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	<title>impresa Archivi - mu6</title>
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		<title>Luigi Cataldi Madonna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 14:11:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[impresa]]></category>
		<category><![CDATA[luigi cataldi madonna]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Il Personaggio</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_69127029dd89f h1{font-size:18px;line-height:1em;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_69127029dd89f .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_69127029dd89f">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>a cura di Germana Galli</em></span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid liquid-row-shadowbox-69127029ddae6"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-69127029ddd45"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><style>.ld_spacer_69127029dde82{height:50px;}</style>
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			<p>Filosofo vignaiolo cresciuto in una tradizione familiare che nasce e si sviluppa nell’affascinante e produttiva valle del Tirino. Il padre architetto ha commercializzato il prodotto delle vigne, la madre, orgogliosa depositaria dell’arte della cucina, trasformava i pranzi in rito.</p>

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			<p><strong>Germana Galli:</strong> Potresti distinguere se, nella tua formazione, ha avuto maggior importanza la cultura del cibo in senso ampio del termine o ha prevalso il cibo della cultura?</p>
<p><strong>Luigi Cataldi Madonna:</strong> Ma guarda Germana io distinguo sempre tra lavoro scelto e lavoro ereditato: la filosofia è quello scelto e il vignaiolo è quello ereditato. Nel 1974 mi sono iscritto all’Università e nel 1975 papà fa la prima bottiglia, avendo l’idea geniale di disegnare &#8211; sì la prima etichetta era un disegno di papà &#8211; il guerriero di Capestrano, allora quasi completamento sconosciuto e oggi diventato simbolo dell’italicità. Insomma a quei tempi non pensavo minimamente di diventare un vignaiolo. Tra l’altro mi sento ancor oggi molto più uomo di mare piuttosto che uomo bucolico. Aiutavo papà che si divertiva a fare il Cincinnato. Era soprattutto un modo per stare con lui. È papà che ha fatto l’azienda nel 1970 (con i primi impianti nel 1968) e soltanto dopo qualche anno ha acquisito l’azienda di nonno, che vinificava sì (per Vittorio Ianni: uno dei primi imbottigliatori abruzzesi), ma non imbottigliava. Dal 1970 sono in azienda. E in tutti questi anni non ho perso mai una vendemmia, anche quando stavo all’estero (la prossima sarà la 41esima). E ben 35 vendemmie passate in cantina (dall’80 ero già io il responsabile). Sì perché della cantina mi sono innamorato subito e lo sono ancora. Vedere come l’uva diventa vino. Ancora oggi mi sembra una magia. L’azienda allora era veramente familiare: mio padre e io più ovviamente i giornalieri quando servivano. Comunque a parte il periodo della vendemmia fino al ‘90 la mia presenza è stata saltuaria: prima l’università e poi la Germania dove sono andato a fare ricerca per la prima volta nell ‘82 e sono rimasto fino al ‘88. Insomma in quegli anni la campagna non era certo il mio obiettivo principale. Nell’89, durante i lavori di ristrutturazione e ampliamento, io ero a Ginevra con una borsa di ricerca, ma papà ebbe nel frattempo un brutto incidente che lo costrinse per qualche mese a letto. Allora sono stato praticamente catapultato dagli eventi nella direzione della nuova Azienda.<br />
Devo confessare che soltanto da quel momento ho cominciato a pensarla seriamente e mi sono accorto pian piano da quale incredibile territorio era circordata. Il forno d’Abruzzo così chiamano la valle d’Ofena, che in verità è un piccolo altopiano di 5 kmq che sale da 300 a 500 mt a forma di anfiteatro nel cui mezzo giace Ofena, pigramente sdraiata al sole. Ma è un forno particolare perché sta sotto l’unico ghiacciaio dell’Appennino, il Calderone (4 h di estensione e 25 mt di profondità: mica tanto piccolo poi!). Insomma un “forno nel frigorifero”: una condizione irripetibile per le uve del nostro territorio (Montepulciano, Pecorino e Trebbiano) caratterizzate da una maturazione tarda, mentre pessima per i cosiddetti vitigni precoci, che maturano quando a Ofena fa ancora troppo caldo e non ci sono escursioni termiche rilevanti come a settembre.</p>
