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	<title>Cinzia Tirone, Autore presso mu6</title>
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		<title>Musei di Pietra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 15:24:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[edoardomicati]]></category>
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			<p>Molti anni fa mi trovavo con un caro amico sul crinale che da Roccamorice sale verso i pascoli della Maielletta. Salivamo a piedi, nel tardo pomeriggio, in un paesaggio di pietra dove rade erbe affioravano a fatica. Ad un tratto ci fermammo, colpiti dal canto di una voce femminile che giungeva dal basso. Solo allora ci accorgemmo che alcuni contadini stavano mietendo un piccolo campo di grano. Ci sedemmo e restammo in ascolto, completamente affascinati da quelle piccole figure che sullo sfondo del tramonto mietevano cantando. In quei momenti ho compreso a fondo, per la prima volta, il valore di quei mucchi di pietre, di quei muretti a secco, di quelle strane capanne.</p>
<p>Le opere in pietra a secco che caratterizzano la nostra montagna e quella di altre zone europee, soprattutto del Mediterraneo, sono la testimonianza più evidente dell’immane lavoro dei nostri antenati: un paziente accumulo dettato dalla necessità di bonificare campi e pascoli per poter sfruttare quel sottile strato di humus e le rade erbe presenti fra le pietre affioranti ovunque. Al mucchio disordinato, primo ed istintivo modo per liberare il terreno dalle pietre, si sostituirono ben presto precise e studiate forme di accumulo con lo scopo di non rubare terra ai coltivi. In molti casi la fame di terra era tale che, all’accumulo disordinato che avrebbe occupato un’area eccessiva, si preferì il mucchio costruito, con basi circolari, quadrate o a carena, disponendo le pietre più grandi a formare una cortina esterna di contenimento. La stessa capanna in pietra a secco, assimilabile ad un mucchio di spietramento cavo all’interno, rappresentava un ideale luogo di deposito delle pietre, che avevano inoltre l’effetto di renderla più stabile ed impermeabile.</p>
<p>Esaurita la disponibilità delle aree più fertili, poste su piccoli pianori, o sul fondo di conche e doline, si iniziò l’opera di terrazzamento dei terreni in pendio. I terrazzamenti occupano in genere le vallette, più ricche di humus rispetto ai crinali dove maggiormente hanno agito l’erosione e il dilavamento degli agenti atmosferici. La permeabilità del muro a secco di sostegno è fra i motivi della sua relativa longevità: l’acqua assorbita dal terrazzamento, anche nel caso di forti acquazzoni, può fuoriuscire dagli interstizi di tutto il muro senza cercare vie preferenziali che provocherebbero erosione e distruzione delle strutture di contenimento. Le recinzioni in pietra a secco rappresentarono la successiva fase della bonifica dei terreni. In molti casi esse non hanno la precisa funzione di delimitare la proprietà, ma costituiscono una ulteriore maniera per sistemare le pietre in eccesso.</p>
<p>Dal semplice muretto dello spessore di un solo elemento passiamo a recinzioni che si alzano possenti con larghezze di oltre due metri. Si alzarono così muri a secco per realizzare campi terrazzati, per recingere le piccole proprietà strappate alla montagna, per riparare dai venti le colture, per rinchiudere e difendere le greggi, per delimitare e rendere percorribili i sentieri che portavano alla montagna. Molte di queste opere che ancor oggi segnano il paesaggio delle nostre montagne furono le prime opere di quei coloni che nei secoli scorsi si spinsero, dietro un crescente incremento demografico e in seguito alla crisi della pastorizia, a coltivare la media ed alta montagna.</p>
<p>Tale fenomeno fu particolarmente evidente nell’Appennino centrale soprattutto dopo la messa a coltura del Tavoliere delle Puglie. Tutti i terreni montani furono invasi da uomini che dall’alba al tramonto si affannavano per trasformare brulle pendici in campi che nella migliore delle ipotesi davano comunque magri raccolti. Anno dopo anno accatastarono, ammucchiarono, alzarono mura di contenimento, ripararono crolli, convogliarono acque; alcuni con maestria innata, altri con l’arte appresa nella lontana Puglia, altri ancora, guardando e imitando il vicino più abile.</p>
<p>Nei primi anni ’70 del secolo scorso, colpito da quella “mietitura al tramonto”, iniziai una ricerca sulle capanne a falsa cupola, attratto da quelle strane costruzioni. La ricerca si estese in seguito al resto della regione impegnandomi per circa vent’anni. Il fatto che andassi misurando “mucchi di sassi” sembrava strano a coloro che mi conoscevano e qualcuno era arrivato a pensare che fossi uscito fuori di senno! Gli stessi paesani, in alcuni casi costruttori di quelle semplici capanne, rimanevano meravigliati del fatto che me ne interessassi, poiché per loro non avevano molta importanza: erano solo dei rozzi ricoveri che ricordavano anni di sacrifici e di fame.</p>
<p>Alla fine del secolo scorso, dopo il mio censimento regionale delle capanne a falsa cupola, nacque un forte interesse per le opere in pietra a secco e si valutò la possibilità di un loro recupero e valorizzazione a scopo turistico oltre che come testimonianza storica. Con la Legge Regionale n.17 del1997 le capanne a falsa cupola furono messe sotto vincolo e furono stanziati dei fondi per il loro recupero e la loro valorizzazione. Queste costruzioni, oltre a rappresentare una importante testimonianza della vita agricola e pastorale dell’Abruzzo, sono entrate a far parte della geografia della regione caratterizzandola, in alcune zone, in maniera inconfondibile. L’abbandono dei campi della media ed alta montagna ha portato anche all’abbandono della consuetudine annuale del ripristino dei cedimenti dei muri a secco e delle capanne.</p>
<p>A questo lento dissesto del paesaggio agrario imputabile a naturali fenomeni di degrado, si aggiunge l’intervento dell’uomo. Un altro grave pericolo per questo patrimonio culturale viene da coloro che in nome di un recupero delle tradizioni intende utilizzare tali testimonianze in modo improprio. E sorgono così squallide aree per picnic dove le capanne sono degradate alla funzione di depositi di immondizie.</p>
<p>Nell’arco di pochi anni sono nate numerose iniziative che vedono l’architettura in pietra a secco sempre più al centro dell’interesse degli enti pubblici e di alcune associazioni culturali. Diversi comuni sono oggi impegnati nella realizzazione di musei all’aperto per lo studio dell’antico paesaggio agropastorale ed hanno aderito inoltre ad una iniziativa dell’Archeoclub di Pescara per proporre una legge nazionale che tuteli queste opere.</p>
<p>Il Comune di Abbateggio ha realizzato nel sito archeologico di Valle Giumentina l’Ecomuseo del Paleolitico, collocando i pannelli didattici in un complesso in pietra a secco, formato da diverse capanne e recinti, costruito per tale scopo.</p>
<p>Il Comune di Lettomanoppello può vantare nel proprio territorio, in aree demaniali e private, delle zone con magnifici campi terrazzati ricchi di capanne. Nel territorio di Roccamorice troviamo i più bei complessi agro-pastorali in pietra a secco che vanno assolutamente salvati dal degrado. Infine il Parco Nazionale della Majella ha mostrato grande interesse per un progetto di tutela e restauro dei complessi agro-pastorali più interessanti. Nell’ambito di questo progetto si potrebbero creare dei “cantieri scuola” per istruire i giovani sull’antica tecnica del costruire in pietra a secco.</p>
<p>Oggi possiamo dire che quelle pietre che segnano in maniera inconfondibile le nostre montagne, messe le une sulle altre con grande fatica, rappresentano un grandioso monumento ai sacrifici dei nostri padri e la testimonianza di un preciso momento storico.</p>

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		<title>Il museo e il territorio (a sud)</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/daniela-bigi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 15:01:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[danielabigi]]></category>
		<category><![CDATA[museo]]></category>
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	<p class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" data-split-text="true" data-custom-animations="true" data-ca-options='{"triggerHandler":"inview","animationTarget":".lqd-lines .split-inner","duration":700,"delay":100,"easing":"easeOutQuint","direction":"forward","initValues":{"scale":1},"animations":{"scale":1}}' data-split-options='{"type":"lines"}'><span class="ld-fh-txt"> a cura di Daniela Bigi.</span></p></div><style>.ld_fancy_heading_6910a4b60ede5 h1{font-size:30px;line-height:1.4em;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6910a4b60ede5 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-left ld_fancy_heading_6910a4b60ede5">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> PARLARE DI SUD, E NELLO SPECIFICO DI SUD ITALIANO, SIGNIFICA OGGI RACCONTARE DI UNA CONDIZIONE DEL TUTTO ORIGINALE, INEDITA, TRA LE PIÙ STIMOLANTI CHE SI POSSANO OFFRIRE ALLA SPERIMENTAZIONE DI MODELLI MUSEALI CORAGGIOSI.</span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6910a4b60f018"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6910a4b60f228"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_spacer_6910a4b60f336{height:50px;}</style>
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			<p>Il dibattito museologico degli ultimi vent’anni, accelerato dalla proliferazione globale dei musei (oltre che dalla nascita dei musei globali), scandito dalla fantasmagorica apparizione dei buildings delle archistar, ossessionato dalla topica del pubblico, attratto dall’articolazione di mirabilanti offerte di servizi, intento a bilanciare istanze difformi come conservazione, interpretazione, valorizzazione, intrattenimento, marketing e produzione di valore, si è inevitabilmente concentrato su una tipologia istituzionale legata alla metropoli di scala mondiale, una tipologia che, come alcuni hanno tempestivamente individuato, altro non era che il precipitato esemplare delle strategie del tardo capitalismo – o, come direbbe qualcun altro, del capitalismo della fase totalitaria.<br />
Una tipologia che però non poteva adattarsi a qualsiasi paese, a qualsiasi territorio, un modello incapace di esprimere, o di includere, la vastità potenziale delle esperienze immaginabili.</p>
<p>E l&#8217;Italia si può considerare un esempio calzante delle falle di quel modello, non credo soltanto per un’arretratezza organizzativa o per una inadeguatezza formativa quanto, più probabilmente, per una naturale, fisiologica, resistenza ad una omologazione incondizionata ai flussi globalizzanti, dovuta probabilmente alla sua mai completata trasformazione in un paese moderno, nel senso di quell’occidentalizzazione con la quale certi filosofi intendono la pervasiva/totalizzante/totalitaria dominazione del capitalismo.</p>
