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	<title>vino Archivi - mu6</title>
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		<title>Luigi Cataldi Madonna</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/luigi-cataldi-madonna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 14:11:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[impresa]]></category>
		<category><![CDATA[luigi cataldi madonna]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.rivistamu6.it/luigi-cataldi-madonna/">Luigi Cataldi Madonna</a> proviene da <a href="https://www.rivistamu6.it">mu6</a>.</p>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Il Personaggio</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_69126dd3811fa h1{font-size:18px;line-height:1em;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_69126dd3811fa .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_69126dd3811fa">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>a cura di Germana Galli</em></span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-69126dd381495"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-69126dd3816ec"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_spacer_69126dd3817dd{height:50px;}</style>
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			<p>Filosofo vignaiolo cresciuto in una tradizione familiare che nasce e si sviluppa nell’affascinante e produttiva valle del Tirino. Il padre architetto ha commercializzato il prodotto delle vigne, la madre, orgogliosa depositaria dell’arte della cucina, trasformava i pranzi in rito.</p>

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			<p><strong>Germana Galli:</strong> Potresti distinguere se, nella tua formazione, ha avuto maggior importanza la cultura del cibo in senso ampio del termine o ha prevalso il cibo della cultura?</p>
<p><strong>Luigi Cataldi Madonna:</strong> Ma guarda Germana io distinguo sempre tra lavoro scelto e lavoro ereditato: la filosofia è quello scelto e il vignaiolo è quello ereditato. Nel 1974 mi sono iscritto all’Università e nel 1975 papà fa la prima bottiglia, avendo l’idea geniale di disegnare &#8211; sì la prima etichetta era un disegno di papà &#8211; il guerriero di Capestrano, allora quasi completamento sconosciuto e oggi diventato simbolo dell’italicità. Insomma a quei tempi non pensavo minimamente di diventare un vignaiolo. Tra l’altro mi sento ancor oggi molto più uomo di mare piuttosto che uomo bucolico. Aiutavo papà che si divertiva a fare il Cincinnato. Era soprattutto un modo per stare con lui. È papà che ha fatto l’azienda nel 1970 (con i primi impianti nel 1968) e soltanto dopo qualche anno ha acquisito l’azienda di nonno, che vinificava sì (per Vittorio Ianni: uno dei primi imbottigliatori abruzzesi), ma non imbottigliava. Dal 1970 sono in azienda. E in tutti questi anni non ho perso mai una vendemmia, anche quando stavo all’estero (la prossima sarà la 41esima). E ben 35 vendemmie passate in cantina (dall’80 ero già io il responsabile). Sì perché della cantina mi sono innamorato subito e lo sono ancora. Vedere come l’uva diventa vino. Ancora oggi mi sembra una magia. L’azienda allora era veramente familiare: mio padre e io più ovviamente i giornalieri quando servivano. Comunque a parte il periodo della vendemmia fino al ‘90 la mia presenza è stata saltuaria: prima l’università e poi la Germania dove sono andato a fare ricerca per la prima volta nell ‘82 e sono rimasto fino al ‘88. Insomma in quegli anni la campagna non era certo il mio obiettivo principale. Nell’89, durante i lavori di ristrutturazione e ampliamento, io ero a Ginevra con una borsa di ricerca, ma papà ebbe nel frattempo un brutto incidente che lo costrinse per qualche mese a letto. Allora sono stato praticamente catapultato dagli eventi nella direzione della nuova Azienda.<br />
