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	<title>territorio Archivi - mu6</title>
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		<title>Un nido in dono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Dec 2023 11:11:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[rev]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>MU6 protagonista di un progetto educativo con Licia Galizia MU6 ha coordinato la realizzazione di...</p>
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<p>MU6 protagonista di un progetto educativo con Licia Galizia</p>



<p>MU6 ha coordinato la realizzazione di un nuovo spazio verde a San Demetrio (L&#8217;Aquila), all&#8217;interno del progetto &#8220;Nuovi Spazi per Emozionarci&#8221; finanziato dall&#8217;impresa sociale &#8220;Con i Bambini&#8221;</p>



<p>Si è tenuta&nbsp;<strong>giovedì 16 novembre 2023&nbsp;</strong>presso&nbsp;<strong>l’I.C. “Cesira Fiori” a San Demetrio né Vestini</strong>&nbsp;l’inaugurazione dell’opera d’arte collettiva realizzata&nbsp;<strong>dall’artista Licia Galizia</strong>&nbsp;con la collaborazione degli alunni della scuola. L’evento è stato l’occasione per mostrare l’area verde dell’Istituto Comprensivo riqualificata all’interno di “<strong>Nuovi spazi per Emozionarci</strong>”, un progetto selezionato da&nbsp;<strong>Con i Bambini</strong>&nbsp;nell’ambito del&nbsp;<strong>Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile&nbsp;</strong>e cofinanziato dalla<strong>&nbsp;Fondazione Carispaq</strong>.</p>



<p>Durante il percorso pluriennale di Nuovi spazi per Emozionarci, MU6 con i propri educatori ha guidato i bambini alla scoperta dei significati del “nido”, inteso come casa che accoglie e protegge ma anche come luogo sicuro da cui spiccare il volo. In un parallelismo tra mondo animale e universo umano, i giovani studenti hanno iniziato a riflettere su queste tematiche, lasciandosi ispirare dall’ambiente circostante e liberando la loro espressiva creatività con l’impiego di una grande varietà di materiali naturali. I bambini hanno sperimentato diverse tecniche artistiche e hanno lavorato fianco a fianco con l&#8217;artista Licia Galizia, in un percorso di espressione creativa.</p>



<p>Al termine dei laboratori ciascun alunno ha realizzato due nidi, il primo donato alle persone care in un’emozionante “Cerimonia del Dono” che si è svolta lo scorso 18 maggio, il secondo nido creato è diventato ora parte della grande installazione nel giardino dell’Istituto.</p>



<p>I linguaggi dell’arte contemporanea, attraverso il progetto Nuovi spazi per Emozionarci, si sono resi intellegibili ai più giovani e si sono materializzati in un’opera collettiva che esprime impegno, condivisione e rispetto della natura.</p>



<p>Il progetto è stato selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Il Fondo nasce da un’intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo. Sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori. Per attuare i programmi del Fondo, a giugno 2016 è nata l’impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione CON IL SUD (www.conibambini.org).</p>



<p></p>



<p><em>Tra i soggetti che hanno collaborato: L’Aquila che Rinasce, ente capofila, Bambini di ieri e di oggi, Centro Sperimentale di Cinematografia L’Aquila.</em></p>



<p><em>Co-finanziatori: Fondazione Carispaq e Fondazione Cappelli.</em></p>
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		<title>EDEN BLU &#124; GINO MAROTTA</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/eden-blu-gino-marotta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Dec 2023 09:55:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[territorio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>MU6 dedica la prima grande mostra a Gino Marotta a L&#8217;Aquila MU6&#160;ha organizzato la prima...</p>
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<p>MU6 dedica la prima grande mostra a Gino Marotta a L&#8217;Aquila</p>



<p></p>



<p><strong>MU6&nbsp;</strong>ha organizzato la prima mostra dedicata a Gino Marotta nella &#8220;sua&#8221; L&#8217;Aquila, città che lo ha visto protagonista della vita culturale durante gli anni &#8217;70.</p>



<p><strong>GINO MAROTTA/Eden blu</strong>&nbsp;a cura di&nbsp;<strong>Laura Cherubini e Giacinto Di Pietrantonio</strong>, realizzata da&nbsp;<strong>Germana Galli</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Antonella Muzi</strong>&nbsp;ha aperto i battenti il 6 settembre 2023 presso la sede del Consiglio Regionale d&#8217;Abruzzo ed è stata aperta al pubblico fino al 21 settembre.</p>



<p>Il progetto ha voluto riaccendere i riflettori sul lavoro di Gino Marotta, uno degli artisti contemporanei italiani più significativi, la cui valorizzazione storico-critica sta conoscendo una importante stagione. La mostra ha proposto, in particolare, un corpus di opere iconiche in metacrilato blu: alberi e animali che costituiscono un ideale Eden, un giardino artificiale in cui lo spettatore si trova immerso e portato a riflettere sul mondo della natura e dell’industria che hanno avuto un ruolo dominante nella riflessione critica di Marotta.</p>