<p><strong>G.G.:</strong> La coltivazione e la vinificazione hanno subito profonde trasformazioni, in questi 20 anni, superando un’arte millenaria con la scienza e le nuove tecnologie e quindi il sapere trasforma anche il prodotto innalzandone la qualità.</p>
<p><strong>L.C.M.:</strong> Mah! Riguardo alla coltivazione e alla vinificazione devo appellarmi al famoso detto di Socrate e dire che “so di non sapere”.<br />
Ovviamente di esperienze ne ho fatte tante e credo anche di aver imparato molto da queste esperienze, ma più vado avanti e più credo che non ci sia “il vino”, ovvero non esiste un vino ideale, perfetto, un genotipo che potrebbe essere portato nell’Arca per salvare la specie. Dovrebbero essere cose scontate soprattutto nella cultura materiale (ma perché esiste un quadro ideale?); eppure non lo sono. Oggi ci sono degli attacchi durissimi contro quella che possiamo chiamare una viticoltura “ragionevole” che insistono sull’accanimento dell’uomo contro la vite, che continuerebbe con il maltrattamento e la manipolazione del vino. Favole fondamentalistiche. Esiste un approccio ambientalista alla vite e al vino, ma non esiste una via “naturale” al vino. l’uva e il vino sono prodotto di una cooperazione tra la vite e l’uomo da sempre; anzi la vite è “addomesticata” &#8211; in ultima analisi violentata &#8211; dall’uomo perché quella selvaggia produrrebbe quasi solo legno. E lo stesso vale per il vino: la sua destinazione naturale è diventare aceto: è l’uomo che impedisce questo processo e lo orienta verso la produzione di una bevanda eccezionale.<br />
Sì una bevanda così considero il vino e questa è la mia filosofia. Basta con i vini da meditazione; per far questo preferisco leggere Cartesio o Sant’Agostino non bere un bicchiere di vino, che è preferibile bere in compagnia e con umore allegro – tra l’altro berlo da soli non sarebbe salutare. Il resto sono tutte corbellerie, cazz…. Il vino non deve essere qualcosa da masticare, pastoso, rotondo, ingombrante in bocca, ma deve &#8211; per dirla in dialetto &#8211; “calare” lungo (più arriva lontano più è buono), spigoloso (così te lo ricordi perché è negli spigoli/difetti che puoi trovare la sua specificità) senza invadere la bocca. Deve essere elegante e per essere tale non deve essere invasivo. Insomma nel vino preferisco la freschezza (che è legata all’acidità) piuttosto che il calore (che dipende dal grado alcolico). Ovviamente queste distinzioni non possono essere considerate rigidamente, si sfumano a seconda della tipologia di vino trattata.<br />
Per applicare queste idee il lavoro inizia in campagna evitando rese eccessivamente basse, altrimenti l’uva si concentra già prima del suo arrivo in cantina. Senza o con poca sfogliatura per evitare ossidazioni già nell’uva. Vendemmia puntuale con grande attenzione per i valori acidici e la degustazione sensoriale. Uno dei nemici peggiori di questa concezione è la vendemmia tarda alla ricerca ossessiva di un alto grado zuccherino, che caratterizza ancora gran parte delle vendemmie italiane. Conclusione banale, ma spesso dimenticata: il vino è buono quando la bottiglia finisce, ed è buonissimo quando se ne ordina un’altra.</p>
<p><strong>G.G.:</strong> Sei stato relatore della laurea honoris causa a Camilleri, uomo di grande cultura ed estimatore dei prodotti della vigna, che impressione ne hai riportato ?</p>
<p><strong>L.C.M.:</strong> Sono stato contento e onorato di conoscere Camilleri e di poter fare per lui la laudatio. Ero molto emozionato sia perché la letteratura non è campo di mia competenza e sia perché sono un fan sfegatato del commissario Montalbano. Camilleri è un personaggio che non si dimentica (tra l’altro accanito fumatore una caratteristica che in questo periodo di falso proibizionismo me lo rende ancora più simpatico): un vecchio signore di altri tempi che sa combinare sagacia, ironia e buon senso. Mi ha impressionato il suo dinamismo mentale e la sua convinzione &#8211; inespressa in quell’occasione, ma palpabile &#8211; che sia ancora possibile una “sinistra” che sappia seguire il messaggio di Gesù (uomo) senza cadere nella trappola di Cristo (figlio di Dio).</p>