<p>D’altronde è ormai acquisito che non basta la cifra dell’architetto o la ricetta del progettista/museologo (o addirittura del museografo, come è avvenuto sempre più spesso negli ultimi quindici-vent’anni) a fare di un museo un’istituzione capace di esprimere autenticamente la dimensione culturale di una comunità, di rispondere alle sue istanze di crescita sociale, attrezzata per rileggerne e interrogarne il passato, intenzionata a svilupparne il potenziale creativo e produttivo. Né, per continuare a giustificare l’enorme costo del museo in termini di spesa pubblica, si può perpetrare l’errore della verifica quantitativa dei rientri, tra biglietteria e servizi aggiuntivi. il capestro dell’audience non ha certo salvato la televisione (e continuo a riferirmi soprattutto all’italia) dal progressivo svilimento di contenuti, qualità e autonomia culturale…</p>
<p>Anzi, va ricordato che il dibattito interno alla Nouvelle Muséologie ha sottolineato abbastanza presto l’allarmante differenza tra pubblico audience e pubblico comunità e credo che, a distanza di qualche decennio, si debba ripartire proprio da quella distinzione e riaffrontare prioritariamente in sede politica la questione cruciale che ne consegue.</p>
<p>Tornando al Sud, e alla condizione che esso esprime nella congiuntura storica attuale, bisogna innanzitutto evidenziare che è la prima volta nella storia recente che viene assunto allo stesso tavolo progettuale delle altre aree italiane e non per politically correctness, come è avvenuto per decenni, ma in quanto effettivo portatore di contenuti nuovi, e questo ribaltamento di prospettiva, prima ancora che dai percorsi istituzionali, è desumibile da quelli spontanei, autogestiti, giovanili, basti guardare all’importantissimo lavoro svolto dagli artist run spaces.</p>
<p>Lo scenario al quale mi riferisco, di certo inedito rispetto a quello preso in esame negli ultimi decenni dal dibattito museologico (e che nulla ha a che fare anche con quello, pure per qualche verso assimilabile, toccato dagli studi post-coloniali), è quello in cui l’aggiornamento culturale e la determinazione costruttiva dei più giovani si sono innestati in un sistema di valori – e in molti casi in un paesaggio – che ha difeso e custodito l’ancoraggio ad una storia plurimillenaria ove eredità mediterranee, saperi tradizionali, ritualità collettive, colture secolari hanno disegnato e ridisegnato, ininterrottamente, equilibri e squilibri, in una latenza tutt’altro che immobile, tutt’altro che indolente, tutt’altro che inconsapevole.</p>
<p>Il fatto che oggi, quelle terre, in certi casi ancora a carattere rurale o comunque micro industriale, traboccanti di segni e sapienza antica, meta e approdo di etnie diverse, rappresentino una piattaforma ove esprimere e verificare istanze aggiornate, competenze giovanili acquisite sulla scena internazionale, relazioni intessute su scala globale, costituisce un potenziale che proprio in un momento di acuta crisi valoriale oltre che economica non può sfuggire neppure al più globalizzato degli osservatori.</p>
<p>C’è una storia significativa da raccontare in tal senso ed è quella di RISO &#8211; Museo d’arte contemporanea della Sicilia, che all’atto dell’istituzione, nel 2007, ha scelto di dotarsi dell’identità del museo diffuso, un modello che trova le sue radici nel dibattito francese degli anni settanta e che si struttura proprio a partire da una concezione del pubblico come comunità (e non come audience).</p>
<p>Nato su presupposti che l’ Italia non aveva ancora accolto negli anni della proliferazione dei musei e dei centri per l’arte contemporanea (non dimentichiamo che ancora alla metà degli anni novanta i luoghi istituzionali vocati esclusivamente al contemporaneo in Italia erano pochissimi e quindi la nascita e lo sviluppo della maggior parte di essi è avvenuta negli ultimi quindici/venti anni), gestito per quattro o cinque anni con grande intelligenza degli obiettivi, è stato poi smantellato nel 2012 per funzionamento troppo virtuoso (l’analisi delle ragioni politiche di quello smantellamento necessita di altro spazio e altra sede, ma di certo si rende necessaria, così come si fa urgente una riflessione schietta su quanto sta avvenendo a Rovereto, a Torino, a Bologna, a Roma, a Prato… Se il dibattito museologico non si confronta con il pensiero politico rischia di rimanere sterile esercizio accademico).</p>
<p>Quell’idea di museo diffuso nasceva dallo studio e dal rispetto delle peculiarità storiche, culturali, geografiche, economiche di una terra straordinaria e difficile come la Sicilia, e si poneva come possibile modello di sviluppo non attraverso l’imposizione di modelli eteronomi e globalizzati bensì attraverso una sorta di processo maieutico generato da una serie di azioni volte a rileggere e valorizzare il patrimonio culturale isolano attraverso il motore del pensiero e delle metodologie del contemporaneo.</p>
<p>Il progetto era evidentemente ambizioso e pensato a medio e lungo termine, incardinato all’arte contemporanea per rivolgersi alla cultura in termini estensivi, ancorato ad un edificio cittadino (Palazzo Belmonte Riso a Palermo), quindi con vocazione urbana, ma presente, attraverso attività diversificate e partnership di diversa natura, nell’intera regione, anche nelle aree meno urbanizzate. Le direzioni di lavoro portate avanti in quei pochi ma densi anni di attività, se da una parte hanno seguito un percorso museale tradizionale – dalla nascita di una collezione permanente alla programmazione di una attività espositiva e alla conseguente predisposizione dei servizi connessi, dalla didattica alla caffetteria al bookshop – dall’altra hanno espresso a diversi livelli l’idea che il museo non fosse altro che un dispositivo atto a dar voce alle proposizioni culturali più recenti di una terra che bisognava tornare a considerare come il più importante avamposto mediterraneo in Europa, ma al contempo un volano per il recupero di discorsi interrotti, per la riemersione di testimonianze artistiche d’eccellenza, per la rilettura di storie più o meno lontane nel tempo da sottrarre all’oblio.</p>
<p>La prima azione in tal senso è stata quella di ripartire da una sorta di mappatura del presente al fine di meglio comprendere quale futuro poter progettare, e inevitabilmente le prime tre realtà coinvolte in un progetto congiunto sono state Gibellina, Fiumara d’arte e il Museo di Montevergini a Siracusa, realtà che in tempi diversi (rispettivamente gli anni settanta, ottanta e novanta/duemila) e con modalità differenti avevano lottato per l’affermazione del portato artistico contemporaneo.</p>
<p>Parallelamente veniva inaugurato uno Sportello dedicato alla scena siciliana emergente (S.A.C.S), pensato come archivio ma anche come una specie di agenzia, volto alla valorizzazione dei giovani artisti siciliani attraverso programmi condivisi con istituzioni straniere (per lo più di area mediterranea).</p>
<p>Sulla stessa linea di intervento nascono le prime due mostre a Palazzo Riso, centrate sulla ricognizione delle più importanti collezioni d’arte contemporanea della Sicilia. Dunque un museo poco glamour, molto concentrato sulle istanze del suo territorio, ma con una strutturale inclinazione al dialogo internazionale.<br />
Mentre realizza queste iniziative RISO progetta gli step successivi, che vanno dai laboratori scientifici sulle problematiche conservative del Cretto di Burri a Gibellina (museo come attore della conservazione), all’ampliamento della collezione (museo come scrittura della storia), al potenziamento delle attività di SACS (museo come osservatore e promotore delle espressioni più significative del suo tempo), alla messa in atto di una rete di collaborazioni istituzionali mediterranee (mostre/scambio con le Biennali di Atene, istanbul e Marrakesh, ovvero museo come attore di una politica culturale internazionale), all’ideazione di un progetto su scala regionale, “Germogli di Riso”, che prevedeva la circuitazione delle opere della collezione (di livello e di provenienza locale, nazionale e internazionale purché per qualche motivo collegate alla Sicilia, per motivi ideativi, o realizzativi, o per committenza, o per tematica, e via dicendo) in aree mai toccate dalla ricerca artistica contemporanea, lontane dagli itinerari consolidati, ma custodi di patrimoni architettonici superbi da restituire alla collettività (museo come volano turistico, economico, ma anche di ricerca e di occupazione in territori sfuggiti agli ingranaggi dello sviluppo regionale).</p>
<p>Nel frattempo, di mese in mese, si stringe la collaborazione con le istituzioni siciliane del contemporaneo, fondazioni, gallerie, accademie, università, associazioni, con coinvolgimenti di vario genere e a vario livello, mentre una sorta di house organ, i “Quaderni di Riso/Annex”, enucleano le tematiche portanti del lavoro museale, raccontano i progetti in corso e ospitano contributi di esperti nazionali. In pochi anni RISO mette in piedi e valorizza il sistema dell’arte siciliano, mai esistito in precedenza, permette alla comunità dell’arte di costituirsi come tale, di riconoscersi, di sostenersi in una azione condivisa, difende e diffonde il pensiero contemporaneo.</p>
<p>Intanto l’attenzione al territorio cresce, si mette a fuoco, e presto si traduce nell’attivazione di un programma di residenze studiato con l’obiettivo di portare gli artisti in luoghi distanti dalle mete turistiche abituali, di inserirli all’interno delle comunità locali come interlocutori e attivatori di processi di conoscenza, di invitarli alla lettura del paesaggio nella sua duplice dimensione, visibile e invisibile, e all’interazione concreta con le emergenze architettoniche locali.</p>
<p>Il progetto4 – che ha interessato Enna, Termini Imerese, Capo d’Orlando, Ficarra, ovvero centri urbani differenti per dimensione demografica, estensione territoriale, importanza storica, consistenza economica, condizioni di sviluppo – ha avuto un riscontro straordinario sia sul piano del coinvolgimento locale sia nei risultati artistici conseguiti, riattivando iniziative culturali abbandonate da tempo (per esempio il Premio Vita e Paesaggio a Capo d’Orlando, dove ha lavorato Hans Schabus), rilanciando l’impegno di gruppi di lavoro intenti già da anni nella rilettura del proprio territorio (come il Museo Lucio Piccolo di Ficarra, al quale si è dedicato Massimo Bartolini), facendo riaffiorare brani importanti ma rimossi della storia locale recente (come è avvenuto ad opera di Marinella Senatore che ha lavorato con le comunità di minatori dei dintorni di Enna), attivando il dibattito civile intorno a questioni collettive (come nel caso di Flavio Favelli e Zafos Xagoraris che si sono infiltrati nel tessuto critico di Termini Imerese a ridosso della chiusura degli stabilimenti Fiat).</p>
<p>Un progetto di forte coesione tra museo, artisti, istituzioni e attori locali, i cui risultati sono stati poi ricongiunti, ampliati e ridiscussi, nella sede ufficiale di Palazzo Riso, con un movimento complesso che nelle sue varie fasi – ascolto, ricerca, collaborazione, sintesi, valorizzazione, ampliamento – ha testimoniato dell’importanza di una regia unitaria e condivisa capace di stimolare e altresì di accreditare processi locali di crescita che rischierebbero di esaurirsi senza l’inserimento in un corso più ampio e ambizioso di sviluppo, così come istanze di ricerca che troppo facilmente potrebbero ricadere dentro il recinto di una autoreferenzialità erudita.</p>