<p>Un tema di stretta attualità che pone una riflessione sul rapporto dialettico tra uomo, natura e artificio nel nostro tempo e alla luce degli effetti nefasti che l’azione dell’uomo sta producendo sull’ambiente e più in generale sul pianeta. Attraverso lo sguardo di un grande artista storicizzato a livello internazionale, si è tentato di indagare anche la complessità del presente ponendo in evidenza la grande intuizione che Marotta portò nella sua ricerca artistica già alla fine degli anni sessanta del Novecento.</p>



<p><em>“Aggirarsi per questa giungla blu trasparente di Marotta ci dà un senso di armonia e libertà come si immagina un paradiso e come vorremmo che fosse</em>&nbsp;&#8211; scrive in catalogo uno dei curatori, Giacinto Di Pietrantonio &#8211;&nbsp;<em>Tra l’altro, gli animali e le piante di questo eden sono tutti “esotici”, appartenenti a una geografia africana, sottolineando che il paradiso, se c’è, è in Africa luogo dell’origine dell’umanità come dimostrano gli studi più recenti. Un interesse che è presente in artisti suoi contemporanei come Pascali che all’Africa aveva dedicato una serie di lavori, lo stesso Mario Merz con il suo Pittore in Africa indicava la stessa direzione. Ora anche se in questo eden di Marotta non c’è la presenza dell’uomo formalizzato in metacrilato, ma come visitatore, come noi, quali Eva e Adamo, che ci aggiriamo in esso, mi preme ribadire la qualità ecologica di questo mondo blu come la favola cinematografica odierna di Avatar, in cui, come morale, viene affermato la connessione necessaria tra vita e natura”.</em></p>



<p>Il metacrilato, materiale innovativo peri tempi, per Marotta diventa un medium privilegiato; l’artista, infatti, lo descrive come&nbsp;<em>“l’unico materiale che non degenera, perché altamente tecnologico”.</em>&nbsp;<em>“Con il metacrilato (o perspex) Marotta trova il “suo” materiale</em>&nbsp;– scrive in catalogo Laura Cherubini, curatrice della mostra &#8211; ….&nbsp;<em>Il contraltare saranno le balle di paglia con le quali Marotta, invitato da Germano Celant alla manifestazione Arte povera+azioni povere ad Amalfi nel 1968, costruirà nel contesto urbano Giardino all’italiana. Se, come ci ha indicato Bachelard con il concetto di immaginazione materiale, a ogni immaginario è necessaria una propria materia, ecco che a una nuova immaginazione deve corrispondere un nuovo materiale, ed ecco che Marotta lo scopre in questo “materiale squallido e freddo”. “Campiture del diafano” dirà con folgorante linguaggio Emilio Villa, e ancora “tumulti della trasparenza. Inoltre il trasparente metacrilato era un materiale della modernità che per Marotta era un tema molto importante”.</em></p>



<p>La trasparenza, fino a quel momento appannaggio di materie nobili come il vetro, viene trasferita a questo nuovo materiale artificiale: iI metacrilato anche come generatore di luce quasi per necessità.&nbsp;<em>“Ho usato il colore luce invece del colore materia”</em>&nbsp;dirà Gino Marotta e ancora&nbsp;<em>“&#8230;può l’uomo inserirsi nel processo della natura per modificarlo o riprodurlo? Natura e artificio: l’uomo è un prodotto della natura e la natura è un prodotto dell’uomo nel lavoro di Marotta”</em>&nbsp;(“Ceroli, Kounellis, Marotta, Pascali, 4 artistes italiens plus que nature”, Catalogo della mostra Musée del Arts Décoratif, Paris, 1 Ottobre 1969, Scotti, Milano 1969)</p>



<p>Per&nbsp;<strong>Renato Barilli</strong>&nbsp;<em>”Marotta è un artifex, un fabbro nel senso originale della parola. I suoi fiori, alberi, nuvole appartengono a un repertorio iconografico molto preciso e che ha trovato tanto spazio nella storia dell’arte ma lui li rilegge nel segno dell’artificiale, delle plastiche e delle resine sintetiche”</em>&nbsp;(Renato Barilli “Informale, oggetto comportamento” I volume Feltrinelli &#8211; Milano&nbsp;&nbsp;1979)</p>



<p>Molisano di origine (Campobasso 1935 &#8211; Roma 2012) ma con un lungo e fecondo rapporto con l’Abruzzo dove ha diretto anche L’Accademia di Belle Arti dell’Aquila, negli anni Gino Marotta ha sviluppato una profonda ricerca sui materiali, lavorando &#8211; a partire dagli anni ’50 &#8211; con i prodotti dell’industria e giungendo poi a trovare il suo materiale “d’elezione”: il metacrilato. Da precursore di tematiche di straordinaria attualità, Marotta ha lavorato sull’iconografia della natura, realizzando animali e piante in metacrilato colorato, avviando quindi un’indagine sul rapporto tra natura e artificio.</p>