Devo confessare che soltanto da quel momento ho cominciato a pensarla seriamente e mi sono accorto pian piano da quale incredibile territorio era circordata. Il forno d’Abruzzo così chiamano la valle d’Ofena, che in verità è un piccolo altopiano di 5 kmq che sale da 300 a 500 mt a forma di anfiteatro nel cui mezzo giace Ofena, pigramente sdraiata al sole. Ma è un forno particolare perché sta sotto l’unico ghiacciaio dell’Appennino, il Calderone (4 h di estensione e 25 mt di profondità: mica tanto piccolo poi!). Insomma un “forno nel frigorifero”: una condizione irripetibile per le uve del nostro territorio (Montepulciano, Pecorino e Trebbiano) caratterizzate da una maturazione tarda, mentre pessima per i cosiddetti vitigni precoci, che maturano quando a Ofena fa ancora troppo caldo e non ci sono escursioni termiche rilevanti come a settembre.</p>
<p><strong>G.G.:</strong> La coltivazione e la vinificazione hanno subito profonde trasformazioni, in questi 20 anni, superando un’arte millenaria con la scienza e le nuove tecnologie e quindi il sapere trasforma anche il prodotto innalzandone la qualità.</p>
<p><strong>L.C.M.:</strong> Mah! Riguardo alla coltivazione e alla vinificazione devo appellarmi al famoso detto di Socrate e dire che “so di non sapere”.<br />
Ovviamente di esperienze ne ho fatte tante e credo anche di aver imparato molto da queste esperienze, ma più vado avanti e più credo che non ci sia “il vino”, ovvero non esiste un vino ideale, perfetto, un genotipo che potrebbe essere portato nell’Arca per salvare la specie. Dovrebbero essere cose scontate soprattutto nella cultura materiale (ma perché esiste un quadro ideale?); eppure non lo sono. Oggi ci sono degli attacchi durissimi contro quella che possiamo chiamare una viticoltura “ragionevole” che insistono sull’accanimento dell’uomo contro la vite, che continuerebbe con il maltrattamento e la manipolazione del vino. Favole fondamentalistiche. Esiste un approccio ambientalista alla vite e al vino, ma non esiste una via “naturale” al vino. l’uva e il vino sono prodotto di una cooperazione tra la vite e l’uomo da sempre; anzi la vite è “addomesticata” &#8211; in ultima analisi violentata &#8211; dall’uomo perché quella selvaggia produrrebbe quasi solo legno. E lo stesso vale per il vino: la sua destinazione naturale è diventare aceto: è l’uomo che impedisce questo processo e lo orienta verso la produzione di una bevanda eccezionale.<br />
Sì una bevanda così considero il vino e questa è la mia filosofia. Basta con i vini da meditazione; per far questo preferisco leggere Cartesio o Sant’Agostino non bere un bicchiere di vino, che è preferibile bere in compagnia e con umore allegro – tra l’altro berlo da soli non sarebbe salutare. Il resto sono tutte corbellerie, cazz…. Il vino non deve essere qualcosa da masticare, pastoso, rotondo, ingombrante in bocca, ma deve &#8211; per dirla in dialetto &#8211; “calare” lungo (più arriva lontano più è buono), spigoloso (così te lo ricordi perché è negli spigoli/difetti che puoi trovare la sua specificità) senza invadere la bocca. Deve essere elegante e per essere tale non deve essere invasivo. Insomma nel vino preferisco la freschezza (che è legata all’acidità) piuttosto che il calore (che dipende dal grado alcolico). Ovviamente queste distinzioni non possono essere considerate rigidamente, si sfumano a seconda della tipologia di vino trattata.<br />
Per applicare queste idee il lavoro inizia in campagna evitando rese eccessivamente basse, altrimenti l’uva si concentra già prima del suo arrivo in cantina. Senza o con poca sfogliatura per evitare ossidazioni già nell’uva. Vendemmia puntuale con grande attenzione per i valori acidici e la degustazione sensoriale. Uno dei nemici peggiori di questa concezione è la vendemmia tarda alla ricerca ossessiva di un alto grado zuccherino, che caratterizza ancora gran parte delle vendemmie italiane. Conclusione banale, ma spesso dimenticata: il vino è buono quando la bottiglia finisce, ed è buonissimo quando se ne ordina un’altra.</p>
<p><strong>G.G.:</strong> Sei stato relatore della laurea honoris causa a Camilleri, uomo di grande cultura ed estimatore dei prodotti della vigna, che impressione ne hai riportato ?</p>