<p>Progetti analoghi, nelle stagioni successive, avrebbero dovuto approfondire ed estendere questa tipologia di intervento, ma proprio a quel punto è arrivato l’intervento politico ad arrestare la macchina, ormai ben lanciata, del museo<br />
diffuso. La politica non ha capito, o non ha voluto capire. RISO ha chiuso i battenti, e quando li ha riaperti, qualche mese dopo, si è trovato ad indossare la veste usurata della vecchia inutile istituzione museale di provincia.</p>

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		<title>Luigi Cataldi Madonna</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/luigi-cataldi-madonna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 14:11:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[impresa]]></category>
		<category><![CDATA[luigi cataldi madonna]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Il Personaggio</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6910a4b610985 h1{font-size:18px;line-height:1em;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6910a4b610985 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6910a4b610985">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>a cura di Germana Galli</em></span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6910a4b610c11"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6910a4b610e23"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_spacer_6910a4b610edc{height:50px;}</style>
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			<p>Filosofo vignaiolo cresciuto in una tradizione familiare che nasce e si sviluppa nell’affascinante e produttiva valle del Tirino. Il padre architetto ha commercializzato il prodotto delle vigne, la madre, orgogliosa depositaria dell’arte della cucina, trasformava i pranzi in rito.</p>

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			<p><strong>Germana Galli:</strong> Potresti distinguere se, nella tua formazione, ha avuto maggior importanza la cultura del cibo in senso ampio del termine o ha prevalso il cibo della cultura?</p>
<p><strong>Luigi Cataldi Madonna:</strong> Ma guarda Germana io distinguo sempre tra lavoro scelto e lavoro ereditato: la filosofia è quello scelto e il vignaiolo è quello ereditato. Nel 1974 mi sono iscritto all’Università e nel 1975 papà fa la prima bottiglia, avendo l’idea geniale di disegnare &#8211; sì la prima etichetta era un disegno di papà &#8211; il guerriero di Capestrano, allora quasi completamento sconosciuto e oggi diventato simbolo dell’italicità. Insomma a quei tempi non pensavo minimamente di diventare un vignaiolo. Tra l’altro mi sento ancor oggi molto più uomo di mare piuttosto che uomo bucolico. Aiutavo papà che si divertiva a fare il Cincinnato. Era soprattutto un modo per stare con lui. È papà che ha fatto l’azienda nel 1970 (con i primi impianti nel 1968) e soltanto dopo qualche anno ha acquisito l’azienda di nonno, che vinificava sì (per Vittorio Ianni: uno dei primi imbottigliatori abruzzesi), ma non imbottigliava. Dal 1970 sono in azienda. E in tutti questi anni non ho perso mai una vendemmia, anche quando stavo all’estero (la prossima sarà la 41esima). E ben 35 vendemmie passate in cantina (dall’80 ero già io il responsabile). Sì perché della cantina mi sono innamorato subito e lo sono ancora. Vedere come l’uva diventa vino. Ancora oggi mi sembra una magia. L’azienda allora era veramente familiare: mio padre e io più ovviamente i giornalieri quando servivano. Comunque a parte il periodo della vendemmia fino al ‘90 la mia presenza è stata saltuaria: prima l’università e poi la Germania dove sono andato a fare ricerca per la prima volta nell ‘82 e sono rimasto fino al ‘88. Insomma in quegli anni la campagna non era certo il mio obiettivo principale. Nell’89, durante i lavori di ristrutturazione e ampliamento, io ero a Ginevra con una borsa di ricerca, ma papà ebbe nel frattempo un brutto incidente che lo costrinse per qualche mese a letto. Allora sono stato praticamente catapultato dagli eventi nella direzione della nuova Azienda.<br />
Devo confessare che soltanto da quel momento ho cominciato a pensarla seriamente e mi sono accorto pian piano da quale incredibile territorio era circordata. Il forno d’Abruzzo così chiamano la valle d’Ofena, che in verità è un piccolo altopiano di 5 kmq che sale da 300 a 500 mt a forma di anfiteatro nel cui mezzo giace Ofena, pigramente sdraiata al sole. Ma è un forno particolare perché sta sotto l’unico ghiacciaio dell’Appennino, il Calderone (4 h di estensione e 25 mt di profondità: mica tanto piccolo poi!). Insomma un “forno nel frigorifero”: una condizione irripetibile per le uve del nostro territorio (Montepulciano, Pecorino e Trebbiano) caratterizzate da una maturazione tarda, mentre pessima per i cosiddetti vitigni precoci, che maturano quando a Ofena fa ancora troppo caldo e non ci sono escursioni termiche rilevanti come a settembre.</p>
<p><strong>G.G.:</strong> La coltivazione e la vinificazione hanno subito profonde trasformazioni, in questi 20 anni, superando un’arte millenaria con la scienza e le nuove tecnologie e quindi il sapere trasforma anche il prodotto innalzandone la qualità.</p>
<p><strong>L.C.M.:</strong> Mah! Riguardo alla coltivazione e alla vinificazione devo appellarmi al famoso detto di Socrate e dire che “so di non sapere”.<br />
Ovviamente di esperienze ne ho fatte tante e credo anche di aver imparato molto da queste esperienze, ma più vado avanti e più credo che non ci sia “il vino”, ovvero non esiste un vino ideale, perfetto, un genotipo che potrebbe essere portato nell’Arca per salvare la specie. Dovrebbero essere cose scontate soprattutto nella cultura materiale (ma perché esiste un quadro ideale?); eppure non lo sono. Oggi ci sono degli attacchi durissimi contro quella che possiamo chiamare una viticoltura “ragionevole” che insistono sull’accanimento dell’uomo contro la vite, che continuerebbe con il maltrattamento e la manipolazione del vino. Favole fondamentalistiche. Esiste un approccio ambientalista alla vite e al vino, ma non esiste una via “naturale” al vino. l’uva e il vino sono prodotto di una cooperazione tra la vite e l’uomo da sempre; anzi la vite è “addomesticata” &#8211; in ultima analisi violentata &#8211; dall’uomo perché quella selvaggia produrrebbe quasi solo legno. E lo stesso vale per il vino: la sua destinazione naturale è diventare aceto: è l’uomo che impedisce questo processo e lo orienta verso la produzione di una bevanda eccezionale.<br />
Sì una bevanda così considero il vino e questa è la mia filosofia. Basta con i vini da meditazione; per far questo preferisco leggere Cartesio o Sant’Agostino non bere un bicchiere di vino, che è preferibile bere in compagnia e con umore allegro – tra l’altro berlo da soli non sarebbe salutare. Il resto sono tutte corbellerie, cazz…. Il vino non deve essere qualcosa da masticare, pastoso, rotondo, ingombrante in bocca, ma deve &#8211; per dirla in dialetto &#8211; “calare” lungo (più arriva lontano più è buono), spigoloso (così te lo ricordi perché è negli spigoli/difetti che puoi trovare la sua specificità) senza invadere la bocca. Deve essere elegante e per essere tale non deve essere invasivo. Insomma nel vino preferisco la freschezza (che è legata all’acidità) piuttosto che il calore (che dipende dal grado alcolico). Ovviamente queste distinzioni non possono essere considerate rigidamente, si sfumano a seconda della tipologia di vino trattata.<br />
Per applicare queste idee il lavoro inizia in campagna evitando rese eccessivamente basse, altrimenti l’uva si concentra già prima del suo arrivo in cantina. Senza o con poca sfogliatura per evitare ossidazioni già nell’uva. Vendemmia puntuale con grande attenzione per i valori acidici e la degustazione sensoriale. Uno dei nemici peggiori di questa concezione è la vendemmia tarda alla ricerca ossessiva di un alto grado zuccherino, che caratterizza ancora gran parte delle vendemmie italiane. Conclusione banale, ma spesso dimenticata: il vino è buono quando la bottiglia finisce, ed è buonissimo quando se ne ordina un’altra.</p>
<p><strong>G.G.:</strong> Sei stato relatore della laurea honoris causa a Camilleri, uomo di grande cultura ed estimatore dei prodotti della vigna, che impressione ne hai riportato ?</p>
<p><strong>L.C.M.:</strong> Sono stato contento e onorato di conoscere Camilleri e di poter fare per lui la laudatio. Ero molto emozionato sia perché la letteratura non è campo di mia competenza e sia perché sono un fan sfegatato del commissario Montalbano. Camilleri è un personaggio che non si dimentica (tra l’altro accanito fumatore una caratteristica che in questo periodo di falso proibizionismo me lo rende ancora più simpatico): un vecchio signore di altri tempi che sa combinare sagacia, ironia e buon senso. Mi ha impressionato il suo dinamismo mentale e la sua convinzione &#8211; inespressa in quell’occasione, ma palpabile &#8211; che sia ancora possibile una “sinistra” che sappia seguire il messaggio di Gesù (uomo) senza cadere nella trappola di Cristo (figlio di Dio).</p>
<p><strong>G.G.:</strong> Come docente all’Università dell’Aquila sei a contatto costante con i giovani, è ancora valido, a distanza di molto tempo, quello che affermava il tuo maestro Karl Popper “televisione cattiva maestra”?</p>
<p><strong>L.C.M.:</strong> Vedi Germana la televisione produce effetti letali (pensa al demenziale Grande Fratello). Conosco molti di questi programmi. Li vedo per cercare di capire le ragioni del perché li vede purtroppo mia figlia. Confesso che spesso non ci riesco. Ma per questo non bisogna demonizzare la televisione e Popper ha torto. Noi siamo nell’era dell’informatica e della tecnologia. Sono diffidente verso chi va o cerca di andare controcorrente perché temo sempre in un rigurgito irrazionalistico contro la scienza. E io sono old style: l’irrazionalismo produce sempre oscurantismo, prepotenza sociale, sostanziale immobilismo. La tecnologia in genere e la televisione non vanno rifiutate né subite. Vanno addomesticate – proprio come ha fatto l’uomo con la vite – allora potrà risultare una televisione “buona maestra”.</p>

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		<title>Dal vino all&#8217;acqua, passando per l&#8217;arte</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/paola-mulas/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 13:52:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[impresa]]></category>
		<category><![CDATA[paolamulas]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Le attività culturali che accompagnano la produzione e promozione del vino si aprono ad interpretazioni di innovazione<br />
e qualità legate al fare</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6910a4b61218f p{font-size:18px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6910a4b61218f .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading mask-text text-center ld_fancy_heading_6910a4b61218f">