<p><strong>G.G.:</strong> Come docente all’Università dell’Aquila sei a contatto costante con i giovani, è ancora valido, a distanza di molto tempo, quello che affermava il tuo maestro Karl Popper “televisione cattiva maestra”?</p>
<p><strong>L.C.M.:</strong> Vedi Germana la televisione produce effetti letali (pensa al demenziale Grande Fratello). Conosco molti di questi programmi. Li vedo per cercare di capire le ragioni del perché li vede purtroppo mia figlia. Confesso che spesso non ci riesco. Ma per questo non bisogna demonizzare la televisione e Popper ha torto. Noi siamo nell’era dell’informatica e della tecnologia. Sono diffidente verso chi va o cerca di andare controcorrente perché temo sempre in un rigurgito irrazionalistico contro la scienza. E io sono old style: l’irrazionalismo produce sempre oscurantismo, prepotenza sociale, sostanziale immobilismo. La tecnologia in genere e la televisione non vanno rifiutate né subite. Vanno addomesticate – proprio come ha fatto l’uomo con la vite – allora potrà risultare una televisione “buona maestra”.</p>

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		<title>Dal vino all&#8217;acqua, passando per l&#8217;arte</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/paola-mulas/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 13:52:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[impresa]]></category>
		<category><![CDATA[paolamulas]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Le attività culturali che accompagnano la produzione e promozione del vino si aprono ad interpretazioni di innovazione<br />
e qualità legate al fare</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_69127029dfbf5 p{font-size:18px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_69127029dfbf5 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading mask-text text-center ld_fancy_heading_69127029dfbf5">
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			<p>Nell’ambito della relazione tra territorio e impresa, la ricerca di quanto possa costituire elemento innovativo nella direzione di uno sviluppo sostenibile comprende oramai le iniziative che a vario titolo vengono definite culturali. Limitatamente all’ambito enogastronomico, il crescente interesse per la qualità del prodotto, per l’azienda, il territorio e i know-how coinvolti ha portato negli ultimi anni alla proliferazione di percorsi conoscitivi o interventi di valorizzazione e il comparto vitivinicolo, in particolare, ha espresso quella che oggi potremmo definire a pieno titolo una tendenza: con la progettazione o la sponsorizzazione di eventi e opere legati alla cultura (materiale e “alta” insieme), ha definito un modello di azienda che accosta all’attenzione per il prodotto quella per il territorio, in cui vengono immessi interventi artistici, architettonici o eventi legati alla musica, alla danza, al teatro che, prodotti e sostenuti dall’azienda, divengono pubblicamente fruibili in occasione di visite ed eventi che sono anche occasioni promozionali.</p>
<p>Tuttavia, la materia offre molteplici spunti che vanno in direzioni diverse da quelle del puro mecenatismo o della promozione aziendale. Già nel 2003, l’Associazione ArteContinua inaugurò il progetto artexvino=acqua: una raccolta di fondi che tramite la vendita di bottiglie con etichette d’artista (con la partecipazione senza fini di lucro di curatori, artisti, produttori, stampatori e di tante altre figure professionali) finanziava la costruzione di impianti idrici nei territori del Sud del mondo, con l’intento di accostarsi ai grandi temi proposti dall’ONU nell’ambito della difesa delle risorse del pianeta e per indagare modalità collaborative di azione peculiari all’intervento artistico. Come nella precedente esperienza di Arte all’Arte, che nei territori toscani stava sperimentando un processo sinergico di cooperazione tra artisti e popolazione locale, l’arte diventava (seppure con una modalità meno complessa, più adatta al fund raising scopo del progetto) uno strumento per attuare azioni concrete di intervento tramite l’operato collettivo.</p>