<p>Gino Marotta ha partecipato e contribuito all’ideazione di alcune tra le mostre più significative dell’arte italiana contemporanea:&nbsp;<em>Lo Spazio dell’Immagine</em>&nbsp;a Foligno (1967),&nbsp;<em>Amore mio</em>&nbsp;a Montepulciano (1970) e&nbsp;<em>Vitalità del negativo</em>&nbsp;al Palazzo delle Esposizioni di Roma (1970-71). Pierre Restany a proposito scrive: &#8220;Sono convinto che il clima culturale di Roma dopo gli anni Sessanta sarebbe stato molto più squallido senza le grandi invenzioni tematiche di Gino Marotta&#8221;.</p>



<p>Nel 1971 partecipa alle mostre&nbsp;<em>Elf Italiener Heute</em>&nbsp;al Museum am Ostwall di Dortmund e&nbsp;<em>Multiples The First Decade</em>&nbsp;al Museum of Modern Art di Philadelphia e nel 1972 a&nbsp;<em>Italy The New Domestic Landscape</em>&nbsp;al MoMA di New York.</p>



<p>Ancora negli anni ’70 Marotta si dedica al cinema e al teatro d’avanguardia, avviando una collaborazione con Carmelo Bene. Nel 1972 realizza le scene e le sculture-costumi in metacrilato per il film&nbsp;<em>Salomè</em>&nbsp;e la scenografia teatrale di&nbsp;<em>Nostra Signora dei Turchi</em>&nbsp;e nel 1987 le scene e i costumi di&nbsp;<em>Hommelette for Hamlet</em>, che gli fanno meritare, nel 1988, il premio UBU per la migliore scenografia.</p>



<p>Marotta è stato il protagonista di una stagione artistica importante in Italia, quella dell’Arte Povera, e ha partecipato a diverse edizioni della Biennale di Venezia (1984, 2011).</p>



<p>&nbsp;&nbsp;La mostra è stata sostenuta dal&nbsp;Consiglio Regionale d’Abruzzo, dalla Fondazione Carispaq, da ANCE L’Aquila e da Farmanatura, con il patrocinio del Comune dell’Aquila.</p>
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		<title>La cultura come motore di innovazione per il territorio</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/pierluigi-sacco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2020 09:28:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigisacco]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> a cura di Pierluigi Sacco.</span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-69126f8f8c88b"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-69126f8f8cb9d"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner">
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			<p>La storia dello sviluppo locale a base culturale in Italia è lastricata di belle intenzioni e di tanti fallimenti, per lo più dovuti ad una carenza di cultura amministrativa che, nei casi migliori, ha avuto il merito di dare avvio ad un percorso di reale di cambiamento ma ha perso per strada il coraggio di perseguirlo fino in fondo, e nei casi peggiori lo ha pregiudizialmente rifiutato preferendo rifugiarsi nelle formule più immediatamente remunerative, dal punto di vista dell’immagine e del consenso, dei grandi eventi e del taglio dei nastri di strutture destinate prima o poi a soccombere sotto la scure della sostenibilità finanziaria.</p>
<p>In Italia mancano dunque esempi compiuti di sviluppo a base culturale, anche se certamente in alcuni casi, ad esempio Torino, si è fatta molta strada e si sono in ogni caso ottenuti effetti permanenti non trascurabili.</p>
<p>Ma cosa vuol dire in ultima analisi un modello ‘compiuto’? L’aspetto più importante da considerare è l’auto-sostenibilità del processo, che non vuol dire l’indipendenza dalle risorse pubbliche (alcune attività, soprattutto in settori come le arti visive, il patrimonio storico-artistico e lo spettacolo dal vivo non sono semplicemente non sono possibili senza risorse pubbliche), ma la sostenibilità politica dell’impiego di risorse pubbliche nello sviluppo a base culturale. Il che vuol dire soprattutto una comunità capace di riconoscere e apprezzare l’importanza di una simile traiettoria di sviluppo in tutte le sue implicazioni, comprese quelle economiche, sociali e di sviluppo umano, senza cadere nelle solite trappole retoriche della contrapposizione tra soldi alla cultura e soldi agli asili o ai servizi sociali.</p>
<p>Questo tipo di espedienti viene invece usato correntemente nell’arena del dibattito politico nel nostro paese per manipolare strumentalmente l’opinione pubblica, e il problema è che proprio perché manca quasi completamente una reale consapevolezza del contributo della cultura nel garantire, tra le altre cose, obiettivi fondamentali quali la qualità della vita, la coesione sociale e la capacità competitiva, tali espedienti si rivelano normalmente piuttosto efficaci. Il punto è che queste condizioni di sostenibilità mancano in Italia in primo luogo a livello nazionale – non a caso il nostro paese è l’ultimo nell’Europa a 28 per la spesa pubblica in istruzione e cultura: un dato quantomeno sconcertante che però, eloquentemente, non ha scosso più di tanto un’opinione pubblica forse ormai rassegnata allo stillicidio di primati negativi inanellati dal nostro paese negli ultimi anni.</p>
<p>E questo significa quindi che se qualcosa deve cambiare, questo può presumibilmente avvenire a partire da esperienze a livello locale rese possibili da una nuova generazione di amministratori disposti ad investire tempo ed attenzione nella comprensione del rapporto spesso contro intuitivo ed apparentemente elusivo tra cultura e sviluppo, a partire dall’aspetto fondamentale, e in Italia particolarmente trascurato, della partecipazione culturale attiva.</p>
<p>Capita così che anche quando si studiano gli esempi più interessanti, non li si comprendono proprio perché si tende a leggerne in maniera distorta soltanto gli aspetti che rispondono alla logica già familiare: il caso più eclatante è naturalmente quello di Bilbao, che porta tuttora molti amministratori locali a credere che la chiave del successo sia stata la costruzione di una architettura-feticcio capace di attirare folle di turisti, e non la creazione di un sistema di produzione fondato sul capability building e sullo stimolo dell’imprenditoria culturale e creativa.</p>
<p>Per capire queste dinamiche non si può decidere con approssimazione o per sentito dire come si fa normalmente in Italia quando si parla di politiche culturali. Occorre capire e conoscere davvero ciò di cui si parla. La nuova generazione di amministratori locali italiani che vorrà raccogliere davvero questa sfida deve quindi prepararsi a fare quello che fanno molti dei loro colleghi stranieri: documentarsi, dedicare tempo, riflettere. Senza una cultura amministrativa adeguata, lo sviluppo a base culturale in Italia non decollerà mai. E sarebbe probabilmente l’occasione perduta che rimpiangeremmo di più negli anni a venire. Perché negli anni a venire, che ci crediate o no, sarà soprattutto la cultura a fare la differenza, tra città e città, tra regione e regione, tra paese e paese.</p>