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			<p>Nell’ambito della relazione tra territorio e impresa, la ricerca di quanto possa costituire elemento innovativo nella direzione di uno sviluppo sostenibile comprende oramai le iniziative che a vario titolo vengono definite culturali. Limitatamente all’ambito enogastronomico, il crescente interesse per la qualità del prodotto, per l’azienda, il territorio e i know-how coinvolti ha portato negli ultimi anni alla proliferazione di percorsi conoscitivi o interventi di valorizzazione e il comparto vitivinicolo, in particolare, ha espresso quella che oggi potremmo definire a pieno titolo una tendenza: con la progettazione o la sponsorizzazione di eventi e opere legati alla cultura (materiale e “alta” insieme), ha definito un modello di azienda che accosta all’attenzione per il prodotto quella per il territorio, in cui vengono immessi interventi artistici, architettonici o eventi legati alla musica, alla danza, al teatro che, prodotti e sostenuti dall’azienda, divengono pubblicamente fruibili in occasione di visite ed eventi che sono anche occasioni promozionali.</p>
<p>Tuttavia, la materia offre molteplici spunti che vanno in direzioni diverse da quelle del puro mecenatismo o della promozione aziendale. Già nel 2003, l’Associazione ArteContinua inaugurò il progetto artexvino=acqua: una raccolta di fondi che tramite la vendita di bottiglie con etichette d’artista (con la partecipazione senza fini di lucro di curatori, artisti, produttori, stampatori e di tante altre figure professionali) finanziava la costruzione di impianti idrici nei territori del Sud del mondo, con l’intento di accostarsi ai grandi temi proposti dall’ONU nell’ambito della difesa delle risorse del pianeta e per indagare modalità collaborative di azione peculiari all’intervento artistico. Come nella precedente esperienza di Arte all’Arte, che nei territori toscani stava sperimentando un processo sinergico di cooperazione tra artisti e popolazione locale, l’arte diventava (seppure con una modalità meno complessa, più adatta al fund raising scopo del progetto) uno strumento per attuare azioni concrete di intervento tramite l’operato collettivo.</p>
<p>In quest’ambito l’Abruzzo ha recentemente espresso almeno due esempi di grande interesse: l’intervento dell’imprenditore del vino Marcello Zaccagnini al primo incontro-dibattito Producers vs Artists, organizzato da RAM Radio Arte Mobile a Roma in gennaio e la partecipazione della cantina Santoleri al convegno Architettura come simbolo della promozione vinicola, presso il Padiglione Italia alla XIII Biennale di Architettura di Venezia con il progetto Alfredo Pirri a Casa Santoleri.<br />
Entrambi gli episodi hanno caratteristiche che meritano particolare attenzione per il loro carattere di incisività rispetto al dibattito contemporaneo e per le possibili ricadute sui luoghi di reciproco riferimento: si tratta infatti di ripensare il ruolo di una azienda e delle sue attività sul territorio e di legare la tipologia di interventi di cui sopra ad una idea sinergica in cui l’operare creativo diventi elemento di innovazione all’interno della catena di produzione e sia contemporaneamente uno strumento di potenziamento della connessione tra impresa e territorio. Nel primo caso, l’evento promosso da Zerynthia intende tracciare una linea di collaborazione tra artisti e imprenditori tramite l’individuazione di un modello in cui la sponsorizzazione culturale si “inverta” e venga realizzata da parte di artisti che partecipano, inserendovisi, al processo produttivo: il rapporto tra impresa e arte risulterebbe dunque da una comunione di intenti finalizzata all’ottenimento di un reciproco beneficio in cui, mantenuti gli ambiti di rispettiva pertinenza, la cooperazione diventi la chiave di un intervento mirato ad aggiungere valore al prodotto. Obiettivo del progetto, sotto il marchio DAC (Denominazione Artistica Condivisa) è dunque quello di trovare un sistema alternativo alla sponsorizzazione d’arte; Zaccagnini, coinvolto nel progetto e proveniente da una storia che ha visto l’arte del fare di Beuys esprimersi proprio a Bolognano e dichiararsi nella sua cantina con la Difesa della Natura del 1984, potrebbe diventare uno dei portavoce di un modo nuovo di farsi promotori di cultura sul territorio. Il secondo caso, invece, è già una realizzazione dell’idea sinergica di partecipazione che conviene ai nostri sistemi complessi e dovrebbe essere l’impronta di ogni intervento produttivo: riprendendo, nell’agosto 2011, le fila di una collaborazione precedente tra l’artista Pirri e il produttore di vino Santoleri, tragicamente scomparso nel 2007, l’azione curatoriale di riapertura e riuso della casa-cantina riattiva luoghi e legami e, piuttosto che immettere nuovi elementi nella realtà locale, costruisce una consapevolezza storica offrendo ai produttori e al paese una forza relazionale che si propone come struttura di sostegno e in evoluzione. La presenza ad un evento che indaga le modalità di incontro tra le due culture dell’architettura e del vino comprova l’interesse di una operazione che, rispetto a prassi di valorizzazione più consuete, volge la sua attenzione al processo e lo rende strutturale per la costruzione di una consapevolezza del saper fare legato ai luoghi.</p>
<p>In ultima analisi, è interessante notare come entrambe le aziende si trovino in Val Pescara e offrano spunti notevoli sui possibili indirizzi diri-valorizzazione su base culturale di un territorio che, ferito da un inquinamento visivo e chimico, non ha ancora risolto alcuni nodi complessi della sua rivalutazione. Accanto alle dovute ricadute promozionali, sarà dunque importante comprendere in che modo iniziative del genere possano inserirsi nel tessuto sociale e produttivo dei territori cui fanno riferimento, per creare un valore contemporaneo che sia quello di un’opera attiva dell’intelligenza sul territorio.</p>

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		<title>L&#8217;oro del bosco</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/carbonai-filippo-tronca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 12:45:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[impresa]]></category>
		<category><![CDATA[carbonai]]></category>
		<category><![CDATA[filippo tronca]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Alla scoperta della civiltà dei carbonai</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6910a4b615a45 h1{font-size:18px;line-height:1em;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6910a4b615a45 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6910a4b615a45">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>a cura di Filippo Tronca</em></span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584544006114 liquid-row-shadowbox-6910a4b615d8b"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6910a4b61612b"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><div id="ld_images_group_container_6910a4b6163d3" class="liquid-img-group-container ld_images_group_container_6910a4b6163d3"  >
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			<p>Il <em>catozzo</em> pareva di notte un tempio oscuro con un ventre invisibile di fuoco e luce. Edificato in autunno da callose mani devote, <em>baiardo</em> dopo <em>baiardo</em>, con tronchi tagliati coi <em>segoni</em> a quattro mani, trasportati a spalla giù per il bosco. Respirava quel vulcano fatto di legno, terra e foglie, aspirando ossigeno dagli <em>sbirroni</em> e sbuffando fumo bianco vaporoso e poi sempre più secco e nero dalle <em>fumarole</em>. E i custodi dovevano stare attenti che non <em>ballasse la vecchia</em>, perché il trermolio del fumo non era buon segno, e che il catozzo <em>non facesse il verme</em>, diventando alla fine inutile cenere. E mentre borbottava la polenta nella <em>callara</em> appesa alla <em>camastra</em>, anche il catozzo aveva sempre fame, e doveva essere <em>rabboccato</em>, gettando legna nel suo cratere, su è giù per il curvo <em>scalò</em>, per otto giorni e otto notti, a turno mentre i compagni dormivano sulla dura <em>rapazzola</em> e su materassi di foglie sotto capanne di rami e arbusti, o recitavano a memoria, se pure quasi analfabeti, nelle rare pause, l’Orlando furioso e il Guerrin meschino. In attesa del sudato raccolto di schegge di luce che si spegnevano nella notte. Del catozzo abbattuto restava <em>cannellino</em>, <em>coratella</em>, e <em>ferrigno</em>, di gran lunga il carbone migliore, da separare dalla terra, da infilare nelle <em>balle</em> tenute aperte dai <em>pizzuchi</em>, da riportare in paese ingroppa agli asini e ai muli.</p>
<p>Direbbe il filosofo Wittgenstein: ogni forma di vita ha i suoi giochi linguistici, perché le parole sono attrezzi come un martello, una sega o un cacciavite. “Questo si faceva&#8230;così si diceva”, conferma a Tornimparte, alta valle dell’Aterno, un anziano al bar che conserva la memoria della stagione dei carbonai, ovvero dell’arte di produrre carbone attraverso la lenta combustione di cataste coniche di legna ricoperte di terra e foglie. Un mestiere che per più di un millennio ha dato da vivere a generazioni di paesani, ha dato luce e calore a tutte le case della conca aquilana e combustibile per le fornacelle nelle cucine, fuoco vivo nelle fucine dei fabbri e di altri artigiani. Una lunga storia, finita nel secondo dopoguerra, quando arrivò il gas e il carbone a prezzi imbattibili dell’Europa dell’est. Oggi di carbonai in vita ne sono rimasti molto pochi. C’è chi però in segno di riconoscenza e affetto, ne conserva ancora e ne ravviva il ricordo. Tra essi Antonio Porto, economista eretico, che ai carbonai ha dedicato ricerche e realizzato nel 1990 un documentario insieme all’etnografo Vincenzo Battista. Per l’occasione è stato ricostruito un catozzo insieme agli ultimi carbonai. “Un esperienza indimenticabile – racconta Antonio – perché a questo vero e proprio rito laico e materiale, parteciparono centinaia di persone, e tanti giovani, che hanno osservato in silenzio un qualcosa che apparteneva anche a loro, parlava della loro storia, della loro montagna.”La bellezza, ha scritto Ada Merini, è il disvelamento di una tenebra caduta, e della luce che ne è venuta fuori.</p>