<p>In quest’ambito l’Abruzzo ha recentemente espresso almeno due esempi di grande interesse: l’intervento dell’imprenditore del vino Marcello Zaccagnini al primo incontro-dibattito Producers vs Artists, organizzato da RAM Radio Arte Mobile a Roma in gennaio e la partecipazione della cantina Santoleri al convegno Architettura come simbolo della promozione vinicola, presso il Padiglione Italia alla XIII Biennale di Architettura di Venezia con il progetto Alfredo Pirri a Casa Santoleri.<br />
Entrambi gli episodi hanno caratteristiche che meritano particolare attenzione per il loro carattere di incisività rispetto al dibattito contemporaneo e per le possibili ricadute sui luoghi di reciproco riferimento: si tratta infatti di ripensare il ruolo di una azienda e delle sue attività sul territorio e di legare la tipologia di interventi di cui sopra ad una idea sinergica in cui l’operare creativo diventi elemento di innovazione all’interno della catena di produzione e sia contemporaneamente uno strumento di potenziamento della connessione tra impresa e territorio. Nel primo caso, l’evento promosso da Zerynthia intende tracciare una linea di collaborazione tra artisti e imprenditori tramite l’individuazione di un modello in cui la sponsorizzazione culturale si “inverta” e venga realizzata da parte di artisti che partecipano, inserendovisi, al processo produttivo: il rapporto tra impresa e arte risulterebbe dunque da una comunione di intenti finalizzata all’ottenimento di un reciproco beneficio in cui, mantenuti gli ambiti di rispettiva pertinenza, la cooperazione diventi la chiave di un intervento mirato ad aggiungere valore al prodotto. Obiettivo del progetto, sotto il marchio DAC (Denominazione Artistica Condivisa) è dunque quello di trovare un sistema alternativo alla sponsorizzazione d’arte; Zaccagnini, coinvolto nel progetto e proveniente da una storia che ha visto l’arte del fare di Beuys esprimersi proprio a Bolognano e dichiararsi nella sua cantina con la Difesa della Natura del 1984, potrebbe diventare uno dei portavoce di un modo nuovo di farsi promotori di cultura sul territorio. Il secondo caso, invece, è già una realizzazione dell’idea sinergica di partecipazione che conviene ai nostri sistemi complessi e dovrebbe essere l’impronta di ogni intervento produttivo: riprendendo, nell’agosto 2011, le fila di una collaborazione precedente tra l’artista Pirri e il produttore di vino Santoleri, tragicamente scomparso nel 2007, l’azione curatoriale di riapertura e riuso della casa-cantina riattiva luoghi e legami e, piuttosto che immettere nuovi elementi nella realtà locale, costruisce una consapevolezza storica offrendo ai produttori e al paese una forza relazionale che si propone come struttura di sostegno e in evoluzione. La presenza ad un evento che indaga le modalità di incontro tra le due culture dell’architettura e del vino comprova l’interesse di una operazione che, rispetto a prassi di valorizzazione più consuete, volge la sua attenzione al processo e lo rende strutturale per la costruzione di una consapevolezza del saper fare legato ai luoghi.</p>
<p>In ultima analisi, è interessante notare come entrambe le aziende si trovino in Val Pescara e offrano spunti notevoli sui possibili indirizzi diri-valorizzazione su base culturale di un territorio che, ferito da un inquinamento visivo e chimico, non ha ancora risolto alcuni nodi complessi della sua rivalutazione. Accanto alle dovute ricadute promozionali, sarà dunque importante comprendere in che modo iniziative del genere possano inserirsi nel tessuto sociale e produttivo dei territori cui fanno riferimento, per creare un valore contemporaneo che sia quello di un’opera attiva dell’intelligenza sul territorio.</p>

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		<title>L&#8217;oro del bosco</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/carbonai-filippo-tronca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Tirone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 12:45:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[impresa]]></category>
		<category><![CDATA[carbonai]]></category>
