentati da decenni, di piccoli punti d’acqua che possono dissetare anche nelle stagioni più secche. Non è difficile trovare,<br />
dove scaturiscono minuscole vene d’acqua, canalette in legno o metallo, ma spesso fatte anche con larghe foglie, per potervi attingere più facilmente.<br />
Nel secolo scorso la captazione delle sorgenti montane per la realizzazione di acquedotti ha favorito la costruzione di numerosi fontanili disseminati sui pascoli, ma non era certamente questa la situazione dei secoli addietro. Fontanili ed abbeveratoi si trovavano solo dove l’acqua nasceva e in tali punti confluivano le greggi anche dai pascoli più lontani. Altrimenti uomini ed animali dovevano accontentarsi di quello che la montagna offriva ed ogni tanto sperare in qualche benefico acquazzone. Gli abbeveratoi che troviamo sui pascoli sono le classiche vasche a scomparti comunicanti (fontanili), in pietra o in cemento.<br />
Tutte le sorgenti hanno un serbatoio di carico dal quale l’acqua arriva al fontanile. Le vasche del fontanile possono essere addossate al pendio e quindi al muro di contenimento che chiude la cisterna di carico, o perpendicolari a questo permettendo l’abbeverata da entrambi i lati. Nel primo caso le vasche sono in comunicazione fra di loro tramite dei fori nel settore di separazione; nel secondo caso sono a livelli digradanti. Alla Fonte del Tasso (Roccamorice) si è voluto separare la fonte riservata all’uomo dall’abbeveratoio per gli animali: infatti una semplice fonte con vaschetta è direttamente collegata al serbatoio di carico, mentre lo scarico di questa passa all’abbeveratoio posto ad una quota inferiore.<br />
Alcune fonti, anche situate a notevole quota, possono vantare un aspetto monumentale come Fonte Tarì sulla Majella Orientale, o, in misura minore, Fonte Chiarano nel Feudo di Chiarano-Sparvera oppure essere impreziosite da fregi e rilievi come Fonte Fredda sul Morrone.<br />
Nelle zone pastorali dove non esistono sorgenti, una grossa cisterna di carico, in genere costruita in fondo a vallette molto innevate, raccoglie l’acqua di scioglimento delle nevi e quella piovana restituendola attraverso le tradizionali vasche.<br />
Sul Morrone troviamo delle “piscine”, grandi pozzi scoperti in muratura, ai quali si accede tramite delle scalette interne. Tipici della zona di Chiarano sono i “pozzacchi”, sorgenti di scarsa portata incassate nel terreno, dai quali era necessario prelevare l’acqua con dei recipienti e versarla negli abbeveratoi. Infatti anche se il livello dell’acqua si manteneva quasi alla quota del terreno, l’esiguità dello spazio e la necessità di mantenere pulita la sorgente impedivano l’abbeverata diretta al pozzacchio. Sono particolarmente numerose, sul Gran Sasso, delle pozze naturali alcune delle quali tendono a prosciugarsi nel corso della stagione estiva. È particolarmente interessante il Lago S. Pietro, laghetto effimero, che presenta una antica struttura in pietra a secco per il “bagno” delle pecore.<br />
L’esempio più bello di un lago al servizio delle comunità pastorali è senza dubbio il Lago Pantaniello, nel Feudo di Chiarano-Sparvera. Il laghetto raccoglie l’acqua di scioglimento delle nevi di un vasto bacino ed è alimentato da una modesta sorgente. Il livello delle acque è mantenuto da una diga in pietra: altrimenti parte delle acque andrebbe a formare una piccola pozza proprio sotto lo stazzo. In effetti è quanto avviene nel periodo primaverile, quando le acque debordano dal basso sbarramento.La penuria di sorgenti ha spesso provocato delle liti fra comuni confinanti. Ai primi del 1800 i Comuni di Palombaro e Fara S.Martino rivendicavano entrambi il possesso di FonteRuscio e Fontanelle<br />
da Capo, sorgenti situate al confine fra i due Comuni. In effetti le due sorgenti erano da tempo usate e curate dai pastori di entrambi i Comuni, ma nel 1811 Nicola Lombardi di Fara S. Martino, avendo comperato le erbe estive in quella zona, vietò l’accesso alle fonti ai pastori palombaresi<br />
scatenando così una lite di confine.<br />
La Fonte di S. Maria, detta anche “dell’acqua frasseninca”, o “deitrocchi” e ancora di “S. Maria diruta”, fu anch’essa oggetto di disputa nel 1700fra il monastero di S. Liberatore e l’Università di Manoppello. Quest’area, fra Fosso S. Angelo e la Valle dell’Alento, all’epoca era utilizzata per il pascolo e si può comprendere l’importanza che aveva questa fonte in una zona povera di sorgenti.<br />