<p>Ed è la stessa bellezza che troviamo in un’altra preziosa testimonianza della civiltà dei carbonai, sfogliando uno splendido volume fotografico di Luciano D’Angelo, “L’oro del bosco” &#8211; da cui sono tratte le immagini qui pubblicate &#8211; , che parla con il silenzio delle immagini di gesti memorabili e lenti, di volute di fumo, di uomini orgogliosi della dura vita che conducevano, del pulviscolo di carbone, che aveva preso stabile dimora sotto la loro pelle. Un dilemma cupo però ti assale: se quella del carbonaio è solo archeologia industriale, un storia finita, buona solo per nostalgiche rappresentazioni folkloriche, cos’è mai quel misterioso messaggio di redenzione che guizza tra la filigrana di quelle foto? Una risposta la si può trovare alzando lo sguardo verso i grandi e rigogliosi boschi di faggi, querce e castagni che circondano le diciotto frazioni di Tornimparte che significa infatti “fortezze dislocate in varie parti”. Leggendo il paesaggio si scopre infatti che la salute, la vitalità, l’armonia di quei boschi è dovuta proprio all’attività dei carbonai e boscaioli che li hanno sfruttati per secoli. Il bosco era la loro unica materia prima, che doveva essere utilizzata con saggezza e parsimonia, scegliendo ad ogni stagione con attenzione gli alberi da tagliare, contrassegnati con un colpo di martello, e quali invece preservare, per consentire al bosco di rinnovarsi e perpetuarsi. I carbonai, quando poi salivano in montagna a costruire i catozzi si portavano da casa solo il segone e poco altro, tutto il resto lo fabbricavano in loco, dalla capanna al giaciglio, dalle scale agli zoccoli per non bruciarsi i piedi e altri utensili &#8211; altro che l’Ikea &#8211; e tutto alla fine veniva bruciato e trasformato in carbone. Del loro opificio non restava nulla, se non un cerchio annerito in una radura, presto riconquistata dal sottobosco.</p>
<p>I carbonai avevano insomma capito un qualcosa che gli ottusi soloni della Bocconi, i venditori di fumo della speculazione finanziaria, i fanatici sacerdoti del Pil e dello spread, fanno finta di ignorare per continuare a spacciare il profitto di pochi eletti come interesse generale, per propagandare le virtù energivore e regressive di un’economia predatoria e bulimica, che distrugge le risorse lasciando il conto amaro alle generazioni a venire. Tornimparte, come quasi tutti i “paesi dell’osso”, ovvero dell’Appennino interno e lontano dai circuiti del consumare del produrre, si sta lentamente spopolando. I giovani vanno via, gli anziani muoiono, e se non sono i paesani ad andarsene, ha scritto Franco Arminio, è la città, con la sua modernità incivile e il suo autismo corale, a colonizzare i paesi, condannandoli a mettere in scena per qualche giorno d’estate una vita a cui abbiano smesso di credere, quella che consiste nel piacere di incontrarsi, parlarsi, passeggiare, passare il tempo senza assaltarlo. Antonio però non si rassegna a questo destino di sparizione e ha un sogno da coltivare: “Queste terre quasi tutte incolte – spiega con un guizzo di entusiasmo &#8211; potrebbero essere riutilizzate per impiantare frutteti e castagneti, e anche per piantagioni di ribes, mirtilli, uva spina, e altri frutti di bosco ad utilizzo non solo alimentare ma anche medicinale, per rifornire il vicino polo farmaceutico dell’Aquila. E poi si potrebbe avviare, con finanziamento pubblico strategico, una grande opera di forestazione al fine di frenare il dissesto idrogeologico di queste vallate. I comuni potrebbero affidare a cooperative di giovani buona parte di questi boschi, che sono di uso civico, per riattivare la filiera del legname. In questo modo si potrebbero creare tanti posti di lavoro, per boscaioli, falegnami, artigiani del legno, agricoltori, piantumatori e agronomi, esperti del suolo e delle piante. Non solo, con gli scarti del legname e il materiale risultante da una costante pulizia del sottobosco, si potrebbero alimentare piccoli impianti a biomassa, che abbatterebbero i costi dell’energia, e dell’acqua calda”. Il fuoco e il calore, ha scritto Gaston Bachelard, sono l’occasione per ricordi imperituri, per esperienze personali semplici e decisive. Ma soprattutto aggiunge: “Se tutto ciò che cambia lentamente si spiega attraverso la vita, ciò che cambia rapidamente si spiega attraverso il fuoco. Il fuoco è per l’uomo che lo contempla un esempio di divenire rapido e circostanziato”. Ecco forse spiegato il segreto fascino della civiltà dei carbonai, che non parla solo di un nostalgico passato, ma di una nuova alba, per questi angoli d’Italia minore nell’ora del loro crepuscolo.</p>

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		<title>L&#8217;Acqua dei pastori</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/edoardo-micati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 10:30:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[paesaggio]]></category>
		<category><![CDATA[auditorium]]></category>
		<category><![CDATA[parco]]></category>
		<category><![CDATA[renzopiano]]></category>
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			<p>a cura di Edoardo Micati.</p>

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			<p>Sulle nostre montagne, oltre una certa quota, l’acqua è un bene raro. La pioggia e l’acqua delle nevi penetrano fra le rocce e le rade erbe per raggiungere, attraverso mille vene sconosciute, i grandi bacini racchiusi nel grembo dei monti. Molto più in basso, nei ripidi valloni, essa torna in superficie scendendo impetuosa, o comparendo all’improvviso fra le rocce per sparire di nuovo dopo un breve tratto, mentre in alto, dove vivevano i pastori e le loro greggi, scorre fra le pietre e i muschi<br />
in piccoli rivoli silenziosi e gocciola dalle pareti in un lento stillicidio.<br />
I grandi fontanili sono piuttosto rari, mentre i laghetti e le piccole pozze stagionali li troviamo solo nelle zone degli altipiani, tanto che il pastore ha dovuto necessariamente imparare ad essere frugale anche nell’uso dell’acqua: infatti in questi piccoli invasi naturali gli animali entrano per abbeverarsi rendendo l’acqua inutilizzabile per gli uomini. I modesti segni lasciati nei luoghi che ha frequentato per secoli testimoniano in quale considerazione il pastore avesse le più piccole sorgenti e con quale cura le preservasse. Le ha curate a tal punto che i luoghi assunsero, in alcuni casi, carattere sacro.<br />
Nel lento percorrere le balze montuose pastore e gregge tornavano giornalmente in quei luoghi dove sapevano di poter trovare un minimo di acqua e un riparo dal sole del mezzogiorno. Una minuscola vena, che a malapena riempiva una brocca in una intera ora, veniva curata religiosamente scavando una vaschetta dove raccoglierla, circondandola di pietre e coprendola per preservarla dagli animali. In queste piccole pozze di acqua chiarissima il pastore beveva poggiando leggermente le labbra sulla superficie per non turbare il precario equilibrio con i sedimenti del fondo. Poco importava se una minuscola piuma azzurra galleggiava sulla superficie: alle prime luci dell’alba qualcuno lo aveva preceduto.</p>
<p>I pastori che frequentavano i pascoli più alti andavano sui nevai per sfruttare l’acqua di scioglimento prima che sparisse fra le pietre; dopo l’abbeverata le pecore si ammassavano sulla neve, nelle ore più calde, alla ricerca di refrigerio: “Da la Mmersa Grande ci stà angore ‘ll’itre grutte che si chiame la Grotta Ciamaichiere. A elle ci sta<br />
‘nu canale… che è chiamate Lu canale de la neve. Pecché poche degli anni che finive la neve a elle. Li pasture squajevene la neve e ci s’abbeverave pure li bestie. (Da la “Mmersa Grande” ci sono ancora altre grotte che si chiamano la Grotta Ciamaichiere. Lì c’è un canale… che è chiamato Il canale della neve. Perchè erano pochi gli anni in cui la neve lì finiva. I pastori scioglievano la neve e ci abbeveravano anche gli animali.) (Del Pizzo N., Palombaro)<br />
Sulle grandi rocce piatte è facile trovare numerose coppelle fra loro collegate da canalette e tutte confluenti in una canaletta principale terminante nel punto più basso della roccia: sotto veniva posto un recipiente che si riempiva ad ogni pioggia. A volte troviamo solo delle incisioni, o delle canalette per far convergere l’acqua verso una coppella, una vasca, o un qualsiasi recipiente.<br />
In alcune zone è ancora possibile trovare delle vasche realizzate con lastre di pietra o addirittura scavate in grossi macigni. Particolarmente interessante è la Fonte di S. Maria, in territorio di Lettomanoppello, in quanto l’antica presenza di un tal genere di vasche ha dato il nome ad una vicina chiesetta oggi diruta: S. Maria alla Fonte dei Trocchi.</p>
<p>Esistono anche esempi di abbeveratoi ricavati direttamente nelle formazioni rocciose del monte.<br />
Ricordiamo quello di S. Spirito a Majella (Roccamorice), al servizio di una ricca e numerosa comunità monastica, e quelli di Fonte della Spogna e Fonte S. Martino (Lama de’ Peligni) per gli eremiti di Grotta Sant’Angelo e i pastori che frequentavano quei difficili pascoli. Un’altra piccola fonte ricavata nella roccia la troviamo lungo il sentiero che conduce all’eremo di San Giovanni d’Orfento.<br />
Ma tutte le nostre montagne sono piene, nei luoghi più nascosti e non frequentati da decenni, di piccoli punti d’acqua che possono dissetare anche nelle stagioni più secche. Non è difficile trovare,<br />
dove scaturiscono minuscole vene d’acqua, canalette in legno o metallo, ma spesso fatte anche con larghe foglie, per potervi attingere più facilmente.<br />
Nel secolo scorso la captazione delle sorgenti montane per la realizzazione di acquedotti ha favorito la costruzione di numerosi fontanili disseminati sui pascoli, ma non era certamente questa la situazione dei secoli addietro. Fontanili ed abbeveratoi si trovavano solo dove l’acqua nasceva e in tali punti confluivano le greggi anche dai pascoli più lontani. Altrimenti uomini ed animali dovevano accontentarsi di quello che la montagna offriva ed ogni tanto sperare in qualche benefico acquazzone. Gli abbeveratoi che troviamo sui pascoli sono le classiche vasche a scomparti comunicanti (fontanili), in pietra o in cemento.<br />
Tutte le sorgenti hanno un serbatoio di carico dal quale l’acqua arriva al fontanile. Le vasche del fontanile possono essere addossate al pendio e quindi al muro di contenimento che chiude la cisterna di carico, o perpendicolari a questo permettendo l’abbeverata da entrambi i lati. Nel primo caso le vasche sono in comunicazione fra di loro tramite dei fori nel settore di separazione; nel secondo caso sono a livelli digradanti. Alla Fonte del Tasso (Roccamorice) si è voluto separare la fonte riservata all’uomo dall’abbeveratoio per gli animali: infatti una semplice fonte con vaschetta è direttamente collegata al serbatoio di carico, mentre lo scarico di questa passa all’abbeveratoio posto ad una quota inferiore.<br />
Alcune fonti, anche situate a notevole quota, possono vantare un aspetto monumentale come Fonte Tarì sulla Majella Orientale, o, in misura minore, Fonte Chiarano nel Feudo di Chiarano-Sparvera oppure essere impreziosite da fregi e rilievi come Fonte Fredda sul Morrone.<br />
Nelle zone pastorali dove non esistono sorgenti, una grossa cisterna di carico, in genere costruita in fondo a vallette molto innevate, raccoglie l’acqua di scioglimento delle nevi e quella piovana restituendola attraverso le tradizionali vasche.<br />
Sul Morrone troviamo delle “piscine”, grandi pozzi scoperti in muratura, ai quali si accede tramite delle scalette interne. Tipici della zona di Chiarano sono i “pozzacchi”, sorgenti di scarsa portata incassate nel terreno, dai quali era necessario prelevare l’acqua con dei recipienti e versarla negli abbeveratoi. Infatti anche se il livello dell’acqua si manteneva quasi alla quota del terreno, l’esiguità dello spazio e la necessità di mantenere pulita la sorgente impedivano l’abbeverata diretta al pozzacchio. Sono particolarmente numerose, sul Gran Sasso, delle pozze naturali alcune delle quali tendono a prosciugarsi nel corso della stagione estiva. È particolarmente interessante il Lago S. Pietro, laghetto effimero, che presenta una antica struttura in pietra a secco per il “bagno” delle pecore.<br />