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	</div>
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		<title>Musei di Pietra</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/musei-pietra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 15:24:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[edoardomicati]]></category>
		<category><![CDATA[musei]]></category>
		<category><![CDATA[pietra]]></category>
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			<p>Molti anni fa mi trovavo con un caro amico sul crinale che da Roccamorice sale verso i pascoli della Maielletta. Salivamo a piedi, nel tardo pomeriggio, in un paesaggio di pietra dove rade erbe affioravano a fatica. Ad un tratto ci fermammo, colpiti dal canto di una voce femminile che giungeva dal basso. Solo allora ci accorgemmo che alcuni contadini stavano mietendo un piccolo campo di grano. Ci sedemmo e restammo in ascolto, completamente affascinati da quelle piccole figure che sullo sfondo del tramonto mietevano cantando. In quei momenti ho compreso a fondo, per la prima volta, il valore di quei mucchi di pietre, di quei muretti a secco, di quelle strane capanne.</p>
<p>Le opere in pietra a secco che caratterizzano la nostra montagna e quella di altre zone europee, soprattutto del Mediterraneo, sono la testimonianza più evidente dell’immane lavoro dei nostri antenati: un paziente accumulo dettato dalla necessità di bonificare campi e pascoli per poter sfruttare quel sottile strato di humus e le rade erbe presenti fra le pietre affioranti ovunque. Al mucchio disordinato, primo ed istintivo modo per liberare il terreno dalle pietre, si sostituirono ben presto precise e studiate forme di accumulo con lo scopo di non rubare terra ai coltivi. In molti casi la fame di terra era tale che, all’accumulo disordinato che avrebbe occupato un’area eccessiva, si preferì il mucchio costruito, con basi circolari, quadrate o a carena, disponendo le pietre più grandi a formare una cortina esterna di contenimento. La stessa capanna in pietra a secco, assimilabile ad un mucchio di spietramento cavo all’interno, rappresentava un ideale luogo di deposito delle pietre, che avevano inoltre l’effetto di renderla più stabile ed impermeabile.</p>
<p>Esaurita la disponibilità delle aree più fertili, poste su piccoli pianori, o sul fondo di conche e doline, si iniziò l’opera di terrazzamento dei terreni in pendio. I terrazzamenti occupano in genere le vallette, più ricche di humus rispetto ai crinali dove maggiormente hanno agito l’erosione e il dilavamento degli agenti atmosferici. La permeabilità del muro a secco di sostegno è fra i motivi della sua relativa longevità: l’acqua assorbita dal terrazzamento, anche nel caso di forti acquazzoni, può fuoriuscire dagli interstizi di tutto il muro senza cercare vie preferenziali che provocherebbero erosione e distruzione delle strutture di contenimento. Le recinzioni in pietra a secco rappresentarono la successiva fase della bonifica dei terreni. In molti casi esse non hanno la precisa funzione di delimitare la proprietà, ma costituiscono una ulteriore maniera per sistemare le pietre in eccesso.</p>
<p>Dal semplice muretto dello spessore di un solo elemento passiamo a recinzioni che si alzano possenti con larghezze di oltre due metri. Si alzarono così muri a secco per realizzare campi terrazzati, per recingere le piccole proprietà strappate alla montagna, per riparare dai venti le colture, per rinchiudere e difendere le greggi, per delimitare e rendere percorribili i sentieri che portavano alla montagna. Molte di queste opere che ancor oggi segnano il paesaggio delle nostre montagne furono le prime opere di quei coloni che nei secoli scorsi si spinsero, dietro un crescente incremento demografico e in seguito alla crisi della pastorizia, a coltivare la media ed alta montagna.</p>