		<category><![CDATA[filippo tronca]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Alla scoperta della civiltà dei carbonai</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_69127029e263f h1{font-size:18px;line-height:1em;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_69127029e263f .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_69127029e263f">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em>a cura di Filippo Tronca</em></span></h1></div></div></div></div></div></div></div></section><section class="vc_row wpb_row vc_row-fluid vc_custom_1584544006114 liquid-row-shadowbox-69127029e289a"><div class="ld-container container"><div class="row ld-row"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12 liquid-column-69127029e2ae3"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper "   ><div class="wpb_wrapper-inner"><div id="ld_images_group_container_69127029e2c84" class="liquid-img-group-container ld_images_group_container_69127029e2c84"  >
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			<p>Il <em>catozzo</em> pareva di notte un tempio oscuro con un ventre invisibile di fuoco e luce. Edificato in autunno da callose mani devote, <em>baiardo</em> dopo <em>baiardo</em>, con tronchi tagliati coi <em>segoni</em> a quattro mani, trasportati a spalla giù per il bosco. Respirava quel vulcano fatto di legno, terra e foglie, aspirando ossigeno dagli <em>sbirroni</em> e sbuffando fumo bianco vaporoso e poi sempre più secco e nero dalle <em>fumarole</em>. E i custodi dovevano stare attenti che non <em>ballasse la vecchia</em>, perché il trermolio del fumo non era buon segno, e che il catozzo <em>non facesse il verme</em>, diventando alla fine inutile cenere. E mentre borbottava la polenta nella <em>callara</em> appesa alla <em>camastra</em>, anche il catozzo aveva sempre fame, e doveva essere <em>rabboccato</em>, gettando legna nel suo cratere, su è giù per il curvo <em>scalò</em>, per otto giorni e otto notti, a turno mentre i compagni dormivano sulla dura <em>rapazzola</em> e su materassi di foglie sotto capanne di rami e arbusti, o recitavano a memoria, se pure quasi analfabeti, nelle rare pause, l’Orlando furioso e il Guerrin meschino. In attesa del sudato raccolto di schegge di luce che si spegnevano nella notte. Del catozzo abbattuto restava <em>cannellino</em>, <em>coratella</em>, e <em>ferrigno</em>, di gran lunga il carbone migliore, da separare dalla terra, da infilare nelle <em>balle</em> tenute aperte dai <em>pizzuchi</em>, da riportare in paese ingroppa agli asini e ai muli.</p>
<p>Direbbe il filosofo Wittgenstein: ogni forma di vita ha i suoi giochi linguistici, perché le parole sono attrezzi come un martello, una sega o un cacciavite. “Questo si faceva&#8230;così si diceva”, conferma a Tornimparte, alta valle dell’Aterno, un anziano al bar che conserva la memoria della stagione dei carbonai, ovvero dell’arte di produrre carbone attraverso la lenta combustione di cataste coniche di legna ricoperte di terra e foglie. Un mestiere che per più di un millennio ha dato da vivere a generazioni di paesani, ha dato luce e calore a tutte le case della conca aquilana e combustibile per le fornacelle nelle cucine, fuoco vivo nelle fucine dei fabbri e di altri artigiani. Una lunga storia, finita nel secondo dopoguerra, quando arrivò il gas e il carbone a prezzi imbattibili dell’Europa dell’est. Oggi di carbonai in vita ne sono rimasti molto pochi. C’è chi però in segno di riconoscenza e affetto, ne conserva ancora e ne ravviva il ricordo. Tra essi Antonio Porto, economista eretico, che ai carbonai ha dedicato ricerche e realizzato nel 1990 un documentario insieme all’etnografo Vincenzo Battista. Per l’occasione è stato ricostruito un catozzo insieme agli ultimi carbonai. “Un esperienza indimenticabile – racconta Antonio – perché a questo vero e proprio rito laico e materiale, parteciparono centinaia di persone, e tanti giovani, che hanno osservato in silenzio un qualcosa che apparteneva anche a loro, parlava della loro storia, della loro montagna.”La bellezza, ha scritto Ada Merini, è il disvelamento di una tenebra caduta, e della luce che ne è venuta fuori.</p>