L’esempio più bello di un lago al servizio delle comunità pastorali è senza dubbio il Lago Pantaniello, nel Feudo di Chiarano-Sparvera. Il laghetto raccoglie l’acqua di scioglimento delle nevi di un vasto bacino ed è alimentato da una modesta sorgente. Il livello delle acque è mantenuto da una diga in pietra: altrimenti parte delle acque andrebbe a formare una piccola pozza proprio sotto lo stazzo. In effetti è quanto avviene nel periodo primaverile, quando le acque debordano dal basso sbarramento.La penuria di sorgenti ha spesso provocato delle liti fra comuni confinanti. Ai primi del 1800 i Comuni di Palombaro e Fara S.Martino rivendicavano entrambi il possesso di FonteRuscio e Fontanelle<br />
da Capo, sorgenti situate al confine fra i due Comuni. In effetti le due sorgenti erano da tempo usate e curate dai pastori di entrambi i Comuni, ma nel 1811 Nicola Lombardi di Fara S. Martino, avendo comperato le erbe estive in quella zona, vietò l’accesso alle fonti ai pastori palombaresi<br />
scatenando così una lite di confine.<br />
La Fonte di S. Maria, detta anche “dell’acqua frasseninca”, o “deitrocchi” e ancora di “S. Maria diruta”, fu anch’essa oggetto di disputa nel 1700fra il monastero di S. Liberatore e l’Università di Manoppello. Quest’area, fra Fosso S. Angelo e la Valle dell’Alento, all’epoca era utilizzata per il pascolo e si può comprendere l’importanza che aveva questa fonte in una zona povera di sorgenti.<br />
Nei Capitoli di Roccaraso troviamo invece diversi articoli che regolamentano l’accesso all’acqua di quelle greggi che occupano “poste pascolative” prive di sorgenti.</p>

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		<title>L&#8217;Auditorium del parco che dialoga con la città intorno</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/auditorium-parco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 10:07:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[auditorium]]></category>
		<category><![CDATA[parco]]></category>
		<category><![CDATA[renzopiano]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<section class="wpb-content-wrapper"><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584542420838 liquid-row-shadowbox-6910a4b61a4e5"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6910a4b61a692"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_fancy_heading_6910a4b61a7e9 h1{font-size:25px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6910a4b61a7e9 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6910a4b61a7e9">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>E&#8217; uno stradivari poggiato nel parco, uno strumento dalla cassa armonica perfetta, realizzato con il legno migliore al mondo che da qualche settimana fa bella mostra di sé nel Parco del Castello</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6910a4b61ac4b h1{font-size:18px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6910a4b61ac4b .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6910a4b61ac4b">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>a cura di Angela Ciano</em></span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6910a4b61ae66"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6910a4b61b01c"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_spacer_6910a4b61b0be{height:40px;}</style>
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			<p>L’Auditorium di Renzo Piano filamente è realizzato anche se L’Aquila e gli aquilani aspettano di poterlo fruire. Nostante sia ancora chiuso, si stanno ultimando i camerini, quei tre cubi colorati “come tre dadi lanciati sul prato” (sono parole dello stesso Piano) sono già meta imprenscidibile e privilegiata di tanti cittdaini che hanno ricominciato a vivere il grande polmone verde e anche di tantissimi turisti ancora attirati dall’eco della tragedia del 2009.</p>
<p>Avevamo incontrato Renzo Piano due anni fa, all’inizio del 2010, L’Aquila e i suoi abitanti erano ancora increduli per quello che era accaduto meno di un anno prima e uno dei più grandi architetti del mondo aveva voluto incontrare gli amministratori di questa città per portargli un dono. Un gesto d’amore. Un suo progetto per un Auditorium temporaneo. Una casa per la musica per una città che aveva perso ogni riferimento sopratutto culturale. A MU6 aveva rilasciato una lunga intervista dove spiegava il suo progetto che, dopo due anni e mezzo, è finalmente realtà. Una realtà però che la città aspetta di poter vivere. L’auditorium del parco all’Aquila firmato da Renzo Piano, anzi dono del grande maestro dell’architettura contemporanea e dalla Provincia autonoma di Trento alla città ferita da un grave terremoto è da poco patrimonio degli aquilani e di tutti coloro che vorranno fruirlo: la città contemporanea, nuova e all’avanguardia che dialoga con l’antica con il vicino Forte Spagnolo e ricomincia proprio da qui; insomma l’idea di Piano di mettere proprio nel parco del castello il suo magnifico oggetto architettonico per riavvicinare i cittadini al centro storico dell’Aquila sembra stia funzionando. Per questo il giorno dell’inaugurazione il grande architetto che ha firmato progetti in tutto il mondo era visibilmente emozionato e molto felice “Perché – dice – per me questo Auditorium è come l’ultimo figlio nato, si hanno verso di lui più cure ed attenzioni; per questo oggi lo consegnamo simbolicamente al sindaco di questa città ma vigileremo affinché sia trattato bene. Sia fatta la necessaria manutenzione”. E soprattutto sia vissuto perché alla gente piace questo strano edificio fatto di listelli di legno colorato che si articola nello spazio attraverso spigoli e scorci prospettici taglienti; piace perché fa respirare un’altra aria non più quella di città di provincia; piace perché dialoga meravigliosamente con uno dei monumenti simbolo di questo territorio e dell’intera Italia: il Forte Spagnolo “ Ma questo è un fatto voluto e non c’è competizione tra i due – ci racconta ancora Renzo Piano – perché il Castello è un elemento straordinario antico forte e potente mentre questo auditorium è un oggetto fragilissimo fatto di giochi di colori, nascosto dagli alberi e che, quando non servirà più, si potrà smontare e portare via in un altra zona della città; quindi non si mette in competizione ma dialoga con il vicino Forte Spagnolo. Ma è un dialogo onesto e franco sennò sarebbe stato un errore”. Dunque un racconto che continua tra il passato glorioso di questa città e una modernità che si spera possa diventare altrettanto importante e che si esplica in questo confronto tra la pietra e il legno. Tra il pieno del Castello e il “vuoto” dell’Auditorium “&#8230; quando si fa il restauro di un affresco – continua Piano – se c’è un pezzo mancante si lascia un vuoto quindi ho pensato a questo oggetto come ad un vuoto; il castello è il castello, l’auditorium invece si mette in disparte fra gli alberi è fatto di un materiale come il legno, così fragile e temporaneo per sua natura; in più arricchito da questo gioco cromatico che è come un concerto. Tutto questo è voluto perché questo dialogo sia franco, onesto, tollerante”&#8230; come predicava Celestino V il Papa aquilano di adozione che visse nel XIII secolo e che è sepolto all’Aquila nella Basilica di Collemaggio “questo lo avevo dimenticato – ribatte Piano – adesso però la citazione me la rivendo.”</p>
<p>Mentre intervistiamo Piano guardiamo questo edificio che si staglia contro un cielo azzurrissimo, i mitici cieli ottobrini dell’Aquila sono di un azzurro che non ha eguali, e gli chiediamo cosa lo ha ispirato? “L’ispirazione è venuta da più parti intanto dal legno perché molti strumenti si fanno di legno, la cassa armonica è di legno, il legno ha una frequenza propria in più questo è un legno straordinario il legno della Val di Fiemme che da sempre è usato per gli strumenti musicali; poi nell’idea ha giocato molto il concetto della temporaneità, naturalmente si voleva fare qualcosa che non si mettesse in competizione con il Forte e con il resto della città, insomma che dichiarasse con chiarezza la sua temporaneità il suo esserci in attesa che la città storica torni; infine il concetto di e sismicità, il legno è un materiale antisismico per natura e questa è una cassa assolutamente infrangibile. Il legno poi è una sorgente rinnovabile lei sa che tutto il legno usato qui le foreste di Trento lo riproducono in sei ore? Ogni giorno se ne potrebbero fare quattro di questi oggetti senza dilapidare le foreste e quindi è realizzato anche in termini di sostenibilità ambientale. Poi ci sono tante altre ragioni che mi hanno ispirato. Insomma questo è un oggetto con cui si può giocare. All’interno per esempio, questo rosso si accende gioca con il suono, all’esterno invece è un codice colore, il codice di montaggio dei listelli che facilitava la costruzione ci è piaciuto talmente tanto che lo abbiamo tenuto proprio come elemento timbrico ed allora si vede che questi colori giocano, flirtano con gli alberi e con le foglie degli alberi, d’altronde i colori li abbiamo rubati da li visto che c’eravamo; e badate che non sono dipinti questo è un legno intriso di colore”.</p>
<p>Insomma quella di Renzo Piano è una presenza importante per una città che disperatamente cerca di non perdere la sua identità e al contempo vorrebbe trovarne una nuova per riallacciare il filo della storia tanto drammaticamente interrotto “Credo che il nostro piccolo contributo all’Aquila lo abbiamo dato e torneremo spesso qui a vedere come il sindaco terrà questo oggetto, se farà la pulizia degli spazi attorno, etc.” Ma lei come lo vede il futuro di questa città? “Il futuro – conclude Renzo Piano – adesso è il restauro degli edifici storici esistenti”. Un lavoro che non ha bisogno di grandi nomi dell’architettura perché come dice lo stesso Piano “si sa benissimo come restaurare gli edifici c’è una sapienza tutta italiana del restauro, dico solo che deve essere un restauro non leggero perché alcuni edifici sono pesantemente lesionati ma tollerante, deve tollerare la presenza del presente se mi passate il gioco di parole; ci vuole una diagnostica molto attenta per capire meglio e decidere che tipo di intervento di recupero fare ma a questo punto la strada della ricostruzione è presa&#8230;.” Non può non fare un accenno l’architetto Piano a tutto il lavoro che all’Aquila c’è ancora da fare poi però torna al suo auditorium che giudica bellissimo “È bellissimo – conclude sorridendo – poi per me è l’ultima creazione, mi sento come un padre che ha più attenzioni verso l’ultimo nato, quindi questa, tra le mie creazioni è quella più amata”.</p>