<p>Tale fenomeno fu particolarmente evidente nell’Appennino centrale soprattutto dopo la messa a coltura del Tavoliere delle Puglie. Tutti i terreni montani furono invasi da uomini che dall’alba al tramonto si affannavano per trasformare brulle pendici in campi che nella migliore delle ipotesi davano comunque magri raccolti. Anno dopo anno accatastarono, ammucchiarono, alzarono mura di contenimento, ripararono crolli, convogliarono acque; alcuni con maestria innata, altri con l’arte appresa nella lontana Puglia, altri ancora, guardando e imitando il vicino più abile.</p>
<p>Nei primi anni ’70 del secolo scorso, colpito da quella “mietitura al tramonto”, iniziai una ricerca sulle capanne a falsa cupola, attratto da quelle strane costruzioni. La ricerca si estese in seguito al resto della regione impegnandomi per circa vent’anni. Il fatto che andassi misurando “mucchi di sassi” sembrava strano a coloro che mi conoscevano e qualcuno era arrivato a pensare che fossi uscito fuori di senno! Gli stessi paesani, in alcuni casi costruttori di quelle semplici capanne, rimanevano meravigliati del fatto che me ne interessassi, poiché per loro non avevano molta importanza: erano solo dei rozzi ricoveri che ricordavano anni di sacrifici e di fame.</p>
<p>Alla fine del secolo scorso, dopo il mio censimento regionale delle capanne a falsa cupola, nacque un forte interesse per le opere in pietra a secco e si valutò la possibilità di un loro recupero e valorizzazione a scopo turistico oltre che come testimonianza storica. Con la Legge Regionale n.17 del1997 le capanne a falsa cupola furono messe sotto vincolo e furono stanziati dei fondi per il loro recupero e la loro valorizzazione. Queste costruzioni, oltre a rappresentare una importante testimonianza della vita agricola e pastorale dell’Abruzzo, sono entrate a far parte della geografia della regione caratterizzandola, in alcune zone, in maniera inconfondibile. L’abbandono dei campi della media ed alta montagna ha portato anche all’abbandono della consuetudine annuale del ripristino dei cedimenti dei muri a secco e delle capanne.</p>
<p>A questo lento dissesto del paesaggio agrario imputabile a naturali fenomeni di degrado, si aggiunge l’intervento dell’uomo. Un altro grave pericolo per questo patrimonio culturale viene da coloro che in nome di un recupero delle tradizioni intende utilizzare tali testimonianze in modo improprio. E sorgono così squallide aree per picnic dove le capanne sono degradate alla funzione di depositi di immondizie.</p>
<p>Nell’arco di pochi anni sono nate numerose iniziative che vedono l’architettura in pietra a secco sempre più al centro dell’interesse degli enti pubblici e di alcune associazioni culturali. Diversi comuni sono oggi impegnati nella realizzazione di musei all’aperto per lo studio dell’antico paesaggio agropastorale ed hanno aderito inoltre ad una iniziativa dell’Archeoclub di Pescara per proporre una legge nazionale che tuteli queste opere.</p>
<p>Il Comune di Abbateggio ha realizzato nel sito archeologico di Valle Giumentina l’Ecomuseo del Paleolitico, collocando i pannelli didattici in un complesso in pietra a secco, formato da diverse capanne e recinti, costruito per tale scopo.</p>
<p>Il Comune di Lettomanoppello può vantare nel proprio territorio, in aree demaniali e private, delle zone con magnifici campi terrazzati ricchi di capanne. Nel territorio di Roccamorice troviamo i più bei complessi agro-pastorali in pietra a secco che vanno assolutamente salvati dal degrado. Infine il Parco Nazionale della Majella ha mostrato grande interesse per un progetto di tutela e restauro dei complessi agro-pastorali più interessanti. Nell’ambito di questo progetto si potrebbero creare dei “cantieri scuola” per istruire i giovani sull’antica tecnica del costruire in pietra a secco.</p>
<p>Oggi possiamo dire che quelle pietre che segnano in maniera inconfondibile le nostre montagne, messe le une sulle altre con grande fatica, rappresentano un grandioso monumento ai sacrifici dei nostri padri e la testimonianza di un preciso momento storico.</p>