<p>Ed è la stessa bellezza che troviamo in un’altra preziosa testimonianza della civiltà dei carbonai, sfogliando uno splendido volume fotografico di Luciano D’Angelo, “L’oro del bosco” &#8211; da cui sono tratte le immagini qui pubblicate &#8211; , che parla con il silenzio delle immagini di gesti memorabili e lenti, di volute di fumo, di uomini orgogliosi della dura vita che conducevano, del pulviscolo di carbone, che aveva preso stabile dimora sotto la loro pelle. Un dilemma cupo però ti assale: se quella del carbonaio è solo archeologia industriale, un storia finita, buona solo per nostalgiche rappresentazioni folkloriche, cos’è mai quel misterioso messaggio di redenzione che guizza tra la filigrana di quelle foto? Una risposta la si può trovare alzando lo sguardo verso i grandi e rigogliosi boschi di faggi, querce e castagni che circondano le diciotto frazioni di Tornimparte che significa infatti “fortezze dislocate in varie parti”. Leggendo il paesaggio si scopre infatti che la salute, la vitalità, l’armonia di quei boschi è dovuta proprio all’attività dei carbonai e boscaioli che li hanno sfruttati per secoli. Il bosco era la loro unica materia prima, che doveva essere utilizzata con saggezza e parsimonia, scegliendo ad ogni stagione con attenzione gli alberi da tagliare, contrassegnati con un colpo di martello, e quali invece preservare, per consentire al bosco di rinnovarsi e perpetuarsi. I carbonai, quando poi salivano in montagna a costruire i catozzi si portavano da casa solo il segone e poco altro, tutto il resto lo fabbricavano in loco, dalla capanna al giaciglio, dalle scale agli zoccoli per non bruciarsi i piedi e altri utensili &#8211; altro che l’Ikea &#8211; e tutto alla fine veniva bruciato e trasformato in carbone. Del loro opificio non restava nulla, se non un cerchio annerito in una radura, presto riconquistata dal sottobosco.</p>
<p>I carbonai avevano insomma capito un qualcosa che gli ottusi soloni della Bocconi, i venditori di fumo della speculazione finanziaria, i fanatici sacerdoti del Pil e dello spread, fanno finta di ignorare per continuare a spacciare il profitto di pochi eletti come interesse generale, per propagandare le virtù energivore e regressive di un’economia predatoria e bulimica, che distrugge le risorse lasciando il conto amaro alle generazioni a venire. Tornimparte, come quasi tutti i “paesi dell’osso”, ovvero dell’Appennino interno e lontano dai circuiti del consumare del produrre, si sta lentamente spopolando. I giovani vanno via, gli anziani muoiono, e se non sono i paesani ad andarsene, ha scritto Franco Arminio, è la città, con la sua modernità incivile e il suo autismo corale, a colonizzare i paesi, condannandoli a mettere in scena per qualche giorno d’estate una vita a cui abbiano smesso di credere, quella che consiste nel piacere di incontrarsi, parlarsi, passeggiare, passare il tempo senza assaltarlo. Antonio però non si rassegna a questo destino di sparizione e ha un sogno da coltivare: “Queste terre quasi tutte incolte – spiega con un guizzo di entusiasmo &#8211; potrebbero essere riutilizzate per impiantare frutteti e castagneti, e anche per piantagioni di ribes, mirtilli, uva spina, e altri frutti di bosco ad utilizzo non solo alimentare ma anche medicinale, per rifornire il vicino polo farmaceutico dell’Aquila. E poi si potrebbe avviare, con finanziamento pubblico strategico, una grande opera di forestazione al fine di frenare il dissesto idrogeologico di queste vallate. I comuni potrebbero affidare a cooperative di giovani buona parte di questi boschi, che sono di uso civico, per riattivare la filiera del legname. In questo modo si potrebbero creare tanti posti di lavoro, per boscaioli, falegnami, artigiani del legno, agricoltori, piantumatori e agronomi, esperti del suolo e delle piante. Non solo, con gli scarti del legname e il materiale risultante da una costante pulizia del sottobosco, si potrebbero alimentare piccoli impianti a biomassa, che abbatterebbero i costi dell’energia, e dell’acqua calda”. Il fuoco e il calore, ha scritto Gaston Bachelard, sono l’occasione per ricordi imperituri, per esperienze personali semplici e decisive. Ma soprattutto aggiunge: “Se tutto ciò che cambia lentamente si spiega attraverso la vita, ciò che cambia rapidamente si spiega attraverso il fuoco. Il fuoco è per l’uomo che lo contempla un esempio di divenire rapido e circostanziato”. Ecco forse spiegato il segreto fascino della civiltà dei carbonai, che non parla solo di un nostalgico passato, ma di una nuova alba, per questi angoli d’Italia minore nell’ora del loro crepuscolo.</p>