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		<title>Michele Trimarchi</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/intervista-michele-trimarchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 09:52:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[micheletrimarchi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<section class="wpb-content-wrapper"><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584542420838 liquid-row-shadowbox-6910a4b61bd11"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6910a4b61bed2"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_fancy_heading_6910a4b61c029 h1{font-size:25px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6910a4b61c029 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6910a4b61c029">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Economia della cultura in tempo di crisi</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6910a4b61c2a2 h1{font-size:18px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6910a4b61c2a2 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6910a4b61c2a2">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>a cura di Antonella Muzi</em></span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6910a4b61c4bd"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6910a4b61c6a8"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_spacer_6910a4b61c773{height:40px;}</style>
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			<p><strong>Antonella Muzi:</strong> La storia secolare del nostro Paese ci ha dotato di radici robuste che ci sostengono ma che ci hanno reso spesso timorosi nei confronti del nuovo. L’Italia, rispetto ad altri stati europei, ha rivolto un’attenzione tardiva alla creatività contemporanea. Quali azioni occorre mettere in campo per guardare al futuro?</p>
<p><strong>Michele Trimarchi:</strong> Ci sono vari strumenti tecnici da adottare ma non servono a molto se non si compie un salto culturale. Abbiamo un problema di approccio: per noi l’arte e la cultura sono etichette nobili e abbiamo una gran paura, una sorta di terrore di compiere azioni che possano essere una specie di profanazione. Occorre de-ritualizzare e desacralizzare l’arte. Gli inglesi non usano il termine “fruire” ma “extract the value” cioè: l’arte mi offre qualcosa, sta a me estrarne il valore. Questo approccio offre una traccia molto forte che noi ignoriamo completamente, e cioè che l’arte è relazionale. Invece il patrimonio in Italia è una sorta di offerta oggettiva, sta a me fare lo sforzo di capire. Il fantasma che si aggira sull’Italia rimane quello di Benedetto Croce ma cerchiamo di capire che non possiamo vivere di fantasmi.</p>
<p><strong>A.M.:</strong> Per lungo tempo le istituzioni culturali hanno dormito sonni tranquilli perché alimentate da finanziamenti pubblici ampi e indiscriminati. Le cose non stanno più così: è evidente la sofferenza del mondo della cultura, vittima di tagli e di politiche fiscali che non incentivano gli investimenti privati. Quali sono in questo momento le strategie di intervento e i modelli di sviluppo per la cultura?</p>
<p><strong>M.T.:</strong> Il finanziamento alla cultura in Italia è bassissimo ma soprattutto è dato male e con regole grottesche. Ha meccanismi censori e a dir poco opachi, e poi manca di un’infrastruttura: la spesa è in massima parte corrente, di fondi per investimenti non c’è traccia. In Kulturinfarkt, un recente libro tedesco tradotto in italiano, si spiega che la cultura è morta per colpa dei finanziamenti pubblici. Questo non vuol dire che vadano aboliti ma vanno centrifugati perché così non funzionano e ne abbiamo le prove: bisogna capire che in questo momento, formidabile secondo me, si stanno aprendo mille mercati che non sono soltanto quello diretto dell’acquisto ma anche i mercati secondari che riguardano prodotti o sottoprodotti culturali. Bisognerebbe avere il coraggio di resettare tutto, però purtroppo gli operatori culturali continuano a lamentarsi dei tagli senza capire che i tagli sono la punta dell’iceberg di un sistema malato.</p>
<p><strong>A.M.:</strong> La cultura è patrimonio comune, del quale ognuno dovrebbe trarre vantaggio per il progresso individuale e collettivo, sebbene si assista anche a una progressiva diminuzione delle ore di insegnamento della storia dell’arte nelle scuole. Come far conciliare la vocazione educativa con quella di produzione degli utili?</p>
<p><strong>M.T.:</strong> Se è vero che la cultura è un bene comune, ci toccano anche le responsabilità: occorrerebbe creare dal basso un’attivazione di processi di gradimento da parte di bambini, adulti, anziani e questo farebbe sorgere una percezione di unicità dell’esperienza artistica e quindi della sua indispensabilità. Se è così, siamo disposti a pagare. Se ciascuno facesse il suo piccolo enzima condividendo azioni, tempo, esperienze, si creerebbe anche un flusso di reddito. Le persone non entrano nei musei di arte contemporanea perché dicono di non capire e invece questa affermazione è da ribaltare: entrate proprio perché non capite! Segnalo una vicenda molto importante: il dipartimento di Scienze della Columbia University ha assunto una scrittrice trentaquattrenne come storyteller. Vuol dire che gli scienziati sono molto più avanti di noi operatori culturali: hanno capito che solo con lo storytelling si può avvicinare la gente, far capire cosa fai, e farglielo amare. È così banale ma fa così paura perché sottrae il potere iniziatico di chi pretende di sapere cose che gli altri non potranno comunque capire, che è un errore di grammatica radicale!</p>
<p><strong>A.M.:</strong> Quali sono le strategie per dare vita alle istituzioni teatrali e per alimentare lo spettacolo dal vivo in generale, in modo da conciliare il principio di democrazia con quello di selezione?</p>
<p><strong>M.T.:</strong> Vale sempre il principio dell’infrastruttura ma è anche vero che lo spettacolo dal vivo è tra le poche cose che si possono riprodurre anche attraverso il digitale e con uno sforzo economico &#8211; diciamo &#8211; casalingo. Lo spettacolo dal vivo dovrebbe prima mettersi a riprogettare l’offerta, poi vedere qual è il fabbisogno. Altra cosa significativa: in Italia non c’è un teatro ecosostenibile. Basterebbe poco e produrrebbe risparmi giganteschi. Inoltre non possiamo più reggere un regime giuslavoristico come l’attuale: non è vero che l’orchestra deve essere composta di professionisti assunti a tempo indeterminato, potrebbe essere un’impresa autonoma, pagata a prestazione, e l’effetto finale sarebbe anche la riduzione del prezzo del biglietto. Semplificare è lo sforzo vero, senza velleità. In Gran Bretagna nei giorni scorsi la mostra Manet: portraying life alla Royal Academy of Arts è stata trasmessa nei cinema.</p>
<p><strong>A.M.:</strong> Ma in questo modo non c’è il rischio che il pubblico si affezioni alla riproduzione e perda l’interesse per l’originale?</p>
<p><strong>M.T.:</strong> È un problema di massa critica: dopo aver ascoltato svariate volte un disco voglio vedere l’orchestra, voglio vedere il dipinto, cioè ho un bisogno diverso. C’è un’ansia di condivisione che è così connaturata all’esperienza culturale che basterebbe intanto accreditarla e poi facilitarla. Penso a questi processi anche per arrivare non solo all’ottimizzazione della spesa pubblica ma anche all’enfatizzazione delle opportunità di mercato.</p>
<p><strong>A.M.:</strong> Veniamo all’Abruzzo, dove sei stato presidente del Teatro Stabile d’Abruzzo tra il 2008 e il 2009. Qual è il nesso che le comunità e il territorio abruzzese devono stabilire tra imprenditorialità e cultura?</p>
<p><strong>M.T.:</strong> Ho trovato un teatro stabile come tutti quelli che ci sono in Italia, da Campione d’Italia a Pantelleria: teatri bloccati da zavorre burocratiche, resi paludosi da una struttura delle regole che facilita il sindacalismo, protegge l’esistente e non si occupa dell’eventuale, e questo mummifica la situazione. In Abruzzo c’è il problema tipico di tutte le regioni d’Italia che è il campanilismo: io mi sono trovato, grazie a una collaboratrice del territorio, a entrare in contatto con altre organizzazioni culturali abruzzesi stupite che il Teatro Stabile avesse voglia di parlare con loro. La cultura, come tutte le strutture del mondo, ha bisogno di sinergie, competere è un’azione distruttiva tipica del capitalismo manifatturo, chi compete è già morto. L’altro aspetto positivo forte dell’Abruzzo è che c’è una catena verticale molto bella di radicamento nel territorio con una capacità di proiettarlo verso il futuro e c’è una buona orizzontalità, cioè si fa comunità. È stata un’esperienza bella e torno in Abruzzo sempre con grande piacere.</p>
<p><strong>A.M.:</strong> L’Aquila si candida al ruolo di Capitale Europea della Cultura per il 2019: quale modello di sviluppo per la città dopo il terremoto? In che modo la ricostruzione può produrre valore culturale?</p>
<p><strong>M.T.:</strong> In questo momento stiamo cambiando mondo: il capitalismo manifatturiero è finito insieme al paradigma economico di fine ‘700. È finito il paradigma dell’uomo razionale, del profitto: siamo cresciuti con i valori di competizione, efficienza, eccellenza e dimensione. I valori che stanno entrando adesso, già operanti nell’agire piuttosto che nell’etichetta istituzionale, sono morbidezza, relazione, prossimità e saper fare. Da questo punto di vista l’arte ha una cascata di prodotti, servizi, comportamenti connessi al crafting quindi forse la cultura abruzzese potrebbe non solo attivare ma prendere stimolo dall’artigianato. I prodotti di conoscenza sono in questo momento i più importanti del paradigma economico. L’importante è il processo. Per connettere ricostruzione e cultura occorre una international call for ideas, creando una rete di artisti, narratori, scrittori, poeti, architetti purché non archistar, perché non occorre la logica del paracadutare l’opera massima. Bisogna riattivare L’Aquila traendone ispirazione: è una città che ha cicatrici e le cicatrici raccontano la storia, è una mappa simbolica.</p>
<p><strong>A.M.:</strong> “L’uomo che finisce di costruire la sua casa muore”, recita un antico adagio orientale: gli aquilani sopravvivono, a quattro anni dal terremoto, in una condizione di perdita dell’identità individuale e collettiva. Da dove partire per ricostruire un’identità in frantumi?</p>
<p><strong>M.T.:</strong> L’Aquila poteva essere un modello pilota per l’Italia; ora deve creare una metanarrazione, raccontando la se stessa che non è più quella di prima ma sta diventando quella di dopo, senza rendersene conto. Occorre creare processi di consapevolezza di quello che c’è, sebbene ci pugnali il cuore. L’Aquila in questo momento è un palinsesto incredibile di informazioni di tipo strutturale, estetico, simbolico, quindi eloquentissimo: estraiamo quello che dice ora, senza dimenticare quello che diceva. La cultura dell’Aquila è se stessa. Ora.</p>

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		<title>L&#8217;opinione</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/opinione-gabi-scardi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 09:24:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[gabiscardi]]></category>