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		<title>Il museo e il territorio (a sud)</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/daniela-bigi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 15:01:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[danielabigi]]></category>
		<category><![CDATA[museo]]></category>
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	<p class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" data-split-text="true" data-custom-animations="true" data-ca-options='{"triggerHandler":"inview","animationTarget":".lqd-lines .split-inner","duration":700,"delay":100,"easing":"easeOutQuint","direction":"forward","initValues":{"scale":1},"animations":{"scale":1}}' data-split-options='{"type":"lines"}'><span class="ld-fh-txt"> a cura di Daniela Bigi.</span></p></div><style>.ld_fancy_heading_69126f8f90d54 h1{font-size:30px;line-height:1.4em;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_69126f8f90d54 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-left ld_fancy_heading_69126f8f90d54">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> PARLARE DI SUD, E NELLO SPECIFICO DI SUD ITALIANO, SIGNIFICA OGGI RACCONTARE DI UNA CONDIZIONE DEL TUTTO ORIGINALE, INEDITA, TRA LE PIÙ STIMOLANTI CHE SI POSSANO OFFRIRE ALLA SPERIMENTAZIONE DI MODELLI MUSEALI CORAGGIOSI.</span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-69126f8f90f52"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-69126f8f9112f"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_spacer_69126f8f9120f{height:50px;}</style>
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			<p>Il dibattito museologico degli ultimi vent’anni, accelerato dalla proliferazione globale dei musei (oltre che dalla nascita dei musei globali), scandito dalla fantasmagorica apparizione dei buildings delle archistar, ossessionato dalla topica del pubblico, attratto dall’articolazione di mirabilanti offerte di servizi, intento a bilanciare istanze difformi come conservazione, interpretazione, valorizzazione, intrattenimento, marketing e produzione di valore, si è inevitabilmente concentrato su una tipologia istituzionale legata alla metropoli di scala mondiale, una tipologia che, come alcuni hanno tempestivamente individuato, altro non era che il precipitato esemplare delle strategie del tardo capitalismo – o, come direbbe qualcun altro, del capitalismo della fase totalitaria.<br />
Una tipologia che però non poteva adattarsi a qualsiasi paese, a qualsiasi territorio, un modello incapace di esprimere, o di includere, la vastità potenziale delle esperienze immaginabili.</p>
<p>E l&#8217;Italia si può considerare un esempio calzante delle falle di quel modello, non credo soltanto per un’arretratezza organizzativa o per una inadeguatezza formativa quanto, più probabilmente, per una naturale, fisiologica, resistenza ad una omologazione incondizionata ai flussi globalizzanti, dovuta probabilmente alla sua mai completata trasformazione in un paese moderno, nel senso di quell’occidentalizzazione con la quale certi filosofi intendono la pervasiva/totalizzante/totalitaria dominazione del capitalismo.</p>
<p>D’altronde è ormai acquisito che non basta la cifra dell’architetto o la ricetta del progettista/museologo (o addirittura del museografo, come è avvenuto sempre più spesso negli ultimi quindici-vent’anni) a fare di un museo un’istituzione capace di esprimere autenticamente la dimensione culturale di una comunità, di rispondere alle sue istanze di crescita sociale, attrezzata per rileggerne e interrogarne il passato, intenzionata a svilupparne il potenziale creativo e produttivo. Né, per continuare a giustificare l’enorme costo del museo in termini di spesa pubblica, si può perpetrare l’errore della verifica quantitativa dei rientri, tra biglietteria e servizi aggiuntivi. il capestro dell’audience non ha certo salvato la televisione (e continuo a riferirmi soprattutto all’italia) dal progressivo svilimento di contenuti, qualità e autonomia culturale…</p>
<p>Anzi, va ricordato che il dibattito interno alla Nouvelle Muséologie ha sottolineato abbastanza presto l’allarmante differenza tra pubblico audience e pubblico comunità e credo che, a distanza di qualche decennio, si debba ripartire proprio da quella distinzione e riaffrontare prioritariamente in sede politica la questione cruciale che ne consegue.</p>
<p>Tornando al Sud, e alla condizione che esso esprime nella congiuntura storica attuale, bisogna innanzitutto evidenziare che è la prima volta nella storia recente che viene assunto allo stesso tavolo progettuale delle altre aree italiane e non per politically correctness, come è avvenuto per decenni, ma in quanto effettivo portatore di contenuti nuovi, e questo ribaltamento di prospettiva, prima ancora che dai percorsi istituzionali, è desumibile da quelli spontanei, autogestiti, giovanili, basti guardare all’importantissimo lavoro svolto dagli artist run spaces.</p>