Nei Capitoli di Roccaraso troviamo invece diversi articoli che regolamentano l’accesso all’acqua di quelle greggi che occupano “poste pascolative” prive di sorgenti.</p>

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		<title>L&#8217;Auditorium del parco che dialoga con la città intorno</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/auditorium-parco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 10:07:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[auditorium]]></category>
		<category><![CDATA[parco]]></category>
		<category><![CDATA[renzopiano]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>E&#8217; uno stradivari poggiato nel parco, uno strumento dalla cassa armonica perfetta, realizzato con il legno migliore al mondo che da qualche settimana fa bella mostra di sé nel Parco del Castello</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_693335138d11a h1{font-size:18px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_693335138d11a .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_693335138d11a">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>a cura di Angela Ciano</em></span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-693335138d384"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-693335138d5e1"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_spacer_693335138d6ce{height:40px;}</style>
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			<p>L’Auditorium di Renzo Piano filamente è realizzato anche se L’Aquila e gli aquilani aspettano di poterlo fruire. Nostante sia ancora chiuso, si stanno ultimando i camerini, quei tre cubi colorati “come tre dadi lanciati sul prato” (sono parole dello stesso Piano) sono già meta imprenscidibile e privilegiata di tanti cittdaini che hanno ricominciato a vivere il grande polmone verde e anche di tantissimi turisti ancora attirati dall’eco della tragedia del 2009.</p>
<p>Avevamo incontrato Renzo Piano due anni fa, all’inizio del 2010, L’Aquila e i suoi abitanti erano ancora increduli per quello che era accaduto meno di un anno prima e uno dei più grandi architetti del mondo aveva voluto incontrare gli amministratori di questa città per portargli un dono. Un gesto d’amore. Un suo progetto per un Auditorium temporaneo. Una casa per la musica per una città che aveva perso ogni riferimento sopratutto culturale. A MU6 aveva rilasciato una lunga intervista dove spiegava il suo progetto che, dopo due anni e mezzo, è finalmente realtà. Una realtà però che la città aspetta di poter vivere. L’auditorium del parco all’Aquila firmato da Renzo Piano, anzi dono del grande maestro dell’architettura contemporanea e dalla Provincia autonoma di Trento alla città ferita da un grave terremoto è da poco patrimonio degli aquilani e di tutti coloro che vorranno fruirlo: la città contemporanea, nuova e all’avanguardia che dialoga con l’antica con il vicino Forte Spagnolo e ricomincia proprio da qui; insomma l’idea di Piano di mettere proprio nel parco del castello il suo magnifico oggetto architettonico per riavvicinare i cittadini al centro storico dell’Aquila sembra stia funzionando. Per questo il giorno dell’inaugurazione il grande architetto che ha firmato progetti in tutto il mondo era visibilmente emozionato e molto felice “Perché – dice – per me questo Auditorium è come l’ultimo figlio nato, si hanno verso di lui più cure ed attenzioni; per questo oggi lo consegnamo simbolicamente al sindaco di questa città ma vigileremo affinché sia trattato bene. Sia fatta la necessaria manutenzione”. E soprattutto sia vissuto perché alla gente piace questo strano edificio fatto di listelli di legno colorato che si articola nello spazio attraverso spigoli e scorci prospettici taglienti; piace perché fa respirare un’altra aria non più quella di città di provincia; piace perché dialoga meravigliosamente con uno dei monumenti simbolo di questo territorio e dell’intera Italia: il Forte Spagnolo “ Ma questo è un fatto voluto e non c’è competizione tra i due – ci racconta ancora Renzo Piano – perché il Castello è un elemento straordinario antico forte e potente mentre questo auditorium è un oggetto fragilissimo fatto di giochi di colori, nascosto dagli alberi e che, quando non servirà più, si potrà smontare e portare via in un altra zona della città; quindi non si mette in competizione