		<category><![CDATA[opinione]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Trasformazioni urbane:<br />
quando l&#8217;arte produce nuovi modelli di cittadinanza</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_6910a4b61d998 h1{font-size:18px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_6910a4b61d998 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_6910a4b61d998">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>a cura di Gabi Scardi</em></span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584544006114 liquid-row-shadowbox-6910a4b61dca3"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6910a4b61de56"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><div id="ld_images_group_container_6910a4b61df76" class="liquid-img-group-container ld_images_group_container_6910a4b61df76"  >
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> Pedro Reyes, <i>Palas por Pistolas (Guns for Shovels)</i>, 2007 &#8211; present. Courtesy Lisson Gallery, Milano</span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-6910a4b61eb4c"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-6910a4b61ed0a"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_spacer_6910a4b61edb4{height:40px;}</style>
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			<p>Esiste però uno specifico ambito dell’arte contemporanea nella quale rientrano artisti particolarmente sensibili alle istanze di qualità di vita, trasformazione sociale e urbana. Pur considerando che si fa riferimento a poetiche sempre uniche e singolari, possiamo dire questi artisti sono accomunati dall’attitudine a reagire agli scenari quotidiani proponendo nuovi possibili modelli di socialità e di cittadinanza. Questo orientamento progettuale e costruttivo si riscontra oggi in un ampio numero di artisti; e, quando la loro progettualità si coniuga con l’energia, la vitalità e l’ambizione, genera oggi opere e interventi tra i più significativi.</p>
<p>Pensiamo a un artista come Pedro Reyes: nato a Città del Messico nel 1972, architetto di formazione, il suo lavoro origina dall’idea che, mettendo in campo gesti coinvolgenti e di forte significato simbolico, l’arte possa trasformare ciò che tocca. Così, per esempio, il suo Palas Por Pistolas &#8211; Pale al posto delle pistole, consiste, con le sue parole, in “una campagna per il controllo del commercio delle armi leggere”; l’artista ottiene infatti dai cittadini di Culiacán, comune noto come centro della violenza legata al narcotraffico, millecinquecentoventisette armi da fuoco; in cambio dà loro dei voucher con cui comprare materiale elettronico, rispondendo così a un loro desiderio. Dopo aver fuso le armi pubblicamente ne fa altrettante pale, che ridistribuisce presso la popolazione affinché vengano utilizzate per piantare alberi nella città. Dopo Palas Por Pistolas Reyes realizza Imagine: in questo caso all’origine del lavoro ci sono migliaia di armi da fuoco sequestrate dal Ministero della Difesa messicano ai trafficanti di droga. L’artista ottiene di poterle utilizzare e, tramite un minuzioso lavoro, che coinvolge un grande numero di specialisti, le trasforma in un’ampia serie di strumenti musicali funzionanti. Gli strumenti, passati dall’essere dispositivi per uccidere all’essere strumenti di comunicazione attraverso la musica, saranno effettivamente suonati nell’ambito di concerti pubblici: un modo per dare voce e visibilità pubblica alle alternative che esistono. È chiaro che, per Reyes, il tema portante del lavoro artistico è la possibilità di una reale trasformazione della società, e l’opera ne è metafora; e la condivisione riguarda sia le preoccupazioni da cui l’opera scaturisce, sia la lunga e complessa fase di elaborazione, sia il momento della restituzione. Questa condivisione del proprio lavoro artistico, così chiaramente perseguita, da un lato è in sé elemento di senso, dall’altro contribuisce a fare dell’intervento artistico una piattaforma di azione comune, concreta e insieme simbolica, e quindi un veicolo di cambiamento potente ed efficace.</p>
<p>L’orientamento esemplificato attraverso il progetto di Reyes, che privilegia progetti basati su condivisione, socialità, scambio di competenze, senso di vigilanza civile, desiderio di dire la propria su tematiche fondamentali, e come perno per un possibile cambiamento – seppur a lungo, o anche a lunghissimo termine &#8211; anima le opere di molti altri tra gli artisti più interessanti del presente. “Perhaps – scriveva nel 2012 Nato Thompson nel suo importante LIVING AS FORM &#8211; in reaction to the steady state of mediated two- dimensional cultural production, or a reaction to the alienating effects of spectacle, artists, activists, citizens, and advertisers alike are rushing headlong into methods of working that allow genuine interpersonal human relationships to develop. The call for art into life at this particular moment in history implies both an urgency to matter as well as a privileging of the lived experience. These are two different things, but within much of this work, they are blended together.” Queste istanze conferiscono ai progetti in questione una valenza “pubblica”. Nei secoli l’arte occidentale è stata essenzialmente pubblica, ossia vincolata; funzionale al bisogno di autorappresentazione e di comunicazione, di trasmissione della storia e della memoria del committente da cui l’artista dipendeva. Per il principe, per la gerarchia ecclesiastica, per il banchiere, l’opera d’arte costituiva un veicolo diretto di prestigio, di promozione, di celebrazione personale. Che realizzasse una pala d’altare o gli affreschi che, nelle Chiese, dovevano fungere da biblia pauperum, le pitture murali di un ospedale o il monumento a cavallo che avrebbe segnato il fulcro di una piazza, che si mettesse al servizio del principe come organizzatore della vita di corte e dei suoi riti, l’artista rispondeva a un ruolo ufficiale, codificato per convenzione e sancito da precisi contratti; in questo senso era integrato alla vita sociale, e la rappresentava. Il suo linguaggio doveva corrispondere ai coevi codici di lettura dell’opera; la sperimentazione formale poteva quindi procedere solo per minime variazioni sul tema. La consapevolezza del ruolo di creatore e di intellettuale, l’ambizione a un maggiore margine di autonomia emersero, negli artisti, lentamente e progressivamente, a partire dall’età umanistica. E solo molto più tardi andò maturando un senso di responsabilità civile che, sullo scorcio del Settecento, li portò a guardare alla storia con libertà critica, e a farsene interpreti in prima persona. La strada da percorrere era ancora lunga. Doveva passare attraverso le avanguardie con la loro sperimentazione linguistica sempre più veloce e con la loro polemica contro la tradizione e contro la tendenza dell’arte a farsi espressione del conformismo sociale. Ma è soprattutto con la prima metà del Novecento, con i grandi totalitarismi, con la crisi di certezze che ne consegue e con il profondo mutamento della temperie culturale, con la sempre maggiore difficoltà a pensare il rapporto con la storia, quindi a rappresentarla, che l’artista, tra le figure più attente alle trasformazioni, ai nuovi contesti e ai nuovi valori, alle istanze sociali del presente, avverte la necessità di recuperare rapporto, suffragio e una posizione di responsabilità con la realtà mutata. Un processo che va di pari passo con la generale democratizzazione della società, ma anche, come già sottolineato da Thompson, con l’esigenza di contrastare l’effetto totalizzante della società dello spettacolo, così efficacemente denunciato dal Situazionismo sin da fine anni Cinquanta. Con questa posizione di rinnovato impegno all’interno della compagine sociale, sono molti gli artisti che, già da quegli anni, decidono di assumere un ruolo di vigilanza critica e scelgono di uscire dallo studio, dalla galleria, dagli spazi deputati e dai percorsi predestinati. È un momento di grande rinnovamento del quadro linguistico e concettuale e, nelle sperimentazioni più radicali, si assiste a un avvicinamento – fino al limite della fusione &#8211; tra arte e vita: l’opera comincia a farsi, “situazione”. Basti pensare a una figura come Pinot Gallizio, o agli artisti Fluxus per i quali ogni gesto può essere arte, se realizzato intenzionalmente e all’interno di un percorso dichiarato; perché, con le parole di Filiou, “l’art, c’est ce qui fait que la vie est plus intéressante que l’art”. Con tutto ciò, la storia dell’arte nell’accezione contestuale a cui oggi facciamo riferimento è recente; non solo; come ogni altro aspetto dell’arte contemporanea è erratica, ed evolvendosi con i ritmi e con la velocità con cui il contesto si trasforma, richiede di essere sempre aggiornata. Non si tratta di una debolezza, ma di un elemento di vitalità che la rende organica, intrinsecamente votata alla crescita, sostenibile nel tempo: è materia viva, consistente nel cercare forme sempre nuove e diverse per affrontare la complessità del mondo nelle sue sfaccettature, per comprenderne ed esprimerne le dinamiche fondamentali, gli incroci di culture diverse, per raccogliere la continua domanda di ridefinizione degli spazi e dei modelli di vita.</p>
<p>L’accezione di arte sinora contemplata non è isolabile, ma può rappresentare un nucleo intorno al quale si articola una costellazione di opere; esemplare in questo senso la Silent University dell’artista turco Ahmet Ögüt: una para-università destinata a raccogliere e mettere in circolo quel sapere che rischia di andare perduto in quanto appartenente a soggetti che non sono in grado di condividerlo né di metterlo a frutto; magari perché la loro cittadinanza non è pienamente riconosciuta dalla società; come avviene, in molti casi, per gli immigrati o i richiedenti asilo; che nei loro paesi di origine possono essere dottori, mentre nei luoghi in cui si trovano ad abitare sono costretti a svolgere mansioni che con la loro preparazione non hanno nulla a che fare. La Silent University li invita allora ad assumere il ruolo attivo di docenti impostando corsi e seminari su temi a loro scelta, in modo che queste competenze non vadano disperse. Le persone invitate offrono il loro tempo su base volontaria, e chiunque può partecipare alle lezioni iscrivendosi online. Si tratta dunque di un’iniziativa nata per dare voce a chi non ne ha e intesa a protrarsi al di là dell’intervento dell’artista, che ne ha semplicemente costituito l’innesco. Questa è la sfida di questo genere di progetti: l’arte, però, non sta solo agli artisti; sta invece nel rapporto che ognuno di noi riesce a instaurare con l’opera. Un rapporto diverso per ognuno e in ogni momento. Perché la voce degli strumenti che Pedro Reyes assembla, delle persone a cui Ögüt dà uno spazio ci possano raggiungere, occorre da parte nostra altrettanta attenzione, disponibilità all’ascolto. Quando queste condizioni si verificano l’opera costituisce effettivamente una straordinaria possibilità di apertura alla realtà e di arricchimento.</p>

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