<p>Lo scenario al quale mi riferisco, di certo inedito rispetto a quello preso in esame negli ultimi decenni dal dibattito museologico (e che nulla ha a che fare anche con quello, pure per qualche verso assimilabile, toccato dagli studi post-coloniali), è quello in cui l’aggiornamento culturale e la determinazione costruttiva dei più giovani si sono innestati in un sistema di valori – e in molti casi in un paesaggio – che ha difeso e custodito l’ancoraggio ad una storia plurimillenaria ove eredità mediterranee, saperi tradizionali, ritualità collettive, colture secolari hanno disegnato e ridisegnato, ininterrottamente, equilibri e squilibri, in una latenza tutt’altro che immobile, tutt’altro che indolente, tutt’altro che inconsapevole.</p>
<p>Il fatto che oggi, quelle terre, in certi casi ancora a carattere rurale o comunque micro industriale, traboccanti di segni e sapienza antica, meta e approdo di etnie diverse, rappresentino una piattaforma ove esprimere e verificare istanze aggiornate, competenze giovanili acquisite sulla scena internazionale, relazioni intessute su scala globale, costituisce un potenziale che proprio in un momento di acuta crisi valoriale oltre che economica non può sfuggire neppure al più globalizzato degli osservatori.</p>
<p>C’è una storia significativa da raccontare in tal senso ed è quella di RISO &#8211; Museo d’arte contemporanea della Sicilia, che all’atto dell’istituzione, nel 2007, ha scelto di dotarsi dell’identità del museo diffuso, un modello che trova le sue radici nel dibattito francese degli anni settanta e che si struttura proprio a partire da una concezione del pubblico come comunità (e non come audience).</p>
<p>Nato su presupposti che l’ Italia non aveva ancora accolto negli anni della proliferazione dei musei e dei centri per l’arte contemporanea (non dimentichiamo che ancora alla metà degli anni novanta i luoghi istituzionali vocati esclusivamente al contemporaneo in Italia erano pochissimi e quindi la nascita e lo sviluppo della maggior parte di essi è avvenuta negli ultimi quindici/venti anni), gestito per quattro o cinque anni con grande intelligenza degli obiettivi, è stato poi smantellato nel 2012 per funzionamento troppo virtuoso (l’analisi delle ragioni politiche di quello smantellamento necessita di altro spazio e altra sede, ma di certo si rende necessaria, così come si fa urgente una riflessione schietta su quanto sta avvenendo a Rovereto, a Torino, a Bologna, a Roma, a Prato… Se il dibattito museologico non si confronta con il pensiero politico rischia di rimanere sterile esercizio accademico).</p>
<p>Quell’idea di museo diffuso nasceva dallo studio e dal rispetto delle peculiarità storiche, culturali, geografiche, economiche di una terra straordinaria e difficile come la Sicilia, e si poneva come possibile modello di sviluppo non attraverso l’imposizione di modelli eteronomi e globalizzati bensì attraverso una sorta di processo maieutico generato da una serie di azioni volte a rileggere e valorizzare il patrimonio culturale isolano attraverso il motore del pensiero e delle metodologie del contemporaneo.</p>
<p>Il progetto era evidentemente ambizioso e pensato a medio e lungo termine, incardinato all’arte contemporanea per rivolgersi alla cultura in termini estensivi, ancorato ad un edificio cittadino (Palazzo Belmonte Riso a Palermo), quindi con vocazione urbana, ma presente, attraverso attività diversificate e partnership di diversa natura, nell’intera regione, anche nelle aree meno urbanizzate. Le direzioni di lavoro portate avanti in quei pochi ma densi anni di attività, se da una parte hanno seguito un percorso museale tradizionale – dalla nascita di una collezione permanente alla programmazione di una attività espositiva e alla conseguente predisposizione dei servizi connessi, dalla didattica alla caffetteria al bookshop – dall’altra hanno espresso a diversi livelli l’idea che il museo non fosse altro che un dispositivo atto a dar voce alle proposizioni culturali più recenti di una terra che bisognava tornare a considerare come il più importante avamposto mediterraneo in Europa, ma al contempo un volano per il recupero di discorsi interrotti, per la riemersione di testimonianze artistiche d’eccellenza, per la rilettura di storie più o meno lontane nel tempo da sottrarre all’oblio.</p>
<p>La prima azione in tal senso è stata quella di ripartire da una sorta di mappatura del presente al fine di meglio comprendere quale futuro poter progettare, e inevitabilmente le prime tre realtà coinvolte in un progetto congiunto sono state Gibellina, Fiumara d’arte e il Museo di Montevergini a Siracusa, realtà che in tempi diversi (rispettivamente gli anni settanta, ottanta e novanta/duemila) e con modalità differenti avevano lottato per l’affermazione del portato artistico contemporaneo.</p>
<p>Parallelamente veniva inaugurato uno Sportello dedicato alla scena siciliana emergente (S.A.C.S), pensato come archivio ma anche come una specie di agenzia, volto alla valorizzazione dei giovani artisti siciliani attraverso programmi condivisi con istituzioni straniere (per lo più di area mediterranea).</p>