<p><strong>L.C.M.:</strong> Sono stato contento e onorato di conoscere Camilleri e di poter fare per lui la laudatio. Ero molto emozionato sia perché la letteratura non è campo di mia competenza e sia perché sono un fan sfegatato del commissario Montalbano. Camilleri è un personaggio che non si dimentica (tra l’altro accanito fumatore una caratteristica che in questo periodo di falso proibizionismo me lo rende ancora più simpatico): un vecchio signore di altri tempi che sa combinare sagacia, ironia e buon senso. Mi ha impressionato il suo dinamismo mentale e la sua convinzione &#8211; inespressa in quell’occasione, ma palpabile &#8211; che sia ancora possibile una “sinistra” che sappia seguire il messaggio di Gesù (uomo) senza cadere nella trappola di Cristo (figlio di Dio).</p>
<p><strong>G.G.:</strong> Come docente all’Università dell’Aquila sei a contatto costante con i giovani, è ancora valido, a distanza di molto tempo, quello che affermava il tuo maestro Karl Popper “televisione cattiva maestra”?</p>
<p><strong>L.C.M.:</strong> Vedi Germana la televisione produce effetti letali (pensa al demenziale Grande Fratello). Conosco molti di questi programmi. Li vedo per cercare di capire le ragioni del perché li vede purtroppo mia figlia. Confesso che spesso non ci riesco. Ma per questo non bisogna demonizzare la televisione e Popper ha torto. Noi siamo nell’era dell’informatica e della tecnologia. Sono diffidente verso chi va o cerca di andare controcorrente perché temo sempre in un rigurgito irrazionalistico contro la scienza. E io sono old style: l’irrazionalismo produce sempre oscurantismo, prepotenza sociale, sostanziale immobilismo. La tecnologia in genere e la televisione non vanno rifiutate né subite. Vanno addomesticate – proprio come ha fatto l’uomo con la vite – allora potrà risultare una televisione “buona maestra”.</p>

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		<title>Dal vino all&#8217;acqua, passando per l&#8217;arte</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/paola-mulas/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 13:52:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[impresa]]></category>
		<category><![CDATA[paolamulas]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Le attività culturali che accompagnano la produzione e promozione del vino si aprono ad interpretazioni di innovazione<br />
e qualità legate al fare</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_69126dd383aa5 p{font-size:18px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_69126dd383aa5 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading mask-text text-center ld_fancy_heading_69126dd383aa5">
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			<p>Nell’ambito della relazione tra territorio e impresa, la ricerca di quanto possa costituire elemento innovativo nella direzione di uno sviluppo sostenibile comprende oramai le iniziative che a vario titolo vengono definite culturali. Limitatamente all’ambito enogastronomico, il crescente interesse per la qualità del prodotto, per l’azienda, il territorio e i know-how coinvolti ha portato negli ultimi anni alla proliferazione di percorsi conoscitivi o interventi di valorizzazione e il comparto vitivinicolo, in particolare, ha espresso quella che oggi potremmo definire a pieno titolo una tendenza: con la progettazione o la sponsorizzazione di eventi e opere legati alla cultura (materiale e “alta” insieme), ha definito un modello di azienda che accosta all’attenzione per il prodotto quella per il territorio, in cui vengono immessi interventi artistici, architettonici o eventi legati alla musica, alla danza, al teatro che, prodotti e sostenuti dall’azienda, divengono pubblicamente fruibili in occasione di visite ed eventi che sono anche occasioni promozionali.</p>
<p>Tuttavia, la materia offre molteplici spunti che vanno in direzioni diverse da quelle del puro mecenatismo o della promozione aziendale. Già nel 2003, l’Associazione ArteContinua inaugurò il progetto artexvino=acqua: una raccolta di fondi che tramite la vendita di bottiglie con etichette d’artista (con la partecipazione senza fini di lucro di curatori, artisti, produttori, stampatori e di tante altre figure professionali) finanziava la costruzione di impianti idrici nei territori del Sud del mondo, con l’intento di accostarsi ai grandi temi proposti dall’ONU nell’ambito della difesa delle risorse del pianeta e per indagare modalità collaborative di azione peculiari all’intervento artistico. Come nella precedente esperienza di Arte all’Arte, che nei territori toscani stava sperimentando un processo sinergico di cooperazione tra artisti e popolazione locale, l’arte diventava (seppure con una modalità meno complessa, più adatta al fund raising scopo del progetto) uno strumento per attuare azioni concrete di intervento tramite l’operato collettivo.</p>