ma dialoga con il vicino Forte Spagnolo. Ma è un dialogo onesto e franco sennò sarebbe stato un errore”. Dunque un racconto che continua tra il passato glorioso di questa città e una modernità che si spera possa diventare altrettanto importante e che si esplica in questo confronto tra la pietra e il legno. Tra il pieno del Castello e il “vuoto” dell’Auditorium “&#8230; quando si fa il restauro di un affresco – continua Piano – se c’è un pezzo mancante si lascia un vuoto quindi ho pensato a questo oggetto come ad un vuoto; il castello è il castello, l’auditorium invece si mette in disparte fra gli alberi è fatto di un materiale come il legno, così fragile e temporaneo per sua natura; in più arricchito da questo gioco cromatico che è come un concerto. Tutto questo è voluto perché questo dialogo sia franco, onesto, tollerante”&#8230; come predicava Celestino V il Papa aquilano di adozione che visse nel XIII secolo e che è sepolto all’Aquila nella Basilica di Collemaggio “questo lo avevo dimenticato – ribatte Piano – adesso però la citazione me la rivendo.”</p>
<p>Mentre intervistiamo Piano guardiamo questo edificio che si staglia contro un cielo azzurrissimo, i mitici cieli ottobrini dell’Aquila sono di un azzurro che non ha eguali, e gli chiediamo cosa lo ha ispirato? “L’ispirazione è venuta da più parti intanto dal legno perché molti strumenti si fanno di legno, la cassa armonica è di legno, il legno ha una frequenza propria in più questo è un legno straordinario il legno della Val di Fiemme che da sempre è usato per gli strumenti musicali; poi nell’idea ha giocato molto il concetto della temporaneità, naturalmente si voleva fare qualcosa che non si mettesse in competizione con il Forte e con il resto della città, insomma che dichiarasse con chiarezza la sua temporaneità il suo esserci in attesa che la città storica torni; infine il concetto di e sismicità, il legno è un materiale antisismico per natura e questa è una cassa assolutamente infrangibile. Il legno poi è una sorgente rinnovabile lei sa che tutto il legno usato qui le foreste di Trento lo riproducono in sei ore? Ogni giorno se ne potrebbero fare quattro di questi oggetti senza dilapidare le foreste e quindi è realizzato anche in termini di sostenibilità ambientale. Poi ci sono tante altre ragioni che mi hanno ispirato. Insomma questo è un oggetto con cui si può giocare. All’interno per esempio, questo rosso si accende gioca con il suono, all’esterno invece è un codice colore, il codice di montaggio dei listelli che facilitava la costruzione ci è piaciuto talmente tanto che lo abbiamo tenuto proprio come elemento timbrico ed allora si vede che questi colori giocano, flirtano con gli alberi e con le foglie degli alberi, d’altronde i colori li abbiamo rubati da li visto che c’eravamo; e badate che non sono dipinti questo è un legno intriso di colore”.</p>
<p>Insomma quella di Renzo Piano è una presenza importante per una città che disperatamente cerca di non perdere la sua identità e al contempo vorrebbe trovarne una nuova per riallacciare il filo della storia tanto drammaticamente interrotto “Credo che il nostro piccolo contributo all’Aquila lo abbiamo dato e torneremo spesso qui a vedere come il sindaco terrà questo oggetto, se farà la pulizia degli spazi attorno, etc.” Ma lei come lo vede il futuro di questa città? “Il futuro – conclude Renzo Piano – adesso è il restauro degli edifici storici esistenti”. Un lavoro che non ha bisogno di grandi nomi dell’architettura perché come dice lo stesso Piano “si sa benissimo come restaurare gli edifici c’è una sapienza tutta italiana del restauro, dico solo che deve essere un restauro non leggero perché alcuni edifici sono pesantemente lesionati ma tollerante, deve tollerare la presenza del presente se mi passate il gioco di parole; ci vuole una diagnostica molto attenta per capire meglio e decidere che tipo di intervento di recupero fare ma a questo punto la strada della ricostruzione è presa&#8230;.” Non può non fare un accenno l’architetto Piano a tutto il lavoro che all’Aquila c’è ancora da fare poi però torna al suo auditorium che giudica bellissimo “È bellissimo – conclude sorridendo – poi per me è l’ultima creazione, mi sento come un padre che ha più attenzioni verso l’ultimo nato, quindi questa, tra le mie creazioni è quella più amata”.</p>

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