<p>Sulla stessa linea di intervento nascono le prime due mostre a Palazzo Riso, centrate sulla ricognizione delle più importanti collezioni d’arte contemporanea della Sicilia. Dunque un museo poco glamour, molto concentrato sulle istanze del suo territorio, ma con una strutturale inclinazione al dialogo internazionale.<br />
Mentre realizza queste iniziative RISO progetta gli step successivi, che vanno dai laboratori scientifici sulle problematiche conservative del Cretto di Burri a Gibellina (museo come attore della conservazione), all’ampliamento della collezione (museo come scrittura della storia), al potenziamento delle attività di SACS (museo come osservatore e promotore delle espressioni più significative del suo tempo), alla messa in atto di una rete di collaborazioni istituzionali mediterranee (mostre/scambio con le Biennali di Atene, istanbul e Marrakesh, ovvero museo come attore di una politica culturale internazionale), all’ideazione di un progetto su scala regionale, “Germogli di Riso”, che prevedeva la circuitazione delle opere della collezione (di livello e di provenienza locale, nazionale e internazionale purché per qualche motivo collegate alla Sicilia, per motivi ideativi, o realizzativi, o per committenza, o per tematica, e via dicendo) in aree mai toccate dalla ricerca artistica contemporanea, lontane dagli itinerari consolidati, ma custodi di patrimoni architettonici superbi da restituire alla collettività (museo come volano turistico, economico, ma anche di ricerca e di occupazione in territori sfuggiti agli ingranaggi dello sviluppo regionale).</p>
<p>Nel frattempo, di mese in mese, si stringe la collaborazione con le istituzioni siciliane del contemporaneo, fondazioni, gallerie, accademie, università, associazioni, con coinvolgimenti di vario genere e a vario livello, mentre una sorta di house organ, i “Quaderni di Riso/Annex”, enucleano le tematiche portanti del lavoro museale, raccontano i progetti in corso e ospitano contributi di esperti nazionali. In pochi anni RISO mette in piedi e valorizza il sistema dell’arte siciliano, mai esistito in precedenza, permette alla comunità dell’arte di costituirsi come tale, di riconoscersi, di sostenersi in una azione condivisa, difende e diffonde il pensiero contemporaneo.</p>
<p>Intanto l’attenzione al territorio cresce, si mette a fuoco, e presto si traduce nell’attivazione di un programma di residenze studiato con l’obiettivo di portare gli artisti in luoghi distanti dalle mete turistiche abituali, di inserirli all’interno delle comunità locali come interlocutori e attivatori di processi di conoscenza, di invitarli alla lettura del paesaggio nella sua duplice dimensione, visibile e invisibile, e all’interazione concreta con le emergenze architettoniche locali.</p>
<p>Il progetto4 – che ha interessato Enna, Termini Imerese, Capo d’Orlando, Ficarra, ovvero centri urbani differenti per dimensione demografica, estensione territoriale, importanza storica, consistenza economica, condizioni di sviluppo – ha avuto un riscontro straordinario sia sul piano del coinvolgimento locale sia nei risultati artistici conseguiti, riattivando iniziative culturali abbandonate da tempo (per esempio il Premio Vita e Paesaggio a Capo d’Orlando, dove ha lavorato Hans Schabus), rilanciando l’impegno di gruppi di lavoro intenti già da anni nella rilettura del proprio territorio (come il Museo Lucio Piccolo di Ficarra, al quale si è dedicato Massimo Bartolini), facendo riaffiorare brani importanti ma rimossi della storia locale recente (come è avvenuto ad opera di Marinella Senatore che ha lavorato con le comunità di minatori dei dintorni di Enna), attivando il dibattito civile intorno a questioni collettive (come nel caso di Flavio Favelli e Zafos Xagoraris che si sono infiltrati nel tessuto critico di Termini Imerese a ridosso della chiusura degli stabilimenti Fiat).</p>
<p>Un progetto di forte coesione tra museo, artisti, istituzioni e attori locali, i cui risultati sono stati poi ricongiunti, ampliati e ridiscussi, nella sede ufficiale di Palazzo Riso, con un movimento complesso che nelle sue varie fasi – ascolto, ricerca, collaborazione, sintesi, valorizzazione, ampliamento – ha testimoniato dell’importanza di una regia unitaria e condivisa capace di stimolare e altresì di accreditare processi locali di crescita che rischierebbero di esaurirsi senza l’inserimento in un corso più ampio e ambizioso di sviluppo, così come istanze di ricerca che troppo facilmente potrebbero ricadere dentro il recinto di una autoreferenzialità erudita.</p>
<p>Progetti analoghi, nelle stagioni successive, avrebbero dovuto approfondire ed estendere questa tipologia di intervento, ma proprio a quel punto è arrivato l’intervento politico ad arrestare la macchina, ormai ben lanciata, del museo<br />
diffuso. La politica non ha capito, o non ha voluto capire. RISO ha chiuso i battenti, e quando li ha riaperti, qualche mese dopo, si è trovato ad indossare la veste usurata della vecchia inutile istituzione museale di provincia.</p>

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