<p>In quest’ambito l’Abruzzo ha recentemente espresso almeno due esempi di grande interesse: l’intervento dell’imprenditore del vino Marcello Zaccagnini al primo incontro-dibattito Producers vs Artists, organizzato da RAM Radio Arte Mobile a Roma in gennaio e la partecipazione della cantina Santoleri al convegno Architettura come simbolo della promozione vinicola, presso il Padiglione Italia alla XIII Biennale di Architettura di Venezia con il progetto Alfredo Pirri a Casa Santoleri.<br />
Entrambi gli episodi hanno caratteristiche che meritano particolare attenzione per il loro carattere di incisività rispetto al dibattito contemporaneo e per le possibili ricadute sui luoghi di reciproco riferimento: si tratta infatti di ripensare il ruolo di una azienda e delle sue attività sul territorio e di legare la tipologia di interventi di cui sopra ad una idea sinergica in cui l’operare creativo diventi elemento di innovazione all’interno della catena di produzione e sia contemporaneamente uno strumento di potenziamento della connessione tra impresa e territorio. Nel primo caso, l’evento promosso da Zerynthia intende tracciare una linea di collaborazione tra artisti e imprenditori tramite l’individuazione di un modello in cui la sponsorizzazione culturale si “inverta” e venga realizzata da parte di artisti che partecipano, inserendovisi, al processo produttivo: il rapporto tra impresa e arte risulterebbe dunque da una comunione di intenti finalizzata all’ottenimento di un reciproco beneficio in cui, mantenuti gli ambiti di rispettiva pertinenza, la cooperazione diventi la chiave di un intervento mirato ad aggiungere valore al prodotto. Obiettivo del progetto, sotto il marchio DAC (Denominazione Artistica Condivisa) è dunque quello di trovare un sistema alternativo alla sponsorizzazione d’arte; Zaccagnini, coinvolto nel progetto e proveniente da una storia che ha visto l’arte del fare di Beuys esprimersi proprio a Bolognano e dichiararsi nella sua cantina con la Difesa della Natura del 1984, potrebbe diventare uno dei portavoce di un modo nuovo di farsi promotori di cultura sul territorio. Il secondo caso, invece, è già una realizzazione dell’idea sinergica di partecipazione che conviene ai nostri sistemi complessi e dovrebbe essere l’impronta di ogni intervento produttivo: riprendendo, nell’agosto 2011, le fila di una collaborazione precedente tra l’artista Pirri e il produttore di vino Santoleri, tragicamente scomparso nel 2007, l’azione curatoriale di riapertura e riuso della casa-cantina riattiva luoghi e legami e, piuttosto che immettere nuovi elementi nella realtà locale, costruisce una consapevolezza storica offrendo ai produttori e al paese una forza relazionale che si propone come struttura di sostegno e in evoluzione. La presenza ad un evento che indaga le modalità di incontro tra le due culture dell’architettura e del vino comprova l’interesse di una operazione che, rispetto a prassi di valorizzazione più consuete, volge la sua attenzione al processo e lo rende strutturale per la costruzione di una consapevolezza del saper fare legato ai luoghi.</p>
<p>In ultima analisi, è interessante notare come entrambe le aziende si trovino in Val Pescara e offrano spunti notevoli sui possibili indirizzi diri-valorizzazione su base culturale di un territorio che, ferito da un inquinamento visivo e chimico, non ha ancora risolto alcuni nodi complessi della sua rivalutazione. Accanto alle dovute ricadute promozionali, sarà dunque importante comprendere in che modo iniziative del genere possano inserirsi nel tessuto sociale e produttivo dei territori cui fanno riferimento, per creare un valore contemporaneo che sia quello di un’opera attiva dell’intelligenza sul territorio.</p>

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