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		<title>Enzo Calabrese</title>
		<link>https://www.rivistamu6.it/enzo-calabrese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[stefano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2020 09:06:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[impresa]]></category>
		<category><![CDATA[enzocalabrese]]></category>
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	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <strong>Il tavolo come una piazza, il bicchiere come un palazzo</strong></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div><style>.ld_fancy_heading_69127029e4c19 h1{font-size:18px;font-weight:500;color:rgb(0, 0, 0);}.ld_fancy_heading_69127029e4c19 .lqd-highlight-inner{height:0.275em;bottom:0px;}</style><div class="ld-fancy-heading text-center ld_fancy_heading_69127029e4c19">
	<h1 class="lqd-highlight-underline lqd-highlight-grow-left" ><span class="ld-fh-txt"> <em><span style="font-size: 16px">a cura di Nicla Cassino e Giovanni Di Bartolomeo</span></em></span></h1></div><div class="vc_empty_space"   style="height: 30px"><span class="vc_empty_space_inner"></span></div>
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			<p>Architetto, docente e compasso d’oro 2014 con la lampada sampei: dalle architetture in-sostenibili del deserto, alla luce come stato emotivo, lo intervistiamo nel suo studio e tra un progetto internazionale, un mobile e una lampada ci racconta il legame con la quotidianità, la necessità di conoscere le persone e il ruolo della curiosità nel progetto.</p>

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			<p><strong>Nicla Cassino &amp; Giovanni Di Bartolomeo:</strong> Innanzitutto con chi stiamo parlando? Con un architetto o con un industrial designer? La città o il cucchiaio?</p>
<p><strong>Enzo Calabrese:</strong> Con un signore il cui nome è Enzo Calabrese! Mi imbarazza dire architetto o forse no. Mi definisco architetto perché un architetto fa tante cose. Il modo in cui guardo e penso a un oggetto è lo stesso che ho quando mi commissionano il progetto di un albergo. Il design è iniziato come un’esperienza parallela a quella dell’architettura. Nasco facendo o meglio provando a fare l’architetto e ci provo ancora. Non lo dico per falsa modestia, è che davvero vivo tutti i giorni con l’angoscia di non riuscire a fare al meglio questo mestiere. Per fuggire, di notte, ai problemi dell’architettura, ho iniziato a pensare a oggetti di design. Penso che il design sia una piccola architettura, che non è un’architettura ridotta, è solo una piccola architettura che inventa lo spazio se sta nello spazio, che sia essa una luce o più in generale un oggetto. Anche una forchetta o un bicchiere devono allestire un paesaggio quasi urbano se si considera il tavolo come una piazza. In definitiva mi piacerebbe diventare un architetto.</p>
<p><strong>N.C.-G.D.B.:</strong> In che momento ci si rende conto che un progetto funziona? Mi riferisco alla lampada Sampei, progettata con Davide Groppi, ma non solo.</p>
<p><strong>E.C.:</strong> Quando con Davide abbiamo visto l’immagine finale del progetto abbiamo pensato che fosse davvero bella, era solo una linea, ma era bella. E poi la vera conferma è arrivata, non tanto dai premi, ma dal mercato. Il mercato non è obbligato ad acquistare un prodotto. Quando è nata, il materiale è venuto per caso, io ero a decathlon e mio figlio ha rovinato una canna da pesca, così l’ho comprata e portata a casa. Ho tolto la carta colorata che la avvolgeva, l’ho vista ed ho pensato “accidenti questa fa paura, è lei”. Stavamo lavorando da due anni a Sampei, ma allora non si chiamava ancora cosi, avevamo provato diverse soluzioni che sembravano non funzionare. Era sempre troppo goffa o troppo rigida o troppo sottile. E invece la canna da pesca era sottile, ma funzionava. La puoi piegare in due e non succede nulla. Poi abbiamo lavorato un altro anno e mezzo alla base e al corpo illuminante. Alcuni oggetti sono come film indipendenti. Sampei è stato fin da subito un oggetto indipendente, catturava le riviste e la folla.</p>
<p><strong>N.C.-G.D.B.:</strong> La luce è un aspetto importante nella sua ricerca. In che modo la luce e la sua percezione influenzano il modo in cui viviamo uno spazio?</p>
<p><strong>E.C.:</strong> Io abito davanti al mare e dico sempre a tutti che non lavoro perché la luce riflessa della mia abitazione esposta a nord mi mette di buon umore. Vedo il sole che illumina le cose e creando ombra gli conferisce un’anima. È bello vedere la luce e riceverne il beneficio senza provare fastidio. Sono cresciuto a Brindisi abitando a piano terra e di fronte alla mia abitazione, a due metri di distanza, avevo un palazzo di otto piani. Sono cresciuto senza alcun tipo di luce, neanche quella riflessa. Ho inseguito la luce sempre ed ho capito che è un desiderio e uno stato mentale. Questo desiderio è diventato una ricerca. La luce è bellezza, conferisce senso alle cose e qualità allo spazio. La luce stacca completamente il senso di un oggetto dalla sua fisicità e lo porta a essere dimensione, sensazione e stato dell’anima.</p>
<p><strong>N.C.-G.D.B.:</strong> Lei è anche docente e ogni anno alleva giovani architetti coinvolgendoli nel suo studio. Quale qualità secondo lei dovrebbero avere i ragazzi per diventare architetti oggi? È sufficiente avere buone idee?</p>
<p><strong>E.C.:</strong> No, anzi, ritengo che sia il contrario. Lo vedo direttamente perché ho la fortuna, come docente, di frequentare ragazzi molto giovani. Ogni anno vivo un cambio generazionale e culturale che solo facendo questo mestiere puoi davvero interpretare, non c’è altro modo per farlo. È come avere uno specchio ampio di diverse culture. Gli unici ragazzi verso i quali sento che sta accadendo qualcosa sono quelli curiosi, ma sono pochissimi. Ci sono studenti di architettura che non hanno mai aperto un giornale. Internet mi permette di mandare un link con pagine e progetti che seleziono appositamente per loro sperando che si incuriosiscano e che ne guardino altri partendo da quello da me segnalato, questo purtroppo non accade quasi mai. Forse due studenti su ottanta, all’interno dei miei corsi, lo fanno. A volte fingendo di dover scrivere un libro chiedo quanti di loro hanno letto un articolo digitale o cartaceo nell’ultimo anno, pochi lo hanno letto, comprato una rivista quasi nessuno. Allora ti chiedi di chi sia la colpa. Qualcuno cambia, ma pochissimi su un numero molto elevato.<br />
Posso innescare in loro un meccanismo di curiosità, ma cambiare il loro carattere no.</p>
<p><strong>N.C.-G.D.B.:</strong> “Sustain what’s – L’equivoco dell’architettura sostenibile” è il titolo di un suo libro pubblicato nel 2012. Ma l’architetto è un abitante sostenibile della Terra?</p>
<p><strong>E.C.:</strong> Il titolo è chiaramente una provocazione, una licenza poetica. Sustain what’s nasce da una serie di esperienze professionali, come il progetto di una città completamente sostenibile per il governo di Abu Dhabi. Il progetto venne poi utilizzato per la città di Masdar, la prima città al mondo da costruire totalmente ad emissioni zero, era un progetto talmente costoso che dopo aver realizzato la prima parte si è fermato. In quel caso si trattava di una sostenibilità insostenibile. Alcune operazioni sono molto affascinanti, ma deliranti da questo punto di vista. Io ovviamente sono a favore della sostenibilità, ma bisogna capire di cosa<br />
stiamo parlando. Penso che anche la bellezza debba essere sostenibile, che il paesaggio debba esserlo, ma non dal punto di vista del verde, che chiaramente piace a tutti. Paesaggio sostenibile significa anche la capacità di non avere alberi lì dove non servono. A Malmö in Svezia è stato fatto un esperimento: una zona industriale è stata trasformata in una città.<br />
Ha funzionato perché sono stati in grado di pensare a una serie di cose riconoscibili, che si fanno alla velocità dell’uomo. La macchina non la prendi perché non ti serve, non perché è vietato e la prendi solo la domenica per fare una passeggiata in campagna.</p>
<p><strong>N.C.-G.D.B.:</strong> Ha mai progettato qualcosa di inutile?</p>
<p><strong>E.C.:</strong> Parli di oggetti o di edifici? Di oggetti si, c’è la collezione The Pebbles che all’interno ha un oggetto che si chiama addirittura Boh, mi chiesero a cosa servisse e risposi: “Boh, non lo so”! Eppure si tratta di un progetto esposto al Moma di New York.</p>

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